ISTANTANEE D’AUTORE

Mario Soldati...Un maestro tutto per me

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Essere stato un ragazzo di provincia e poi frequentare i nomi che hanno fatto la storia del cinema e della letteratura del ‘900 è un’emozione indescrivibile.

E pertanto non sono capace di descriverla. Ma spero che traspaia qualcosa da queste poche righe.

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Mario Soldati è stato scrittore, sceneggiatore, saggista e regista cinematografico, tra l’altro eccellendo in tutto.

Lo conobbi in tarda età, quando si era già rifugiato nella sua casa sul Mar Ligure ed era refrattario a qualsiasi invito.

Riuscii però a convincerlo ad intervenire ad una presentazione del suo libro “Regione Regina” che aveva dedicato proprio alla sua Liguria.

Andai a prenderlo con l’auto per recarci a Borgio Verezzi, un paesino del savonese dove era stata allestita una platea nella piccola piazza.

Il viaggio, inizialmente, non prometteva un resto di giornata gradevole.

Quel signore d’altri tempi, abituato a ben altre compagnie, cosa poteva avere a spartire con uno come me?

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Io e Mario Soldati

La strada un pò impervia, con i sobbalzi che ne derivavano, non collaborava a rasserenare il suo umore e il suo aspetto burbero.

Non poteva andare avanti così.

Decisi di essere ingenuamente sincero e gli dissi: “Maestro, vorrei approfittare di questo incontro per imparare.”

Mi rispose, sorpreso: “E che cosa vuoi imparare da un vecchio come me?”

Ed io: “A diventare un vecchio come lei”.

Rise di gusto e aggiunse: “Sai che devi trovarmi delle prugne quando siamo lì? Devi provvedere a bollirle e poi io le mangio e ne bevo il liquido. E così hai già imparato di cosa ha bisogno un vecchio per evacuare.”

Mi bastò un’altra battuta per rompere definitivamente il ghiaccio.

Cominciai a fargli domande alle quali rispondeva con lunghi discorsi, dimenticandosi della strada, dell’insofferenza che provava verso la sua età, dei fastidi derivanti dal suo allontanarsi da casa e della mia anonimia.

Giunti in albergo chiesi alla cucina di provvedere alle prugne, che aspettammo seduti al tavolo di un giardino senza fermarci un attimo nel parlare.

Ogni tanto prendeva un suo libro dalla borsa da cui non si era mai separato, e mi leggeva dei brani, quasi a suggellare ciò che aveva detto nella libera conversazione.

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Arrivò l’ora di pranzo.

Mi chiese di poter cenare da solo in una saletta del ristorante.

Quando mi avvisarono che era ora di andare in piazza, andai a chiamarlo.

In quel momento mi diede un suo libro: era un regalo per me.

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Mentre rispondeva alle domande dell’intervistatore, lo aprii e sobbalzai vedendo che c’era scritto qualcosa con la sua firma e la data di quel giorno.

- A Giacomo, sperando di averlo ancora con me, per me! –

Fu l’inizio della nostra amicizia. E piansi.

Giacomo Carlucci

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