Il parco giochi sotterraneo dei bambini di Damasco

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Lo scorso 15 marzo la Siria è entrata nel suo nono anno di guerra. Dall’inizio del conflitto sono nati più di quattro milioni di bambini che non hanno conosciuto altro che la guerra.

Che questi bambini abbiano bisogno di assistenza umanitaria, di andare a scuola, di vivere insomma una vita normale è sotto gli occhi di tutti ma, a parte gli aspetti concreti, com’è dal punto di vista psicologico vivere la guerra a quell’età?

Per quanto gli studi compiuti sulla mente siano spesso in differente accordo su diverse questioni, su un punto sono tutti unanimi, nel ritenere che nulla segni la vita di un essere umano più delle esperienze vissute nel periodo della fanciullezza e che nessuna esperienza vissuta dopo quel periodo sia più incisiva nella crescita e nello sviluppo di ogni persona.

Per quanto lo si desideri, non esiste purtroppo la possibilità di cancellare dagli occhi, dalla mente e dal cuore di un bambino le atrocità che ogni guerra comporta. Quelle cicatrici che segnano l’anima resteranno per sempre indelebili e il rumore di un aereo che sorvola nel cielo continuerà a far paura per tutta la vita. Come potrebbe essere diverso? La guerra ha in molti casi portato via ai bambini i loro genitori, la famiglia, la casa, tracciando le linee di un difficile e incerto futuro.

Ma se povertà, malnutrizione, malattia, disabilità, sono le caratteristiche che sintetizzano il male di tutte le guerre, non bisogna dimenticare che i desideri dei bambini che vivono una guerra, sono uguali a quelli di tutti gli altri bambini del mondo: vogliono stare con gli amici, con la famiglia, possedere una casa, andare a scuola.

E, per quanto il male lotti per prendere il sopravvento, per quanto l’inferno della guerra voglia sopraffarli, ci sarà sempre una bellezza tutta infantile, una peculiarità che appartiene a ogni bambino e che nessuna guerra potrà mai distruggere: la sua capacità di godere, appena gliene si offre la possibilità di ogni momento di gioia.

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Di questo sono ben consapevoli gli attivisti umanitari che, sotto le strade di Damasco per proteggere i piccoli da bombe, pallottole vaganti e gas tossici, hanno costruito un parco giochi sotterraneo allestito in due ambienti sotterranei collegati da un tunnel.

Un corridoio stretto, qualche scalino, un sotterraneo nascosto ed ecco la sorpresa: ci sono giostre, altalene, gonfiabili, scivoli, un televisore per guardare i cartoni animati e vestiti per travestirsi.

Un piccolo angolo di paradiso nell’inferno della guerra civile siriana.

Faretti di luci colorate, pavimento dipinto di verde per simulare un prato, muri colorati. Ci sono anche delle piante e dei fiori per dare l’impressione di trovarsi all’esterno.

Il parco giochi costruito a Damasco est, si estende su una superficie di un chilometro, tra stanze e cunicoli ed è dotato di un sistema di ventilazione filtrata. Al suo interno, tra gli altri, psicologi e terapisti della riabilitazione, per quei bambini colpiti direttamente dalla guerra.

Il parco giochi fa parte di una serie di attività svolte per togliere i bambini dalla strada, dove sono esposti al pericolo delle bombe ma anche a quello della radicalizzazione.

Di certo non è l’unica iniziativa presa per provare ad alleviare le sofferenze delle persone stremate dalla guerra.

Come si possono, infatti, dimenticare le immagini, che hanno fatto il giro del mondo, di Aeham Ahmad, il pianista di Yarmuk, campo profugo palestinese alle porte di Damasco?

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Aehamlavorava nel negozio di strumenti musicali di suo padre, violinista non vedente. Di tanto in tanto portava il suo pianoforte in strada con un carretto e cantava per la gente sfinita dall’assedio delle truppe di Assad, dagli jihaidisti, dai bombardamenti e dalla fame.

Aeham Ahmad suonava sui cumuli di macerie, fin quando i miliziani dell’Isis misero fine alla sua musica bruciando il suo pianoforte.

A quel punto Aeham decise di lasciare tutto alle sue spalle e con svariati mezzi di fortuna raggiunse Berlino.

Lì, in un malridotto motel, trovò un vecchio pianoforte e ricominciò a suonare per i bambini ricevendo un premio per il suo impegno a favore dei diritti umani.

Che ben vengano, dunque, queste iniziative umanitarie!

Offrire ai bambini la possibilità di giocare sottoterra è dar loro la sensazione di stare in paradiso, poiché, almeno per il momento, non conoscono altri luoghi di gioia.

Un giorno, dai libri di storia e dai racconti dei sopravvissuti, sapranno che c’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui Damasco, bella come il Paradiso, Perla del Medio Oriente, quarta città santa dell’Islam, era popolata da lussureggianti giardini, imponenti palazzi, meravigliose moschee, musei, e che per le vie della città si sentiva il profumo dei fiori e delle spezie mentre ci si poteva perdere nei suoi mercati colorati ricchi di luci e di suoni.

Questo e tanto altro mancherà a chiunque, ma ancora di più a quei bambini perché quando una guerra colpisce un popolo, insieme ai suoi monumenti, la sua cultura, la sua bellezza, distrugge anche la sua identità, quell’identità necessaria per forgiarli nella crescita.

Damasco, offesa e violata dall’insana cecità dell’uomo nel nome d’interessi troppo spesso nascosti dietro un’ideologia religiosa, un giorno, si spera non troppo lontano, sarà ricostruita proprio da quei bambini che oggi giocano sottoterra.

Si riconoscerà allora tutta l’importanza di quel parco giochi, come luogo capace di aiutare ogni bambino a coltivare la speranza, a non lasciarsi sopraffare dal senso di desolazione e di angoscia, dal dolore, ma di continuare a vivere nella consapevolezza che non ci sono limiti ai sogni.

Gianmatteo Ercolino

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