ISTAT: I NUMERI SUL BENESSERE SANITARIO IN ITALIA

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cms_21676/0.jpgChe la pandemia da Coronavirus abbia messo a dura prova i sistemi sanitari dell’intero pianeta è cosa nota. Altrettanto noto è l’impatto avuto nelle strutture italiane.

La salute rappresenta una dimensione essenziale per il benessere della popolazione di un Paese.
L’ Italia nell’ultimo decennio ante Covid (2010-2018) ha registrato progressi notevoli per quanto riguarda la speranza di vita alla nascita, la mortalità per tumore, la mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso degli anziani, la mortalità infantile e la sedentarietà. A dirlo sono le statistiche ISTAT.

Differenze di genere in Italia e in Europa
cms_21676/1.jpgPer quanto riguarda il genere, un uomo nato nel 2017 in Italia ha un’aspettativa di vita alla nascita di 80,8 anni: questo ci colloca primi, insieme alla Svezia, nel panorama europeo. Una donna italiana, invece, ha un’aspettativa che arriva a 85,2 anni: il valore medio in Europa è di 83,5, ma il dato italiano è più basso di quello francese (85,6) e di quello spagnolo (86,1).

Tra i fattori che possono influenzare la speranza di vita vi è l’istruzione: un uomo istruito può aspettarsi di vivere fino a 6,9 anni in più (mentre per le donne questo dato scende a 4 anni).

La geografia della salute in Italia
Si registrano delle disuguaglianze geografiche in Italia: in media, i residenti del Nord hanno una aspettativa di vita di un anno superiore a quella dei residenti del Mezzogiorno. Le regioni del sud Italia, infatti, mostrano «valori inferiori alla media nazionale, sia per la vita media in buona salute attesa alla nascita, sia per quella senza limitazioni a 65 anni».
Questa situazione complessivamente positiva, pure se con evidenti disuguaglianze geografiche, è stata duramente colpita dal COVID-19, che ha annullato - completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese - i guadagni in anni di vita attesi maturati nel decennio precedente.

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La salute del Servizio sanitario nazionale
Un arretramento che preoccupa riguarda la “salute” del Servizio sanitario nazionale. In dieci anni meno posti letto, medici più anziani e maggiore disuguaglianza nell’accesso alle cure.
Tra il 2010 e il 2018, l’offerta ospedaliera è andata modificandosi, con una riduzione delle strutture e dei posti letto. In particolare, il numero di questi ultimi è diminuito in media dell’1,8% l’anno, fino ad arrivare, nel 2018, a una dotazione di 3,49 posti letto – ordinari e in day hospital – ogni 1.000 abitanti.

Parallelamente, i dati mostrano un peggioramento relativo delle possibilità di cura in alcuni territori: il tasso di mobilità per motivi di cura dalle regioni meridionali e dal Centro, già significativamente più alto nel 2010, è da allora in costante crescita e il gap tra territori si è ulteriormente ampliato.
Gli analisti ritengono probabile che il dato del 2020 mostrerà un calo, il quale non sarà da leggere come elemento positivo di riduzione delle disuguaglianze territoriali, bensì come il risultato delle limitazioni negli spostamenti determinate dalle misure di contrasto alla pandemia di COVID-19 e della diminuzione delle prestazioni conseguente all’emergenza sanitaria.

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Quanto alla dotazione di personale sanitario, l’Italia si colloca tra i primi posti nella graduatoria europea del rapporto tra numero di medici – specialisti, di base e pediatri di libera scelta che svolgono la loro attività nel sistema sanitario pubblico e privato – e numero di residenti.
Negli ultimi anni, tale rapporto è aumentato leggermente passando da 3,9 ogni 1.000 abitanti nel 2013 a 4 nel 2019.
Resta molto alta l’età media dei medici così come il sovraccarico di pazienti sui medici di medicina generale, soprattutto nell’Italia settentrionale.
Per quanto riguarda il personale infermieristico, è significativo il divario nel rapporto infermieri/ popolazione rispetto ad altri Paesi: la Germania, ad esempio, ha più del doppio degli infermieri per numero di abitanti.

Francesco Leccese

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