Il Re di Thailandia si concede una vacanza in Baviera

L’ira del suo popolo

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Fra le numerose zone montuose e fra le tante stazioni sciistiche presenti in Europa sarebbe difficile non menzionare Garmisch-Partenkirchen, una località alto-bavarese distante una dozzina di chilometri dal confine austriaco e nata nel 1935 dall’unione di due città (Garmisch e Partenkirchen, per l’appunto) proprio al fine di poter partecipare al meglio all’organizzazione delle Olimpiadi di Berlino dell’anno successivo. Terminata la prestigiosa competizione la località continuò ad ospitare diversi eventi sportivi come i mondiali di sci alpino del 1978 e del 2011 o le gare di salto con gli sci del torneo dei quattro trampolini, eppure, nessuna di queste gare sarebbe sufficiente a descrivere il prestigio e il rispetto che Garmisch-Partenkirchen avrebbe guadagnato nel corso dei decenni a causa della propria vicinanza con l’imponente vetta dello Zugspite, la più alta montagna tedesca, e del proprio efficientissimo sistema ferroviario in grado di collegare la piccola cittadina a Monaco di Baviera e a quasi tutti gli altri grandi centri della Germania meridionale.

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Naturalmente, nel corso del tempo il sempre più massiccio flusso turistico che ha riguardato la località nei mesi invernali ha portato alla creazione di decine di hotel ciascuno dei quali, a seconda delle proprie caratteristiche, in grado di offrire ai visitatori una vacanza lussuosa e piena di confort o una permanenza contraddistinta da uno stile di vita più spartano e, per certi versi, più coerente alla natura selvaggia e amena delle montagne circostanti. A causa del recente dilagare in Europa della pandemia di COVID 19 gli hotel in questione sono stati tutti momentaneamente costretti a chiudere … tutti tranne uno, il Grand Hotel Sonnenbichl.

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Costruito nella prima metà del XIX secolo e inizialmente destinato ad essere una semplice locanda, la storia dell’edificio cambiò radicalmente quando la sua gestione passò nelle mani di Caspar Bader, un rispettato signore del posto che lo trasformò in un lussuoso Hotel dall’aria fiabesca fornito di ristoranti e di innovativi servizi di confort. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale i nazisti requisirono la struttura per trasformarla in un ospedale militare e perfino dopo la firma dell’armistizio il Sonnenbichl non tornò immediatamente ad essere un Hotel venendo piuttosto trasformato in un collegio femminile. La sorte dell’edificio cambiò ulteriormente quando uno dei discendenti del Signor Bader, Georg, venne a mancare: sua moglie ereditò l’intera proprietà ma anziché continuare a gestirla personalmente preferì venderla ad un altro imprenditore tedesco, Mathes, il quale avrebbe progressivamente modernizzato la struttura riconvertendola in un Hotel a quattro stelle.

A quanto sembra da allora nulla è più riuscito a fermare la frenetica e regolare attività del considerevole albergo, neppure il Coronavirus: è di questi giorni infatti la notizia secondo cui il Sonnenbichl si sarebbe rifiutato di chiudere i battenti dovendo riservare, proprio in questo periodo, la propria ospitalità ad un illustre (e soprattutto facoltoso) ospite, il Re di Thailandia Vajiralongkorn. In verità non è detto che il sovrano asiatico alloggerà per tutto il tempo in Hotel dal momento che oltre ad esso avrebbe anche affittato una villa sulle rive del lago Stanberg, a circa trenta chilometri di distanza, tuttavia ciò che conta maggiormente è che al seguito di Vajiralongkorn ci sarebbero almeno venti tra le sue mogli e le proprie concubine e centinaia di domestici dediti a riverirlo e a soddisfare ogni sua esigenza. La notizia ha allarmato particolarmente la popolazione locale quando ben centodiciannove persone appartenenti al suo seguito sarebbero state rimandate a Bangkok dal momento che presentavano sintomi riconducibili al Coronavirus e per quanto ne sappiamo nessuna di esse sarebbe stata sottoposta al tampone né prima né dopo il rientro in patria.

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Alcuni s’interrogano sulle ragioni per cui le autorità tedesche avrebbero deciso di concedere una così rischiosa vacanza a un privato cittadino in un periodo tanto delicato ma la verità è che la natura federale presente nello stato teutonico consente alle singole autorità distrettuali di godere d’un ampio margine decisionale e di una significativa autonomia, pertanto, sebbene in una nota i vertici del Distretto avrebbero asserito che tale permesso sia stato accordato in considerazione del fatto che “gli ospiti costituiscono un gruppo singolo ed omogeneo destinato a non entrare in contatto con la popolazione” è lecito interrogarsi sul fatto che i vertici locali nel prendere la propria decisione possano essere stati influenzati dalla agiatezza del Re e dal fatto che in un periodo di crisi del mondo alberghiero come quello in atto la sua generosità potrebbe rivelarsi a dir poco preziosa.

L’aspetto più sorprendente dalla faccenda però è che l’indignazione sollevatasi in Germania non è neppure lontanamente paragonabile alle perplessità nate in Thailandia dove milioni di sudditi del Re, vivamente preoccupati dalla diffusione di un’epidemia contro la quale molti di loro non avrebbero neppure le cure mediche necessarie, hanno visto il proprio sovrano spendere fiumi di denaro in una vacanza tanto lussuosa quanto superflua. Nei giorni scorsi alcuni dissidenti avrebbero lanciato lo slogan “perché abbiamo bisogno di un Re?” una frase che è ben presto divenuta virale su twitter venendo condivisa da oltre un milione e mezzo di utenti thailandesi, un successo tutt’altro che scontato in un Paese dove chiunque critichi il monarca è passibile di condanne superiori ai quattordici anni di carcere.

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Già in passato Vajiralongkorn si era reso protagonista di condotte discutibili in grado di provocare l’ilarità dell’opinione pubblica, come quando da giovane aveva fatto nominare il suo cagnolino, Fufu, ufficiale dell’esercito Thailandese. Ancora una volta la sua scarsa oculatezza unita alla platealità della sua condotta possono dunque essere oggetto di critica e di disapprovazione, eppure, forse più che la stravaganza di un monarca straniero dovremmo tutti preoccuparci del fatto che egli ha così facilmente piegato al suo volere le autorità di una delle più importanti nazioni al mondo e questo inevitabilmente ci spinge a interrogarci ancora una volta sulla fragilità di molti dei sistemi politici occidentali, un tema che in fondo ci riguarda molto più da vicino di quanto non vorremmo ammettere e che a quanto pare in un periodo di difficoltà come quello che stiamo attraversando sembra riproporsi con ancor più insistenza.

Gianmatteo Ercolino

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