I sentieri di Psiche

TELEMACO SI E’ MESSO IN VIAGGIO ...Essere figli di un padre navigante

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TELEMACO SI E’ MESSO IN VIAGGIO

Essere figli di un padre navigante

“Al calare della sera noi,

uomini di mare a Te leviamo o Signore la nostra preghiera e i nostri cuori:

i vivi sulle navi, i morti in fondo al mare.

Fa che la notte passi serena

Per chi veglia nel lavoro

Per chi stanco si riposa.

Fa che ogni nave conservi la sua rotta e ogni navigante la sua fede.

Benedici le famiglie che lasciammo sulla riva

Benedici la nostra Patrie tutte le patrie dei naviganti

Che il mare unisce e non divide.

Benedici chi lavora sul mare per meritarsi il pane quotidiano

Benedici chi lavora sui libri per meritarsi il mare

Benedici chi in fondo al mare

Attende la Tua luce e il Tuo perdono.

Così sia.”

(Preghiera del navigante)

cms_12635/0.jpgCaro Lettore,

ci ritroviamo su I sentieri di Psiche e camminando lungo il nostro tragitto, ci troviamo dinanzi a un lungomare: in lontananza si vede un faro, alto, luminoso che fa da guida alle navi nel mare, ma ciò che ci salta agli occhi è una barca solitaria sulla quale c’è un uomo. E’ un padre, un padre navigante che sta lavorando e che ha dovuto lasciare la sua famiglia sulla riva…proprio come cita la preghiera con cui ho aperto.

E’ da quando ho intrapreso la mia esperienza di tirocinio presso la Neuropsichiatria infantile di Molfetta che mi capita spesso che si presentino al servizio adolescenti, in particolare di genere femminile, che chiedono aiuto per una sintomatologia ansiosa o ansioso-depressiva con frequenti attacchi di panico, bassa autostima, scarsa motivazione nell’ambito scolastico e sociale, pur in presenza di un buon rendimento.

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Ad un anno e mezzo dall’inizio di questa mia esperienza formativa e professionale, ho riflettuto sul fatto che molti di questi adolescenti sono figlie e figli di padri che navigano: Molfetta è una cittadina di mare e molti dei suoi abitanti fanno questo lavoro da molti anni. Tener conto della collocazione geografica, in un percorso di psicoterapia, è senza ombra di dubbio un elemento di arricchimento poiché può far comprendere meglio il contesto in cui vivono coloro che chiedono sostegno.

La tematica del padre assente, perché navigante, appartiene innanzitutto alla mitologia greca e ci riporta alla storia di Ulisse, dei suoi viaggi, del suo ritorno in patria, ma soprattutto al suo rapporto con il figlio Telemaco: ci sono molteplici leggende e diverse versioni; tuttavia la più accreditata è quella secondo cui Telemaco nasce poco prima della partenza del padre e dovrà attendere ben venti anni prima di poterlo rivedere. Massimo Recalcati, psicoterapeuta ha affrontato l’argomento sottolineando l’importanza della figura paterna e di quanto sia necessario restituire al padre il suo ruolo; lo psicoanalista, infatti, parla di “evaporazione del padre” ovvero il venir meno del ruolo paterno in molte circostanze. Recalcati sostiene che sia fondamentale che la figura del padre non sia più quella arcaica caratterizzata dal dominio e dalla prevaricazione, bensì dal testimoniare cosa sia l’esistenza dell’essere umano e per testimoniare deve dare esempio vivo di come si affrontano le avversità della vita. Recalcati parla inoltre del ‘complesso di Telemaco’ che sarebbe derivato proprio dall’evaporazione della figura paterna: “il tempo dei nostri figli è il tempo di Telemaco che non è solo una figura della nostalgia; Telemaco è il figlio giusto che ha il coraggio di mettersi in moto di compiere il proprio viaggio ed è colui che rende possibile il ritorno di Ulisse in patria”, Recalcati quindi definisce la generazione attuale “generazione Telemaco” e cioè una generazione di adolescenti che devono trovare il coraggio di intraprendere un viaggio, pur se non guidati da genitori adeguati.

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Le adolescenti che chiedono aiuto e sostegno sono nostalgiche, orgogliose, intelligenti e inizialmente diffidenti; narrano dei loro padri assenti ad intermittenza e di rado vengono a colloquio con le madri che nel frattempo hanno trasformato la famiglia in un nucleo matriarcale.

Non molti giorni fa mi sono trovata a consigliare una mamma di condividere tutto col marito, seppur in viaggio, navigante, al fine di mantenere la genitorialità che non viene a mancare nell’assenza fisica del padre; le madri, mogli di uomini naviganti sembrano scisse tra due stati mentali: “sono sola a badare ai miei figli” e “noi da sole ce la facciamo benissimo, è inutile parlare con mio marito, lui è lontano e non voglio angosciarlo”. Ecco, sono questi i due pensieri contraddittori e coesistenti nelle parole delle mamme.

Sono intimamente convinta che in realtà il tenere all’oscuro dell’andamento della vita domestica i padri assenti per lavoro sia una maniera sublimata di castrarli in qualche modo del loro ruolo paterno per poter nello stesso tempo esercitare il ruolo materno che inevitabilmente è connotato dalla dimensione della chioccia; è noto infatti da diversi studi, come anche sostenuto da Vittorino Andreoli, che il padre è colui che recide il cordone ombelicale tra madre e figlio, per consentire a quest’ultimo di aprirsi al mondo esterno.

Alfredo Canevaro, terapeuta familiare inventò un esercizio in seduta: il taglio del cordone emotivo: consisteva nel portare delle forbici in seduta come oggetto simbolico esperienziale che significava il taglio del cordone tra madre e figlio.

La tematica del padre navigante fa tornare alla mente non soltanto il mito di Ulisse ma anche un film assai famoso: Cast away del 2000; un uomo intraprende un viaggio per lavoro, l’aereo cade e si trova a diventare un naufrago. L’uomo trascorrerà quattro anni in “esilio” fino a che non troverà il modo di tornare scoprendo però una terribile realtà; negli anni trascorsi in solitudine, l’uomo trova mille espedienti per sostentarsi e in particolare disegna con del sangue occhi naso e bocca ad un pallone che diventa il suo confidente, il suo amico immaginario, escamotage per non impazzire.

Su I sentieri di Psiche ci ritroviamo spesso a parlare di solitudine e di paura poiché probabilmente sono le due cose che, insieme alla malattia, temiamo maggiormente: nelle famiglie di padri naviganti, ognuno soffre la propria intima solitudine che si esplica poi nelle paure e in seguito in sindromi depressive. Ho sempre pensato che sia doloroso e difficile essere orfani di padri defunti, ma penso che ancora più desolante sia essere orfani di padri vivi: con questo non voglio riferirmi ai papà lontani per lavoro o a quelli separati, ma a coloro che pur vivendo costretti in queste situazioni, vengono privati della facoltà di esercitare il loro ruolo genitoriale.

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Siamo in un’epoca storica in cui spesso parliamo della violenza sulle donne. Penso invece che ci troviamo di fronte a nuove emergenze relazionali familiari che impongono la ristrutturazione dei confini e soprattutto dei ruoli maschile e femminile, materno e paterno per poter consentire ai nostri figli di confrontarsi in egual modo con i propri genitori; la famiglia è il campo di prova della vita relazionale di ciascun individuo.

E’ necessario quindi diffondere una cultura della diversità nell’uguaglianza, una diversità che è arricchimento, non privazione, un’uguaglianza che è reciproco rispetto e riconoscimento dell’altro, non sterile omologazione.

I nostri ragazzi hanno bisogno, come Telemaco, di intraprendere il loro viaggio attraverso la vita, per fare le loro esperienze e per ‘salvare’ e perdonare i loro genitori per non essere perfetti.

Credo fermamente che sia questa l’essenza della nostra esistenza.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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