I social network? Rischiano di generare isolamento sociale

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Elemento di informazione a tutto tondo o piuttosto elemento di disinformazione? Architettura per creare comunità e senso di appartenenza o luogo che fomenta la paura di isolamento? Le domande dal tono amletico e per certi versi paradossali se si riferiscono ai social media, riguardano due redenti studi. Il primo è stato pubblicato sugli “Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze” e attesta come i social network tendano a formare delle comunità segregate, alla lunga cioè sarebbero veicoli di disinformazione.

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La ricerca che non è altro che un aggiornamento di uno studio effettuato da parte di un team di ricercatori facenti parte del Laboratory of Computational Social Science, dell’Istituto di studi avanzati di Luccae dell’Università di Roma LaSapienza, fa emergere una polarizzazione degli utenti sul consumo di notizie su Facebook. Gli utenti, cioè, tenderebbero a concentrare la loro attenzione su un numero limitato di fonti giornalistiche di cui condividono sia i valori sia i punti di vista. Così facendo si avrà sempre meno occasione di modificare le proprie opinioni, trasformando i social network non solo in un elemento di disinformazione, ma anche in comunità segregate dove la comunicazione è sempre più personalizzata: narrazioni specifiche riunite in determinati gruppi che rafforzano la propria visione del mondo.

cms_5858/3.jpegA queste conclusioni il team di scienziati è giunto grazie all’analisi delle interazioni di oltre 350 milioni di utenti di Facebook con più di 900 agenzie di stampa in un arco temporale di circa 6 anni. Il secondo studio è stato invece pubblicato sull’ “American journal of preventive medicine” ed ha analizzato un campione di giovani adulti statunitensi di età compresa fra i 19 e i 32 anni. Lo studio rivela che chi trascorre oltre due ore al giorno su piattaforme come Facebook ha il doppio delle probabilità di sentirsi isolato dagli altri nella vita reale. E qui c’è il paradosso, ovvero l’uso frequente dei social network rischia di generare un maggiore isolamento sociale nella vita reale. Il risultato mette in seria discussione l’obiettivo dichiarato dalla maggior parte dei social media, quello di unire e di aumentare le relazioni fra le persone. Trascorrere sui social ogni giorno due ore del proprio tempo, avrebbe come conseguenza il percepire un rischioso isolamento sociale rispetto a utenti che si limitano invece a una sola mezz’ora giornaliera. Vi è poi l’aggravante di chi nell’arco dei sette giorni settimanali, fa tappa sui social almeno 58 volte e corre il rischio di presentare, invece, un rischio di isolamento sociale percepito ben tre volte superiore rispetto a chi si ferma a nove visite settimanali.

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Si potrebbe però obiettare che i dati di questa ricerca siano fuorvianti, perché non si capisce quale relazione ci sia fra l’uso intenso di un social e la sensazione di isolamento percepita, ovvero chi sia causa dell’altro. Vi è poi la reale possibilità che chi si senta escluso socialmente provi poi di conseguenza a sopperire a questo disagio con il trascorrere molto tempo sui social, piattaforme che offrono ai propri utenti un ritratto irrealistico delle vite connesse in rete. I risultati non vanno chiaramente generalizzati a tutta la popolazione, ma sono, ambedue gli studi, un indice importante per valutare come ancora una volta i toni trionfalistici con i quali abbiamo accolto le piattaforme di condivisione siano da ridimensionare. Nei due studi emerge come per molti utenti sia più semplice, perché meno faticoso, accogliere idee che già si posseggono o condividono, piuttosto che ripartire da capo, resettare il proprio bagaglio di certezze su un dato argomento. In fin dei conti non dover ricorrere al contraddittorio non fa che aumentare la propria autostima e la sicurezza nelle proprie idee, giuste o sbagliate che siano. Gestire poi il proprio habitat virtuale come rovescio della medaglia del proprio status sociale, è significativo della ricerca di un riscatto personale offertoci grazie alle nuove tecnologie di condivisione, sempre pronte e disponibili a sopperire alle nostre fragilità emotive.

Andrea Alessandrino

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