I RAGAZZI DI CORBINO. NOI SICILIANI SIAMO SIMPATICI (parte seconda)

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Corriere della sera 24 agosto 2020

Corbino nel ricordo dei suoi ragazzi

Il potente Corbino è il "Padreterno"; l’infallibile Fermi è il "Papa” il numero due, l’eclettico Rasetti, è il "Cardinal Vicario", ma anche il "Venerato Maestro"; l’ipercritico Majorana è il "Grande Inquisitore"; ci sono poi il "Basilisco" Segrè, la "Divina Provvidenza" Giulio Cesare Trabacchi, il "Cucciolo" Bruno Pontecorvo, l’”Abate”Edoardo Amaldi. E c’è anche Oscar D’Agostino, il chimico.

Ma in realtà Corbino per loro non era il Padreterno e neanche il senatore. Corbino era il Maestro.

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1936. Orso Maria Corbino con Marconi e Re Umberto I

Testimonianza di Emilio Segrè,premio Nobel per la Fisica nel 1959, nel libro: “Emilio Fermi fisico, una biografia scientifica”, scritto da Segrè ed edito da The University of Chicago nel 1970 e pubblicato nello stesso anno in Italia da Nicola Zanichelli Editore,

«Corbino aveva una intelligenza scientifica eccezionale, che colpiva chiunque conversasse con lui [...] Riusciva ad orientarsi su qualsiasi questione con rapidità prodigiosa e riconosceva immediatamente i punti essenziali di ogni problema sia scientifico, sia umano. Verso il 1920 era praticamente il solo professore di fisica in Italia che fosse aggiornato e apprezzasse gli sviluppi della fisica che avvenivano in quegli anni. Eccellente oratore, con uno stile un po’ fiorito e personale in cui si riconosceva spesso l’origine siciliana della frase, era spiritosissimo e aveva la risposta fulminante. La sua altezza d’ingegno era accompagnata da una personalità calda e simpatica e da una certa propensità alle manovre accademiche. Gli piaceva organizzare promozioni, trasferimenti e cose simili e in generale i suoi piani riuscivano. Era astutissimo, ma ciò che lo distingueva radicalmente dai molti politicanti universitari era l’elevatezza dei suoi fini e la sicurezza del suo giudizio. Credo però che malgrado i suoi grandi successi Corbino albergasse un profondo rammarico. Rammarico che la sua eccezionale abilità non avesse raggiunto risultati scientifici proporzionati alle ragionevoli speranze che poteva fondare su di essa. Le circostanze della sua vita erano state, tutto sommato, troppo difficili specialmente agli inizi per dar pieno sviluppo alle sue capacità potenziali. Di questi sentimenti, che io credo influenzassero la sua condotta, troviamo un’eco eloquente in un discorso pronunziato al Senato come ministro della Pubblica Istruzione nel 1922:

“Orbene, anch’io, onorevole Scialoja, avevo attraversato la crisi che voglio evitare per i miei colleghi di domani. Anche per me c’è stato un momento in cui avevo bisogno; poco, ma assoluto bisogno. Ho resistito fin che ho potuto, poi ho ceduto. Sono diventato senatore, son diventato ministro [...] ma la scienza la rimpiango ancora; rimpiango soprattutto, in mezzo alle amarezze della politica, i giorni tranquilli passati tra le esperienze e le macchine, e rimpiango che dopo la morte di Augusto Righi la fisica italiana purtroppo non gli abbia saputo trovare un successore.”

Testimonianza di Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica nel 1938.Conobbi il senatore Orso Mario Corbino quando tornai a Roma appena laureato, nel 1922. Io avevo allora venti anni e il Corbino quarantasei; era senatore, era stato già ministro della pubblica istruzione ed era inoltre universalmente noto come una delle personalità più eminenti nel campo degli studi. Fu perciò con spiegabile titubanza che mi presentai a Lui: ma la titubanza sparì subito di fronte al modo insieme cordiale e interessante con cui Egli prese a discutere con me dell’argomento dei miei studi. Avemmo in quel periodo conversazioni e discussioni quasi quotidiane, per effetto delle quali non solo mi si chiarirono molte idee che avevo confuse, ma nacque in me la profonda e sentita venerazione del discepolo verso il maestro, venerazione che andò sempre crescendo negli anni che ebbi la fortuna di passare nel suo laboratorio. Credo di poter affermare che questi sentimenti siano comuni a tutti quanti lo hanno avvicinato: la sua affabilità, il modo intelligente ed arguto con cui riusciva talvolta a dire anche verità spiacevoli senza menomamente offendere, la sua assoluta sincerità, il reale interesse che Egli provava per le questioni sia scientifiche che umane conquistavano subito simpatia e ammirazione.

Testimonianza di Bruno Pontecorvo, che si trasferì nel 1950 in Russia e divenne Bruno Maksimovič Pontekorvo, ricevette il Premio Stalin nel 1953 e divenne membro della prestigiosa Accademia delle Scienze dell’URSS nel 1958.

«La caratteristica di Corbino era, in un certo senso, la duplicità: da un lato la carriera politica, gli affari e i soldi, dall’altro il laboratorio, l’interesse per la fisica italiana, in una parola tutto ciò che gli ricordava la propria gioventù. Fermi e i suoi collaboratori vedevano in Corbino solo questo secondo aspetto. Oltretutto egli era sicuramente un uomo notevole, eccezionalmente affascinante, pieno di humour e, secondo quanto ne diceva Fermi, un vero saggio[...] L’incontro con il senatore fu quindi di grande importanza per Fermi che lo considerava una sorta di secondo padre. È necessario sottolineare che l’amicizia di un personaggio così influente come Corbino, il suo appoggio disinteressato per la fondazione della Scuola dei fisici italiani di Roma, la costante collaborazione, la gioia sincera per i successi, tutto questo ha esercitato un’influenza enorme sulla fisica italiana[...] In seguito, nello scherzoso gergo “religioso” dell’Istituto di fisica di Roma, Corbino ottenne il soprannome di “Dio Padre”.

Bruno Pontecorvo

Corbino reagì in maniera vivace alla comunicazione di Fermi e disse: ‘Dovete assolutamente brevettare il nostro metodo di ottenimento dei neutroni lenti.’ Ancora oggi non riesco a dimenticare il riso sincero, caloroso, infantile, di Fermi all’accenno di Corbino sul fatto che quei lavori di cui stavano parlando avrebbero potuto avere un utilizzo pratico. Corbino, all’ilarità di Fermi e dei suoi collaboratori replicò piuttosto seccamente: ‘Siete giovani e non capite niente!’ Naturalmente, Corbino aveva ragione: quel brevetto che fu registrato prima in Italia e poi negli altri Paesi risultò di grande utilità per gli inventori quando, nel 1950, il rallentamento dei neutroni divenne un metodo ampiamente utilizzato.”

Testimonianza del Chimico Oscar D’Agostino, pubblicata nel 1958 dal settimanale “Candido”

Avemmo subito la sensazione di quale arma terribile sarebbe stata nelle mani di una Potenza ricca di cervelli e di mezzi l’utilizzazione della energia nucleare alla quale il brevetto numero 324458 apriva di colpo vie grandiose. Questo lasciò chiaramente capire il senatore Orso Mario Corbino, nostro indimenticabile maestro, annunciando nel 1934 la scoperta di Fermi alla Accademia dei Lincei, presente Vittorio Emanuele III. Ma subito dopo, quasi impaurito con sé stesso, osservò rivolgendosi direttamente al Re: «Ci sia lecito esprimere l’augurio che l’opera della Scienza sia ormai destinata ad aumentare il benessere della Umanità e non alla sua distruzione». Corbino, purtroppo, fu cattivo profeta. Egli però non poté conoscere i risultati della guerra atomica perché morì prima ancora che Fermi, Rasetti e Segré si trasferissero negli Stati Uniti, prima ancora che Pontecorvo emigrasse in Francia e in Canadà sotto la spinta delle leggi razziali. In Italia rimanemmo solo in tre, Amaldi, Trabacchi ed io.

Testimonianza di Laura Capon in Fermi, nel libro “Atomi in Famiglia” pubblicato negli Stati Uniti, nel 1954, dalla prestigiosa “University of Chicago press” e pubblicata lo stesso anno in Italia dalla “Arnoldo Mondadori Editore”, intitola il capitolo IV “I ragazzi di Corbino” e scrive:

“Corbino aveva spiccatissime doti comuni ai Siciliani; era d’ingegno acuto, di mente pronta ed equilibrata, di giudizio sicuro; nei rapporti umani metteva un affetto semplice e caldo. L’esuberanza fisica, lo spirito battagliero, l’inestinguibile forza di volontà, lo rendevano capace di raggiungere qualsiasi fine prefisso. E il fine che si prefiggeva ora era l’attuazione di una scuola di fisica che in breve tempo raggiungesse fama mondiale”. Corbino li chiamava i suoi ragazzi e, come un padre, li seguiva amorevolmente nelle loro ricerche, oltremodo orgoglioso dei loro successi. I ragazzi di Corbino lavoravano assieme, in una collaborazione naturale e spontanea”.

Epilogo

«La Repubblica non ha bisogno di scienziati». Così rispose un giudice del tribunale rivoluzionario di Parigi a Antoine Lavoisier, il chimico più illustre del suo tempo, che aveva pregato i magistrati di rinviare la sua condanna a morte per potere perfezionare, dal carcere, le misure del nuovo sistema metrico decimale. Oggi, per gli scienziati, in Italia, non occorre la ghigliottina: dopo averli formati, invece di premiarli, è sufficiente metterli alla porta.

Quanti Maestri si sarebbero comportati, allora come oggi, come Corbino, con tanta dedizione e rettitudine morale nei confronti dei propri discepoli?

Adesso, dopo una vita di vittorie e di sconfitte, i ragazzi sono tutti morti. Probabilmente vorrebbero essere ricordati come “I ragazzi di Corbino”. Sì, chiamiamoli “I ragazzi di Corbino”. Onoriamo i nostri migliori Maestri, perpetuiamone il ricordo, troviamo in essi gli aspetti più fulgidi e incontroversi del loro esempio, rifuggendo da speculazioni effimere e da enfatizzazioni in negativo non pregevoli; facciamone lucere il profilo più vero e significativo. E rammentiamoli con un sorriso, specie se i Maestri sapevano pure sorridere. Perché noi siciliani siamo simpatici, prima ancora di essere antipatici.

Nota di ringraziamento dalla Redazione della Rubrica "...i colori della cultura"

Condivido con i lettori e le lettrici le note a margine a me pervenute.

Si riferiscono agli articoli:

HUSKY,QUELL’ESTATE DEL ’43

https://www.internationalwebpost.org/contents/Husky,_quell%E2%80%99estate_del_%E2%80%9843_18898.html#.X2jdLBAzbcc

I RAGAZZI DI CORBINO. NOI SICILIANI SIAMO SIMPATICI (parte prima)

https://www.internationalwebpost.org/contents/I_RAGAZZI_DI_CORBINO__NOI_SICILIANI_SIAMO_SIMPATICI_(parte_prima)_19139.html#.X2jgRRAzbcd

entrambi firmati da Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli, scrittori cultori della storia siciliana.

Esprimo, a nome della Redazione della Rubrica della Pagina della Cultura, di cui sono responsabile, il mio sincero apprezzamento per l’ottimo lavoro svolto.

Antonella Giordano

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Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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