I tardivi problemi di coscienza degli ex dirigenti della Silicon Valley

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cms_8030/2.jpgI colpi di piccone contro il muro del social network più famoso al mondo continuano. Adesso è l’ora di un altro ex dirigente di Menlo Park, Chamath Palihapitiya, il quale in queste ultime settimane ha dichiarato: «Ho lasciato Facebook perché mi sento in colpa per aver creato strumenti che stanno programmando la vostra vita». Le parole dell’ex dirigente di Facebook si accodano alle ultime dichiarazioni rilasciate dai suoi ex colleghi dell’azienda californiana, i quali dopo aver fatto le valigie evidentemente hanno avuto un rimorso, tardivo, di coscienza e si sono prodigati a rilasciare dichiarazioni molto pesanti contro la loro ex famiglia lavorativa. Il filo comune che lega i sassolini tolti dalle scarpe di queste forti personalità facenti capo a Zuckerberg, è il rimorso di aver creato scientemente degli strumenti in grado di distruggere il tessuto sociale dei loro utenti, imponendo loro una specie di programmazione neurale e comportamentale delle vite sui social. Palihapitiya nel suo intervento presso la Graduate School of Business di Stanford ha puntato il dito non solo contro Facebook, ma contro tutti i social affermando che «i cicli di feedback a breve termine che abbiamo creato, guidati dalla dopamina, stanno distruggendo il modo in cui la società funziona», riferendosi al noto sistema di interazioni online basato tutto su cuoricini, like e pollici all’insù, ovvero a quella smania da aggiornamento compulsivo dei feed social che tutti i possessori di uno smartphone conoscono fin troppo bene. Il problema messo sul tavolo da Palihapitiya non è solo a stelle e strisce, ma riguarda un sistema di disinformazione a livello globale.

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Il tema è vecchio quasi quanto il mondo, perché ancora una volta riguarda la capacità manipolatoria di pochi abili professionisti del settore della disinformazione per incidere profondamente sulla vita di ampie fasce della società, e gli utenti, da parte loro, non se ne rendono conto perché troppo immersi nell’errata idealizzazione dei social network. Gli utenti dei social, in poche parole, danno valore e importanza a sensazioni a breve termine (cuori, mi piace, pollici all’insù, condivisioni, ecc.) invece di valutare problematiche a lungo termine che il loro comportamento vizioso, in quanto inficiato da una pseudo sensazione di benessere soggettivo, porta nelle loro vite reali e quotidiane. Le parole di Palihapitiya fanno dunque il paio con quelle di Sean Parker, il cofondatore di Napster socio fondatore di Facebook, e dell’investitore Roger McNamee, tutti uniti nel sottolineare l’uso e l’abuso della vulnerabilità della psicologia umana con un meccanismo sottile in grado di creare dipendenza come fosse una droga. Il suggerimento allora è di smettere di usare i social media o perlomeno di usare cum grano salis l’interazione con essi, anche se è doveroso sottolineare come oggi l’ex manager di Facebook, Palihapitiya, investa in start-up nel settore dell’educazione e della sanità e che dunque le sue parole appaiono, come dire, non solo tardive ma funzionali nel denigrare la sua ex azienda e per attirare attenzione e feedback nei confronti delle sue nuove attività imprenditoriali.

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Restano però i fatti, ovvero, e lo ha ammesso qualche giorno fa il capo della ricerca del gruppo di Facebook David Ginsberg e la ricercatrice Moira Burke, che passare troppo tempo sui social fa male, nel senso che a far danni è l’uso passivo dei social e non certamente l’interazione con altri utenti a colpi di like e commenti. L’unica soluzione rimasta di fronte a denunce così impressionanti provenienti dalla pancia dell’azienda Facebook e che riguardano profilazione, dipendenza e maggiori entrate pubblicitarie facendo leva sulle nostre inconsce debolezze, è lo staccare la spina, concedersi un intervallo spaziale e temporale di cui l’uomo necessita, perché quello che sta avvenendo, come avverte Gillo Dorfles lanciando il suo allarme per l’incedere dell’horror vacui, è « “la saturazione percettiva” che dipende tanto dai vecchi quanto dai “nuovi” mass media, e alla loro spropositata e incontrollata utilizzazione da parte dell’Umanità, che rischia di sopprimere quel “tempo libero”, quel tempo intervallato di cui ognuno di noi ha un sacrosanto diritto».

Andrea Alessandrino

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