Il New York Times muove pesanti accuse all’alta moda

Nel sud Italia le stesse condizioni di lavoro del Bangladesh

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Lavoro che vai, irregolarità che trovi. Questa volta, a passare sotto la lente di ingrandimento delle anomalie di sistema è il comparto dell’alta moda attraverso un’indagine giornalistica legata allo sfruttamento della manovalanza nel tessile.

La denuncia arriva da oltreoceano e porta la firma di Elizabeth Paton e Milena Lazzazzera, che nell’inchiesta denominata Inside Italy’s Shadow Economy hanno passato al setaccio il lavoro prodotto in Puglia per le grandi e blasonate griffe italiane.

In una non casuale concomitanza con la settimana della Fashion week a Milano, il quotidiano statunitense ha scoperto il vaso di Pandora lanciando pesanti accuse sulla moda italiana, e lo ha fatto senza edulcorare i termini.

L’ accusa ai guru del fashion è quella di strizzare l’occhio a tutta una serie di irregolarità che vanno dal lavoro in nero, privo di qualsiasi garanzia e assicurazione, agli stipendi da fame, argomento quest’ultimo che già di per sé alza i toni del dibattito.

L’evidenza che ne emerge è sempre la stessa e vuole gli anelli più deboli del sistema costretti a piegarsi alle logiche di aziende che, proprio sul loro sfruttamento, costruiscono gli imperi economici del lusso.

L’articolo delle giornaliste americane si apre con le dichiarazioni dettagliate di una sarta di Santeramo in Colle, paesino dell’entroterra barese. Nelle parole della lavoratrice si legge l’amara conferma di un sistema che si muove ai limiti della legalità.

Nel caso pugliese poi, la matassa si infittisce nel labirinto incontrollabile delle commesse in subappalto. Il lavoro, che viene affidato alla sarta dall’ azienda locale che produce piccoli inserti per i colossi della moda, innesca una rete di lavoro sommerso difficile da controllare.

Fin qui nulla di nuovo. Quel meccanismo selvaggio di precarietà, sfruttamento e ingiustizia che governa lo scintillante mondo della moda è noto dal ben lontano 1989, quando venne lanciata la campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, che opera per il miglioramento delle condizioni di lavoro ed il rafforzamento dei diritti dei lavoratori nell’industria tessile globale

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Deborah Lucchetti, portavoce della rete, si occupa di lavoro, diritti umani, globalizzazione ed economie solidali. La sindacalista riferisce come, nel lavoro di coordinamento con 17 paesi europei e con le organizzazioni di diritti del lavoro in Canada, Stati Uniti e Australia, sia emersa una realtà che negli ultimi anni guarda sempre più verso l’Europa.

In particolare gli ultimi rapporti descrivono i Paesi dell’Est-Europa e l’Italia quali snodi produttivi fondamentali al servizio di catene di fornitura globali in cui persistono condizioni diffuse e strutturali di sfruttamento del lavoro. Nel rapporto si fa riferimento a quegli accordi di sub-fornitura che alimentano il lavoro a domicilio e che si prestano alla violazione dei più basilari diritti individuali con salari bassissimi, mancanza di sicurezza, il ricatto della precarietà e i rischi per la salute.

Il sistema del lavoro a domicilio, d’altra parte, non solo è sopravvissuto a ben tre rivoluzioni industriali, ma cresce nel mondo in maniera esponenziale: i lavoratori a domicilio nel 2004, secondo le stime internazionali, erano 300milioni, per lo più donne. In Italia i dati Istat del 2014 ci parlano di 4.164 lavoratori a domicilio, dei quali 3.611 sono donne. Questa forma di lavoro dilaga in Italia e nel mondo sostenuto dall’invisibilità dei lavoratori e dall’omertà dei committenti che vanificano l’attendibilità dei rilevamenti statistici.

La situazione di sfruttamento e sofferenza per i lavoratori del settore non si limita ad alcune regioni del pianeta, ma è globale e il danno che produce va a pesare anche su quei Paesi che se ne sentono al riparo.

Oggi assistiamo a fenomeni importanti di rilocalizzazione del lavoro, nei Paesi dell’Est in particolare e in Italia. Ma il reshoring (nome tecnico per indicare il fenomeno)è ben lungi dall’essere fuoriero di buoni risultati: questo rigurgito di lavoro attecchisce sui fenomeni estesi di lavoro illegale, non inquadrato,precario, e si annida sia al Sud, dove è il lavoro in subappalto a farla da padrona, sia al Nord, dove prolifera il lavoro sottocosto della manodopera cinese. L’assenza di regole e di interventi pubblici a tutela del lavoro favorisce la discesa dei salari ed il peggioramento delle condizioni di lavoro, vanificando quanto pure c’è di buono in un progetto di globalizzazione.

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Uno dei concetti cardine della rete Campagna Abiti Puliti va a braccetto con la rimozione culturale di certi concetti anacronistici che di fatto rendono i soggetti schiavi e non lavoratori, ed è quello di considerare la trasparenza un diritto dei cittadini.

Conoscere le condizioni sociali in cui è prodotto ciò che si acquista conferisce al consumatore la possibilità di premiare, attraverso la scelta dell’acquisto, quelle aziende che producono nel rispetto dei diritti umani.

Questa esigenza è testimoniata dalle petizioni di migliaia di cittadini sensibili sul tema, oggi ampiamente dibattuto, del consumo consapevole.

Tornando alla vicenda delle accuse del N.Y. Times, è doveroso sottolineare che il presidente della Camera della moda, Carlo Capasa, ha annunciato di voler adire le vie legali nei confronti del quotidiano americano. Fatta salva l’onorabilità del made in Italy, a voler essere pragmatici una certa rassicurazione di inflessibilità nei controlli della filiera dei grandi marchi, in futuro, vorrebbe significare che la moda ha finalmente intercettato l’unico binario possibile, quello di un concetto pieno di economia sostenibile.

Maria Cristina Negro

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