I BORGHI PIU’ BELLI D’ITALIA

Sarsina (Emilia-Romagna)

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cms_23283/1v.jpgSecondo la tradizione, Sarsina potrebbe essere il luogo più odiato dal diavolo, in quanto all’interno della sua Basilica, all’altare delle reliquie è custodito il collare o catena di San Vicinio, un manufatto a due bracci di ferro, terminanti con due anelli combacianti, che viene usato per benedire gli ossessi, le persone psicopatiche o quelle colpite da malefici, per scacciare da loro i demoni. È una reliquia millenaria legata al potere taumaturgico di San Vicinio, primo vescovo della Chiesa sarsinate dal 303 al 330 circa, che già in vita scacciava i demoni e guariva i fedeli. La catena miracolosa richiama tutt’oggi da ogni parte d’Italia, molte persone che chiedono di indossare la reliquia.

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Particolare del Galata morente - Musei Capitolini, Roma

Il collare del Santo è simile alla torque, per i celti la torque era molto più di un gioiello: era un oggetto mistico, parte integrante dell‘identità del popolo. Costituiva una sorta di segno tipico della divinità e di conseguenza, indossandola ci si garantiva protezione. Un guerriero celtico andava a volte nudo in battaglia ma mai senza la sua torque. Inizialmente la torque fu il simbolo, delle donne al potere, ovvero di principesse e donne importanti della società celtica, successivamente divenne maschile, probabile sia un ricordo del passaggio dal matriarcato al patriarcato.

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San Vicinio, era solito isolarsi in un bosco sul monte che oggi porta il suo nome, era un eremita, si narra che un giorno, mentre il Santo pregava nel silenzio della montagna, una quercia piegò i suoi rami fino a terra, inchinandosi alla sua santità. I miracoli sono legati alla liberazione di un indemoniato e a un mendicante che rubò il collare del Santo, il furfante giunto al fiume Savio corse a vuoto tutta la notte, ritrovandosi al mattino al medesimo punto, colto dal rimorso, gettò il collare nel fiume, dove fu ritrovato tre giorni dopo.

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Santino con immagine di San Vicinio e orazione

Probabilmente il Santo era un druido convertitosi al cristianesimo.

I druidi erano i “sacerdoti” dei celti, avevano grandi conoscenze su tutto ciò che concerneva la natura, erano dei taumaturghi, degli “erboristi/farmacisti” e vivevano isolati nei boschi, nelle grotte o sui monti, la quercia era l’albero a loro sacro. San Vicinio e altri Padri del deserto, è probabile che alcuni fossero dei druidi che si convertirono tramite la figura della Madonna, si narra che: “I primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di celti intenti a venerare una figura femminile nell’atto di dare alla luce un bambino e spiegarono agli indigeni che, senza saperlo, stavano adorando un‘immagine della Madonna e che loro erano già cristiani”, sul luogo venne costruita una chiesa, e la raffigurazione pagana, trasferita all’ interno, diventò cristiana… non c’è poi molta differenza dai templi pagani trasformati in chiese cristiane come ad esempio il famosissimo Pantheon di Roma.

Sarsina e i suoi splendidi mausolei |

Sarsina e i suoi splendidi mausolei

Lungo la E45, la superstrada per Roma, a 30 km da Cesena si trova Sarsina, uno dei borghi più ricchi di arte, cultura, religiosità e folklore della Romagna: ha dato i natali a Tito Maccio Plauto, uno dei primi commediografi latini, vi si trova il Museo Archeologico Nazionale, uno dei più importanti dell’Italia settentrionale, con opere anche nel centro storico, nella Cattedrale conserva le spoglie di San Vicinio, patrono e primo Vescovo, con la sua taumaturgica “catena”; al Santo è dedicato il “Cammino di San Vicinio” che da Sarsina si sviluppa ad anello lungo la Valle de Savio, fra castelli, pievi, cascate e sentieri naturalistici incontaminati fino in Toscana, per oltre 350 km., tra le provincie di Forlì-Cesena, Arezzo e Rimini.

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Sarsina ha un’origine antichissima, forse fondata da popolazioni di origine umbra verso il V secolo a.C. Questi Umbri pare che non fossero altro che una propaggine dei celti o se volete dei galli. Un tempo Sarsina era chiamata Sassina e tutto ciò che è legato all’etimologia del sasso è allacciato alla religiosità celtica. Il paese è situato nella valle del Savio, l’antico Sapis, derivazione da cui ha origine il nome per la tribù Sapina (cioè i Sabini che discendono per migrazione dagli Umbri, quei Sabini a cui i Romani rapirono le donne, le Sabine erano reputate modello di onestà e prudenza). Successivamente la diocesi di Sarsina viene chiamata col nome di Bovium o Bobium per tutto il Medioevo, il vescovo porta ancora il titolo di conte di Bobbio. L’etimologia della denominazione Bobbio, viene attribuita alla presenza in queste terre dei galli Boi. Sarsina ha anche un altro fiumiciattolo, denominato Borello affluente del Savio. Per l’origine di questo toponimo è opportuno fare riferimento alla derivazione del nome Borro, del quale Borrello costituisce un diminutivo, un termine della lingua celtica con significato di fiero, altero, grande, eroe. Già nel III secolo a.C. Sarsina governava un grande territorio che comprendeva alcune vallate romagnole e l‘alto Tevere, quindi Sarsina era già un luogo molto importante prima dei Romani, i quali la conquistarono nel 266 a.C. Nel I secolo a.C. Roma diede la concessione della cittadinanza romana a tutte le città federate tra cui Sarsina la quale ebbe un buon sviluppo economico ed urbanistico con la costruzione di mura e la presenza di mausolei per i notabili del luogo.

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Mosaico con “Trionfo di Dioniso” - Sarsina

Chi visita il Museo Archeologico di Sarsina si troverà sorpreso per la magnificenza dei tappeti in mosaico policromo che raffigurano il “Trionfo di Dionisio”, Il dio è rappresentato sopra un carro trainato da tigri, accompagnato da un giovane satiro e da Pan, attorniati da animali e uccelli. Si trovano poi, epigrafi e lastre funerarie accanto all’imponente Mausoleo di Rufo, alto 14 metri, che fu edificato alla fine del I secolo a.C.

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Mausoleo di Rufo- Sarsina

Molto importanti sono anche le attestazioni dei numerosi culti praticati, legati al mondo greco, alla tradizione italico-romana, fino al mondo orientale. Nel Museo è conservato, un gruppo di statue raffiguranti divinità frigie ed egizie, che costituivano il santuario più importante dell’Italia settentrionale dedicato a questi culti. Tra queste emerge la statua di Attis: rinvenuta nel 1923, è alta 150 cm.

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Statua di Attis- Sarsina

Ridotta in frammenti, forse dai primi cristiani, è stata oggetto di un complesso restauro. Ma vediamo un po’ perché i cristiani avrebbero ridotto in frantumi la statua di Attis. La leggenda di Attis racconta di un pastore frigio divenuto pazzo d’amore per la dea Cibele così egli si evirò per poterle stare accanto. Questo culto si diffuse dall’Oriente sino a Roma generando riti al di fuori di ogni logica. In primavera, durante la festa in onore di Attis, i devoti si auto-eviravano mentre altri venivano flagellati da sacerdoti vestiti da donna (erano quindi eunuchi), al termine di questa carneficina i partecipanti celebravano la resurrezione di Attis. Attis ha molte analogie con Cristo, la più evidente è il simbolo della resurrezione ma ai cristiani certo non digerivano gli eccessi di questo culto orientale.

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Casa di Plauto-Sarsina

La casa di Plauto è un edificio antichissimo che, nonostante i rifacimenti subiti, conserva nella facciata e nei suoi interni elementi originari. A Plauto è dedicata un’arena, una costruzione moderna a gradoni immersa nel verde a imitazione degli antichi teatri greci, durante l’estate vengono messe in scena commedie di Plauto e opere di altri classici del teatro antico e moderno.

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Arena plautina-Sarsina

Il monumento funerario di Aulo Murcio Obulacco, venne rinvenuto nel 1929, databile al I secolo a. C., venne ricostruito in quanto era a pezzi; fu fatto erigere da Oculatio in memoria del padre Obulacco. È un’edicola con colonne con capitelli a foglia di acanto al cui interno vi è la raffigurazione di una porta, che rappresenta l’entrata per il regno dei morti.

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Mausoleo di Obulacco- Sarsina

I torricini vescovili, si trovano vicino al mausoleo di Obulacco, sono inglobati nelle antiche mura romane, furono fatti costruire dal vescovo-conte a difesa della sua dimora nel XVII secolo.

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Torricini vescovili- Sarsina

San Vicinio, primo vescovo ed evangelizzatore di Sarsina, visse tra il III e il IV secolo, nei momenti di preghiera e di meditazione, soleva mettersi al collo un collare con una catena appesantita da una pietra, il collare è tutt’oggi custodito dentro la cattedrale, viene usato per conoscere se si è sani mentalmente oppure posseduti da malefici, in questo ultimo caso l’indossare la catena porterebbe a fatti strani del tipo sputare materia verdastra o essere colpiti all’improvviso da epilessia, a cui il sacerdote-esorcista, autorizzato dal Vescovo, sa porre rimedio.

Il 28 agosto è il giorno della Festa del Santo, si festeggia con mostre, estemporanee di pittura, grandi tavolate di cibo, fuochi artificiali e la banda cittadina suona a passo di danza, ma il culmine è l’aspetto religioso e le persone generano lunghe code, per entrare nella cattedrale per infilarsi il collare, si dice che il collare sia la mano del Santo che protegge e aiuta tutti quelli che giungono al suo altare. Mentre si fa la fila per indossare la reliquia, si avverte un po’ di timore, perché c’è sempre qualcuno, che racconta e giura di aver visto coi propri occhi qualche indemoniato cambiare voce, sputare rospi o contorcersi o rovesciare gli occhi oppure parlare lingue sconosciute.

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Basilica di San Vicinio-Sarsina

Sono oltre 70mila i fedeli che, ogni anno, arrivano alla basilica di San Vicinio a Sarsina per avere la benedizione dell’imposizione della catena, nonostante molti lo facciano per superstizione o folklore, in un’intervista di qualche anno fa a un giornale locale, don Fiorenzo Castorri, esorcista di Sarsina e allievo di padre Amorth, raccontò che riceveva diverse persone settimanalmente per scacciare il demonio dal loro corpo ma in sette anni solo cinque di queste erano state trovate realmente possedute… non so voi, ma io avrei preferito che il sacerdote esorcista non ne avesse trovato manco una.

Paola Tassinari

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