ISTANTANEE D’AUTORE

Miguel Bosé

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cms_23880/1.jpgLa prima volta che lo incontrai fu per un’intervista per un giornale che si chiamava Tim. La foto con dedica si riferisce al nostro primo appuntamento.

Mi ricevette nella sua roulotte prima di esibirsi in uno dei suoi pochi concerti iniziali in Italia.

Io avevo 19 anni e lui 20, ma era già Miguel Bosè e c’erano migliaia di ragazzini urlanti che lo aspettavano.

Entrai cosciente che stavo per incontrare il personaggio del momento e mi ritrovai a chiacchierare con un amico coetaneo da cui mi separò solo l’ordine dei “10 minuti” del direttore di scena.

Tanto che, salutandolo, gli dissi un ingenuo “Spero di rivederti” e lui mi rispose con un altrettanto ingenuo “Vieni dopo il concerto”.

Entrambe non sapevamo che il servizio d’ordine, dopo, non avrebbe fatto passare uno spillo nel backstage.

Non avrei mai pensato che pochi anni dopo avrei passato alcuni giorni come suo assistente nel suo terzo tour in Italia.

Ed in quella esperienza fu come se si fosse sviluppata quell’empatia di quella sera nel suo camerino.

Premetto che lui non ricordava quell’episodio, che gli raccontai mentre mangiavamo un panino nello spogliatoio dello stadio di Reggio Calabria, ma mi rispose che non era un caso che si fossero ritrovate due persone che avevano avuto un approccio positivo.

Seppur ancora giovanissimi, sentivo per lui un senso di protezione; percepivo una sorta di solitudine misto ad un quasi timore nei pomeriggi di attesa tra le prove e il concerto.

Non è presunzione il credere che gli facesse bene sentirmi al suo fianco in quelle ore sospese tra un impegno e l’altro.

cms_23880/2_1637375338.jpgNotavo la differenza tra quando parlavamo noi e quando doveva comunicare con qualcuno per interviste o richieste tecniche.

Non ho mai mangiato con lui in un ristorante. Lo vedevo verso le 16 e quasi sempre si mangiava qualcosa verso le 19 seduti per terra o su qualche scarna sedia.

In quel tour non c’erano le comodità che avevo notato nel primo incontro e non ricordo perché.

Fino ad allora non avevo conosciuto molto della vita per sospettare che anche le persone più fortunate hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Amava il cinema ed aveva già lavorato in alcuni film ma riceveva solo proposte che avrebbero sfruttato la sua immagine di sex symbol.

Si sentiva un artista che poteva essere completo ma era obbligato a fare cose, anche nella musica, che “soddisfacessero gli occhi” più che lo spirito o la mente.

Nato da due personaggi famosissimi, mi sembrava orgoglioso di essere riuscito ad imporsi ma evitando i due nemici più pericolosi: la presunzione e l’arroganza.

Anche io, nel mio piccolo, avevo dovuto rinunciare a frequentare i miei amici e alle loro cose semplici per seguire i miei sogni. Pertanto riuscivo a capire la dimensione, molto più amplificata, in cui lui era imprigionato per lo stesso fine.

E cercavo di compensare con il mio comportamento a queste mancanze.

In verità solo in alcuni momenti più “ufficiali” mi rendevo conto di essere accanto a Bosé, ma la maggior parte del tempo per me era Miguel, un amico particolare con cui era bello stare insieme.

Provavo tenerezza per quella sua emotività nascosta dietro una sicurezza di sé che le situazioni richiedevano.

Sono certo di quanto affermo perché ricordo parole e gesti di quel breve rapporto.

Troppo breve perché forse avrei saputo come parlargli per evitare il lungo periodo della sua vita in cui quella emotività ha straripato in una vita disordinata.

Ma ognuno di noi tende a valorizzare più i momnti belli di una storia e per me Miguel Bosé era ed è ancora il ragazzo che io ho conosciuto.

Tutto il resto fa parte degli accidenti della vita, di reazioni sbagliate, di forti delusioni e della conferma della nostra fragilità.

Giacomo Carlucci

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