I GRANDI COUTURIERS FRANCESI CHE ERANO ITALIANI

LA MODA FRANCESE CHE PARLA ITALIANO

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Si dice che non esisterebbe la Francia senza la sua grandeur che viene applicata in tutti i campi, dall’economia, alla politica, dalla cultura, alla cucina e che inevitabilmente tocca anche la moda.

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Il designer Pierre Cardin è stato definito, dai cugini d’oltralpe, l’ultimo couturiers francese, peccato che leggendo la sua biografia si scopre come il designer fosse nato in un piccolo paesino del Veneto, Sant’Andrea di Barbarana giungendo in Francia all’età di due anni, ma questo “piccolo dettaglio”, nel fashion system, sono in pochi a saperlo e in molti ad ometterlo. Travolto dalla grandeur française il designer diventa francese, ma a questi “miracoli”, noi italiani siamo abituati, basti solo ricordare la svista del canale televisivo France 2 che aveva definito il genio italico, Leonardo da Vinci un artista francese. Pietro Costante Cardin, diventato per il mondo Pierre inizia la sua folgorante carriera nel fashion system nell’atelier di un’altra grande designer italiana trasferitasi a Parigi, Elsa Schiapparelli per poi approdare da Christian Dior che lo promuove a primo sarto della maison. Pierre Cardin è stato il designer che ha portato, restando nel presente, il futuro in passerella: “creare per me vuol dire inventare qualcosa che non c’è. Compito del couturier non è fare un bel vestito, è cambiare l’immagine del mondo”. Pierre Cardin è stato il designer dell’arte e del declinare la creatività a tutto tondo, il designer che non ha solo creando collezioni di haute couture e pret-a-porter, ma anche firmando pezzi iconici di interior design, di design industriale, prodotti elettronici ed alimentari, acquistato e arredato una grande catena di hotel e ristoranti come Maxim’s. Pierre Cardin è stato il designer che arrivando dall’haute couture, a differenza dei suoi colleghi couturier, non ha snobbato il pret-a-porter, ma nel 1959 lancia una collezione ready-to-wear che verrà venduta nei grandi magazzini Printemps che gli valse l’espulsione dalla Chambre Syndacale. Per Cardin era importante che un bel vestito potesse rendere felice un maggior numero possibile di donne e non solo una cerchia ristretta di fortunate: “ho chiesto a me stesso, perché solo i ricchi posso accedere alla moda esclusiva? Perché non possono farlo l’uomo o la donna della strada? Io potevo cambiare questa regola. E l’ho fatto”. Ma quando tutti i suoi colleghi si butteranno nel pret-a-porter lui si ritirerà da quella fetta di mercato per distinguersi dagli altri. Sempre nel 1959 è il primo ad aprire una boutique di haute couture in Giappone, è stato il designer che ha dato tessuto e forma al futuro anche sacrificando la silhouette della donna non sempre valorizzata da forme e stampe geometriche, da volumi over che hanno reso difficile la portabilità dei suoi capi per le strade del mondo. Pierre Cardin è stato il designer che ha introdotto nella moda il concetto di unisex, quello che oggi conosciamo sotto il nome di genderless

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E’ stato il designer delle bolle dando vita al bubble dress, degli abiti dei Beatles, dei bijoux di plastica, degli estremi, nella sua moda tutto era molto mini o molto maxi, delle maniche a pipistrello, dei tagli oblò, degli orli decorati da pom-pom e frange, delle stampe geometriche, delle linee over, della moda spaziale, delle provocazioni. Il suo discepolo prediletto che ha portato avanti molti dei suoi concetti di stile, assoggettandoli al talento personale e al suo tempo, è stato il designer Jean Paul Gaultier.

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Altro grande maestro dell’haute couture francese, ma di cui le origini italiane sono poco conosciute è stato il coutirier Emanuel Ungaro. Sull’enorme talento del couturier considerato il chirurgo della moda non voglio ripetere quello già scritto nell’articolo pubblicato dopo la sua morte avvenuta nel 2019 e di cui al link: http://www.internationalwebpost.org/contents/IL_FASHION_SYSTEM_DICE_ADDIO_AL_SUO_%E2%80%9CCHIRURGO%E2%80%9D_15393.html#.XtEcvzczZdh

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La storia di una delle più iconiche maison d’oltralpe come Dior si incrocia con due grandi designer, uno passato e una attuale, che hanno contribuito ad un rinnovato interesse del fashion system, a regalarle nuovo glamour e appeal , che ne hanno fatto una delle maison più amate ed acquistate al mondo. Trentuno anni fa l’architetto della moda italiana, Gianfranco Ferré diventava il direttore creativo della maison Dior, il primo designer straniero a capo di una grande e storica maison francese che causò grandi dibattiti e critiche dal sapore tipicamente sciovinista. Il designer italiano, chiamato a ridare slancio alla maison, fu accusato di aver poca esperienza nell’haute couture, ma bastò ammirare la sua prima sfilata di haute couture per ricredersi. La sfilata fu un grande successo che si concluse con applausi scroscianti, furono in tanti ad alzarsi in piedi gridando in italiano, verso dei basiti francesi, che il genio italico era insuperabile e che dal 1989 aveva conquistato anche l’haute couture francese. Gli anni ’90 saranno gli anni di grande espansione del brand che nel ‘91 verrà anche quotata in borsa; grazie alla contemporaneità, alla pulizia e al rigore di Gianfranco Ferré le creazioni di Dior perdono il mood romantico del fondatore per acquisire una modernità chic che le donne degli anni ’90 adoreranno. Il designer italiano, al netto della sua esperienza francese, resta un grande nome del fashion system, ahimè spesso dimenticato perché persona schiva e poco presenzialista, in anni dove l’apparire contava più della genio creativo, e al quale dedicherò uno dei miei prossimi articoli.

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La seconda designer italiana e donna a capo della maison Dior è l’attuale Maria Grazia Chiuri che come Gianfranco Ferré è dovuta ripartire da un periodo di forte stagnazione che aveva portato la maison, nelle mani del designer Raf Simons, a perdere attrattiva e glamour. Ma dopo un solo anno dal suo insediamento, avvenuto nel 2016, tutti, sciovinisti compresi, si sono innamorati della designer che ha portato un considerevole aumento del fatturato riuscendo a compiere il miracolo di rendere Dior uno dei brand più amati anche dalle giovanissime. I capi di Dior non sono più prerogativa delle signore benestanti, ma anche delle loro figlie che indossano le iconiche gonne a ruota o in tulle di monsieur Dior con i combat boots, una t-shirt e una giacca di pelle. La designer ha ricevuto, nel 2019, la più alta onorificenza francese, Cavaliere della Legion d’Honneur che ha consacrato il suo talento e il suo impegno nel sociale. Dopo Valentino Garavani e Giorgio Armani, la Chiuri è la terza designer, ma la prima donna, a ricevere questo alto riconoscimento.

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Le sue collezioni diventano “parlanti”, la designer non perde occasione, ad ogni sfilata, di lanciare messaggi di inclusione e di parità di genere. Le sue collezioni non hanno mai avuto paura o quel senso di reverenza verso la pesante storia della maison, ma hanno sempre uno sguardo rivolto al futuro, alle nuove tendenze, intercettando le aspettative e i desideri delle nuove generazioni, una strategia che continua a pagare, sfilata dopo sfilata, sia in termini di consensi che di vendite. Se leggete da tempo i miei articoli sapete che considero Maria Grazia Chiuri, con Pierpaolo Piccioli, i designers più creativi e talentuosi del fashion system. Sapere che entrambi sono italiani e che sono diventati grandi grazie al lavoro, gomito a gomito, con un grande couturier italiano come Valentino Garavani è tutto orgoglio per il made in Italy. Che, ieri come oggi, ha conquistato anche la moda francese con buona pace della grandeur française.

T. Velvet

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