I PESCATORI ITALIANI SARANNO PROCESSATI

“Svolgevano la loro attività in un tratto di mare libico”

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È ormai ufficiale: i pescatori sequestrati andranno a processo. A rivelarlo è Yusuf Al-Agouri, presidente della commissione Affari Esteri di Tobruk: “Come abbiamo detto alle autorità italiane, i natanti sono stati fermati perché svolgevano attività di pesca nella zona economica esclusiva della Libia, secondo le segnalazioni ricevute, il fatto è considerato una violazione della legge libica – spiega a La Stampa – Da parte nostra rinnoviamo la richiesta di rimpatrio dei calciatori libici arrestati in Italia che avevamo avanzato prima della vicenda dei pescherecci”. Ad oggi, tra tanti punti oscuri, l’unico chiaro è la dimostrazione di forza da parte di Haftar: il generale pare sia stato escluso dal congelamento della guerra nei confronti di Roma, freeze imposto da Mosca, Ankara e Washington. “I pescatori appariranno davanti ad un tribunale che dovrà giudicare il reato da loro commesso”. Il “reato” che viene loro imputato è quello di aver condotto attività in tratti di mare libico.

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“Sull’argomento era intervenuto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha assicurato il massimo impegno del governo per una risoluzione positiva della vicenda – asseriscono Paci e Semprini a La Stampa - l’Italia non accetta ricatti, i nostri concittadini devono tornare a casa”. Anche perché i precedenti ci sono: non è per la prima volta che la Libia trattiene dei pescherecci italiani, anche se le volte anteriori le questioni si sono risolte nel giro di poche ore o, al massimo, un paio di giorni. In questo caso, invece, i pescatori loro malgrado protagonisti di questa vicenda sono “in stato di fermo” da due giorni, insieme a dieci loro colleghi di altre nazionalità: due di loro sono a bordo delle rispettive imbarcazioni mentre gli altri otto si trovano in una villa nei pressi del quartier generale di Haftar, Al-Marj. Conclusi gli antipasti e i primi, questo turbolento menù propone come secondo la controversa questione della liberazione dei quattro calciatori libici: la richiesta era arrivata per i condannati in appello nel 2015 con l’accusa di traffico di esseri umani e immigrazione clandestina.

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Ammazza-caffè, ovvero un breve ripasso sul funzionamento del sistema giuridico italiano: il caso è stato revisionato in primo e secondo grado, però è stato richiesto il ricorso in Cassazione. Come mai? Secondo l’avvocato attualmente assegnato alla difesa degli imputati, questi ultimi non sarebbero stati seguiti ed assistiti in modo continuativo dai predecessori. Il servizio offerto dai legali non più in servizio su questo caso non sarebbe stato, dunque, efficace. Della questione dei pescatori fermati in Libia, comunque, se n’è occupato anche Repubblica. E si arriva al dessert: “Mio figlio voleva soltanto guadagnarsi un pezzo di pane”. A dirlo è la signora Rosetta Ingargiola, la più anziana del gruppo formato da circa trenta persone che la mattina si ritrova con costanza al porto nuovo di Mazara del Vallo che fanno sentire la loro voce affinché i pescatori arrestati in Libia il primo settembre vengano lasciati liberi.Gruppo che è stato intercettato da Repubblica: “Quella di ieri è stata la notte peggiore, dopo aver sentito mio figlio che mi chiede aiuto. Noi non possiamo rimanere fermi, siamo pronti a manifestare: i nostri uomini sono andati in mare per guadagnarsi da vivere e il mare non è un gioco. Voglio riabbracciare mio figlio e tutti gli altri marittimi. Questa storia però capita spesso: quando ci sono navi italiane che ci assistono questo non accade, ma quando non ci sono accadono eventi del genere, come già avvenuto in passato”.

Francesco Bulzis

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