Il rimpatrio di Silvia Romano tra elogi e polemiche

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Il lieto ritorno in patria della volontaria Silvia Romano, dopo 18 mesi di prigionia in seguito al rapimento avvenuto tra il 20 e il 21 novembre 2018 in Kenia, a Chakama, per mano di un gruppo legato ai terroristi di Al Shebab, oltre all’ondata di scandalosi commenti a sfondo sessista e xenofobo, ha anche comportato l’apertura di un fascicolo sulla questione dei riscatti generalmente smentiti. Nel corso degli anni ammonterebbe a 80 milioni la somma elargita per la liberazione degli ostaggi italiani trattenuti in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan,Somalia, Kenia e non solo, a partire dal 2004, dal caso delle “due Simone”,le due cooperanti, Simona Torretta e Simona Pari, sequestrate in Iraq il 7 settembre del 2004. Già all’epoca del rilascio delle due concittadine rapite in Siria nel 2014, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, furono sollevate polemiche di questo genere, a cui il titolare della Farnesina rispose dichiarando che “in tema di rapimenti, l’Italia si attiene a regole e comportamenti condivisi sul piano internazionale.

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Abbiamo operato in continuità con la linea seguita nel tempo dai governi che si sono succeduti. Non è la linea di questo governo, è la linea dell’Italia". E subito dopo: "Noi siamo contrari al pagamento di riscatti e partecipiamo al contrasto multilaterale del fenomeno del sequestro di persone a scopo di riscatto. E nei confronti degli italiani presi in ostaggio, la nostra priorità è indirizzata alla tutela della loro vita e integrità fisica". Prescindendo dalla questione dell’impatto economico, che sicuramente necessita una certa attenzione, alla base di determinate scelte compiute dallo stato naturalmente sussiste la considerazione del fatto che in uno stato sociale di diritto la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo costituisce il fondamento della legittimità del potere politico e del suo esercizio da parte dell’autorità designata, la quale nel caso si sottraesse a determinati obblighi, cesserebbe di essere legittima e dunque sarebbe suscettibile ad una privazione della fiducia. Da sottolineare anche l’inalienabilità del diritto alla vita e alla libertà che in quanto universalmente riconosciuti nell’ambito del diritto internazionale dei diritti umani, insieme alla proibizione della schiavitù e di qualsiasi pena o trattamento crudele, disumano o degradante, e in quanto pilastri del nocciolo duro della nostra stessa Costituzione, non sono sacrificabili di fronte ad interessi meramente economici.

Federica Scippa

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