ISTANTANEE D’AUTORE

Andreotti in privato: Il Presidente timido

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Non è questa la sede per esprimere giudizi politici su un uomo che è stato tra i più potenti della storia italiana del ‘900.

Queste sono solo “istantanee” di alcuni momenti trascorsi insieme ai personaggi che ho incontrato e di cui conservo aneddoti e impressioni che condivido con piacere con il lettori de La Pagina della Cultura.

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Giulio Andreotti era Presidente del Consiglio nel periodo in cui lo incontravo spesso, non perché fossi a mia volta potente ma solo perché ero amico del figlio di un suo segretario.

Aveva il suo ufficio privato all’ultimo piano di una palazzina di fronte Montecitorio e in una stanza di questo ufficio trascorrevo ore con Massimo (il mio amico) , che attendeva per qualche motivo che tornasse suo padre.

Il ricordo che ho di Giulio Andreotti esula decisamente dalla sua immagine pubblica.

La sua storica segretaria, la signora Enea, era seduta ad un piccolo tavolo e calzava delle babbucce.

Si diceva che se si voleva incontrare Andreotti bisognava passare dalla signora Enea e quindi questa visione la prima volta mi sbalordì, poi capii che era perfettamente in sintonia con la dimensione privata del Presidente.

Ad una certa ora del pomeriggio arrivava in studio, dispensava qualche battuta e andava a sedersi alla sua scrivania che conteneva sempre pile di fogli inseriti in cartelline.

Nell’appartamento c’era anche un cucinino, usato più che altro per preparare caffè.

Una volta lo preparai e glielo portai io.

Lo trovai seduto sull’unica poltrona presente, si era appena svegliato.

Dormiva poco e la signora mi disse che quando poteva cercava di riposarsi una mezz’ora per recuperare.

Forti mal di testa erano il prezzo da pagare per la sua iperattività

Ma non l’ho mai visto agitato, nervoso o arrabbiato.

Nel periodo che frequentai quell’appartamento, raramente ho visto entrare ospiti.

Credo che lo considerasse come un bunker in cui poteva lavorare indisturbato ed essere informale come gli piaceva essere.

Al piano di sotto aveva un grande locale adibito solo ad archivio.

Vi entrai una sola volta; assomigliava ad una vecchia biblioteca.

Lunghi scaffali strapieni di grandi cartelle contenenti non so cosa.

Ogni faldone aveva sul dorso una denominazione.

Quella visita mi confermò la percezione che avevo di lui quasi come un essere sovrumano nel saper essere onnipresente e saper governare le innumerevoli relazioni che doveva avere.

Un pomeriggio in cui Massimo aveva portato la sua macchina fotografica, gli chiesi se potevo fare una foto con lui.

Acconsentì e intanto mi domandò se studiavo o lavoravo.

Gli raccontai la mia situazione mentre non riuscivo a credere che avevo di fronte Andreotti che mi ascoltava.

Ricordatevi sempre della farfalla di cui scrissi nel nostro primo appuntamento.

Mentre il mio amico scattava, io ero concentrato a parlare e lui a prestarmi attenzione.

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Senza rendermi conto mi ritrovai dietro la sua scrivania.

Credo di essere l’unica persona al mondo che abbia una tale foto.

Qualche mio amico che sa di questa esperienza dice anche che sono l’unica persona al mondo che non ha gli chiesto un favore.

Molti anni dopo lo incontrai facendogli vedere quelle fotografie.

Incredibilmente si ricordava di quel ragazzo che si trovava spesso nel suo ufficio.

Volle regalarmi un suo libro e gli chiesi di dedicarlo a mio padre.

E anche in quell’ultimo incontro percepii una specie di timidezza che avevo sempre notato in lui.

Giacomo Carlucci

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