I sentieri di Psiche

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Qesta nuova rubrica,“I Sentieri di Psiche”. nasce con l’obiettivo e la timida ambizione di rappresentare uno spazio, o meglio, una serie di percorsi che settimana dopo settimana porteranno il Lettore ad esplorare tematiche, problematiche, aree che riguardano non solo la propria psiche, ma anche il contesto che circonda l’individuo di questa complessa epoca, di questa “società liquida” come la definì un po’ di tempo fa Bauman.

cms_11670/DSC_2838.jpgSono Teresa Fiora Fornaciari, psicologa clinica. Mi sto specializzando in Terapia sistemico-relazionale; lavoro da sei anni nell’ambito delle cooperative sociali. Inizialmente ho lavorato con minori portatori di molteplici disagi: da quelli socio-familiari a quelli psicopatologici; da due anni ho il privilegio di aver intrapreso due percorsi paralleli: il lavoro come educatrice e psicologa presso un Centro diurno socio-educativo e riabilitativo che ospita individui con molteplici disabilità psico-motorie e sensoriali e l’aver intrapreso la Scuola di specializzazione diretta dal Prof. Pasquale Chianura di Bari. A quest’ultima esperienza è associata la mia esperienza presso la Neuropsichiatria dell’infanzia e adolescenza della Asl Bari presso la sede di Molfetta; nel contesto di questa esperienza sto toccando con mano quante famiglie si affacciano al Servizio di NPIA con richiesta di inquadramento diagnostico e mi sto rendendo conto che molte volte il bambino o il ragazzo portato all’attenzione dei clinici non è che il cosiddetto “paziente designato”, portatore di un sintomo dovuto a disfunzioni caratterizzanti le dinamiche familiari.

Il mio desiderio e obiettivo è quello di portare all’attenzione del Lettore le problematiche e gli approcci derivanti da esperienze sul campo: ritengo che la nostra quotidianità sia già sin troppo impregnata di parole spesso prive di contenuti; coloro che chiedono e cercano aiuto lo fanno con l’aspettativa di trovare contenuti più che risposte. Sono certa che una buona prevenzione primaria parta da una precisa ed onesta informazione; ed è per questo che, insieme alla Redazione di codesta Rivista – che ringrazio già anticipatamente nella persona del dott. Attilio Miani – penso che questa rubrica potrà essere uno spazio virtuale arricchente per coloro che avranno la curiosità di leggerne le righe.

In questo primo articolo, mi preme introdurre il tema della disabilità di cui spesso parleremo. Disabilità intesa non soltanto in senso motorio o psichico ma anche come mancanza di capacità di consapevolezza e gestione delle emozioni proprie ed altrui: mi riferisco a tutte le forme di violenza: di genere, bullismo e cyber bullismo, violenza assistita, mobbing, stalking e altre forme di prevaricazione di un individuo sul altri. Ma, ai fini di una corretta cronistoria del termine, è importante ricordare che il concetto di disabilitàha subito nel tempo una profonda revisione, sia dal punto di vista scientifico che sociale e culturale.

Nel 1992 si parlava di persona con handicap, oggi di persona con disabilità o diversamente abile; ma, ben presto si è capito che la problematica risiedeva negli effetti di tale disabilità nei vari contesti sociali. Proprio qualche giorno fa, si dibatteva con i ragazzi del centro diurno sul fatto che spesso essi associano la mancanza di amici alla loro condizione: li ho fatti riflettere sul fatto che quando andiamo al bar o in pizzeria con un amico, siamo seduti e certamente il non essere abili a camminare o a ragionare come tutti non costituisce di per sé un ostacolo alla nascita e al mantenimento di una sana e vera amicizia. A tal proposito, avrò modo di raccontarvi quanta discrepanza esista tra intelligenza cognitiva ed intelligenza emotiva. Ne deriva che la possibilità di svolgere un ruolo sociale adeguato dipende molto dalle caratteristiche dell’ambiente, non solo dalle capacità della persona e possiamo certamente dire che con il Regolamento Regionale della Puglia n. 4 del 2007, la nascita di strutture semi-residenziali ha permesso che i nostri ragazzi possano sperimentare e sperimentarsi in forme di relazione impostate sulla costanza e la fiducia oltre che acquisire competenze riguardo molteplici aspetti.

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L’introduzione nel 2001 del modello ICF (International Classification Functioning) - sviluppato all’interno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ossia dell’ONU – ha avuto l’obiettivo di creare una classificazione utilizzabile e riconosciuta a livello mondiale, in ogni contesto culturale, al fine di descrivere in maniera globale il funzionamento della persona.

Le tre dimensioni della classificazione sono Funzioni e strutture corporee - Attività personali - Partecipazione sociale, nello stesso tempo vengono considerati i fattori contestuali, socio-familiari oltre che le condizioni fisiche. Tale approccio, infatti, è chiamato bio-psico-sociale proprio perché la condizione di salute viene valutata globalmente in base alla dimensione biologica, individuale e sociale.

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Il concetto di disabilità, pertanto, è inteso come la risultante di una complessa relazione tra la condizione clinica dell’individuo, i fattori personali e i fattori ambientali e cioè il contesto in cui egli vive. Per questo è necessario che coloro che svolgono le professioni di aiuto attivino strumenti al fine di fornire e produrre elementi facilitatori che aiutino ad oltrepassare le barriere, fisiche e psichiche, che tale disabilità provoca.

A tal proposito, mi viene in mente la frase di una canzone di Simone Cristicchi di qualche anno fa, “Ti regalerò una rosa” che diceva: “La mia patologia è che son rimasto solo”.

Nel campo della salute mentale, esiste un termine: recovery che si riferisce a un processo attivo, dinamico e altamente individuale attraverso cui una
persona assume la responsabilità della propria vita, e sviluppa uno specifico insieme di strategie rivolte non solo alla gestione dei sintomi, ma anche alle minacce secondarie derivanti dalla sua disabilità, che comprendono stigma, discriminazione ed esclusione sociale. La canzone di Cristicchi infatti cantava la storia di un paziente psichiatrico.

Un ultimo riferimento mi preme dedicarlo alla relazione tra Operatore della professione d’aiuto e Paziente o Cliente: è necessario e indispensabile intercettare sin da subito la domanda di aiuto e soprattutto portare fede al patto di assistenza non soltanto socio-sanitaria ma umana, psicologica ed affettiva; non incorriamo nel grave errore di pensare che un paziente psichiatrico in crisi abbia soltanto bisogno di contenimento farmacologico o psicoterapico: a volte ha semplicemente bisogno di un abbraccio che richiama il concetto di holding ovvero di contenimento affettivo ed emotivo. E poi, come in una ricetta per un dolce, metterci la fiducia, la chiarezza, la sincerità, l’attenzione, l’autentico ascolto, la pazienza e il non giudizio.

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La persona diversamente abile cerca molto di più che un semplice meccanismo sintomo-cura: cerca infatti qualcosa di molto più complesso: una relazione terapeutica attraverso la quale sperimentare nuovi sentieri di cura e di gestione dei propri limiti così come delle proprie risorse.

E’ importante non dimenticare mai di sentirsi uno di loro o almeno di mettercela tutta per far sì che sia così.

Saluto il gentile Lettore con un grazie sentito e con le parole di un ospite di un centro diurno trovate in internet un po’ di tempo addietro: leggendole, mi suonarono subito familiari perché spesso le sento pronunciare dai nostri ragazzi…

“Il Centro era un mondo, in piccolo. Era un mondo. Io ho cominciato a vederlo, a vedere quel mondo lì e avere rapporti lì dentro: la fiducia, la sfiducia, il dare, il non dare. Questo mi ha dato gli strumenti da portare anche all’esterno. E’ stato un processo lungo, però penso che sia stato proprio questo, l’aiuto che mi è stato dato. Il costruirmi, mettere insieme mattoncino su mattoncino, tenermi insieme, non demolirmi più. Costruirmi e anche aver fiducia nel prossimo, negli altri”.

Grazie per la Vostra attenzione, Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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