ISTANTANEE D’AUTORE

Francesco Cossiga

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Conobbi Francesco Cossiga dopo la sua presidenza della Repubblica.

La prima volta fu alla presentazione di un libro di Giulio Andreotti: una vera rassegna di battute, fatte con garbo, tra due politici che non si erano mai amati e che, da anziani, avevano messo da parte una certa reciproca “intolleranza”.

Lui era più loquace, più irriverente e notavo le reazioni di Andreotti, più volte imbarazzato o sorridente.

Era molto severo e drastico nei giudizi verso fatti e persone ma altrettanto prodigo di lodi verso coloro che stimava. (Berlinguer, Nilde Jotti e Pio XII tra questi).

Ho spesso cercato pretesti per scambiare qualche parola con lui perché oltre ad imparare c’era sempre qualcosa che mi faceva ridere di gusto.

Come quando, essendo con me una cameraman che reggeva una telecamera piuttosto grande, mi disse: “Ma lei tratta così una bella donna? La prossima volta si accolli lei quell’aggeggio e mi faccia intervistare dalla signorina!”

Non conosceva il mio nome ma una volta che lo aspettai all’uscita del Senato mi disse: “Ma lei sta dappertutto!”

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Nonostante la mia pochezza, rispondeva esaurientemente alle mie domande, oppure con una battuta secca che il suo viso colorava di una ironia tipicamente british, come quando gli chiesi cosa lo avesse deluso della politica e mi rispose “Niente”.

Lo vidi raccontare pubblicamente la sua condizione di quando, da ministro dell’Interno, si trovò a gestire un periodo oscuro del nostro Paese.

Ed ero certo che fosse sincero quando confessò l’enorme sofferenza che aveva vissuto, e che poi lo spinse alle dimissioni, in bilico sempre tra la ragion di stato e una sensibilità cristiana molto forte in lui.

Nelle cerimonie religiose alle quali partecipava con le altre cariche dello stato, concordava di prendere l’Eucarestia alla fine, in privato, cosciente di dover separare i due ruoli ma non tanto da rinunciare ad un gesto cui dava molta importanza.

Proveniva da una famiglia di magistrati; per compiere il suo percorso politico non aveva avuto bisogno di ricorrere ai mezzucci che contraddistinguono i rampanti che scalano il potere.

Era palese la nausea che provava a dover ammettere certi comportamenti che svilivano il concetto di impegno e servizio che lui aveva.

Con l’avanzare dell’età notai che era sempre più faticoso per lui muoversi e addirittura parlare e traspariva quanto gli pesassero quelle limitazioni.

Nell’ultimo incontro gli chiesi quale fosse, secondo lui, la differenza tra la politica di un tempo e quella attuale.

Sintetizzò così la risposta: “La differenza che c’è tra la P maiuscola e la p minuscola”.

(Foto archivio personale dell’autore)

Giacomo Carlucci

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