Infibulazione. Un crimine che si tramanda di madre in figlia

La mutilazione genitale femminile, nonostante vietata dall’ONU, è ancora praticata su bambine e adolescenti che vanno dai 3 ai 15 anni

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Oltre che in Africa, nel Medio Oriente, nella penisola Arabica, nel sud est Asiatico e nell’America del sud, l’infibulazione, a causa dell’aumento di migranti, è un fenomeno degno di attenzione in Occidente che rischia di diffondersi.

Negli Usa le potenziali vittime di questa barbarie sono circa 513mila fra bambine e ragazze. Per quanto la legge americana abbia previsto divieti e norme ferree al riguardo, l’intervento è spesso eseguito di nascosto. Talvolta si trasferiscono le bambine nel paese di origine.

In Italia l’ultimo monitoraggio effettuato dal Ministero della Salute nel 2013 non ha evidenziato alcuna segnalazione. Eppure casi di infibulazione sono stati rilevati, come riferisce il quotidiano “La Stampa” in un articolo del 5 febbraio 2016, in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Puglia e Sardegna.

957 le donne con genitali mutilati, contate tra il 2006 e il 2013.

Nel nostro Stato la pratica è punita con la reclusione dai 4 ai 12 anni secondo quanto disposto dall’art. 583 bis cp

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L’ONU dal 2008 la vieta e la condanna in maniera inequivocabile. Ritiene che questa pratica, abbia riguardato complessivamente 130milioni di ragazze e bambine. Le vittime vengono mutilate con utensili di uso comune quali lame di rasoio, coltelli, forbici o peggio con schegge di vetro, pietre appuntite e persino a morsi. Molti emigrati africani in Europa e negli Stati Uniti non hanno abbandonato questa consuetudine, resa moderna oggi, dal fatto che viene anche praticata da medici, dietro lauti compensi.

Questa pratica orrenda consiste nell’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e parte delle grandi labbra a cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Con l’infibulazione la donna diventa “merce protetta”, arriva al matrimonio pura. Una volta sposata sarà il suo “padrone” che con il coltello taglierà la cicatrice per penetrarla. Una donna infibulata è una donna marchiata per sempre, non saprà mai cos’è un orgasmo, non proverà eccitazione e nemmeno piacere, non sarà mai libera di scegliere né di amare quell’uomo che prima decide della sua mutilazione e poi la penetra deturpandone il corpo, marchiando il suo passaggio.

Questa è la legge dei padri trasmessa dalle madri. Madri che sacrificano la vita delle figlie, pur di rispettare una tradizione maschilista imposta dall’alto. L’orrore si ripete. Il dramma si consuma da millenni... È attraverso la mutilazione che ogni donna si riconosce ed è riconosciuta come membro della propria comunità. Non sottoporsi a tale pratica, significa condannarsi all’emarginazione.

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Ed è per questo che chi appartiene a questa cultura non rifiuta l’infibulazione, ma ne diviene complice nel trasmetterla alle figlie. Sono madri e parenti a praticarla a figlie e sorelle.

Le donne sono la spina dorsale dell’Africa. Considerate fattrici, lavorano come muli, hanno il compito di costruire le case, crescono i figli e allevano il bestiame. Private di tutti i diritti, rischiano di morire ogni giorno per un parto male assistito o per una banale infezione.

"Avevo solo 10 anni, - racconta Hannah Koroma di Amnesty International - tutta la famiglia mi organizzò una festa bellissima, con tanti invitati e tanti regali. Ero felice quel giorno. Mi spogliarono e mi portarono in una stanza buia, mi bendarono gli occhi. Fui forzata a distendermi sulla schiena, mentre quattro donne mi tenevano immobilizzata nella parte inferiore e superiore del corpo. Cercarono di prevenire le mie urla, ponendomi uno straccio in bocca. mi depilarono. Cercai di ribellarmi, senza risultato. Mi arresi alla loro forza e al dolore che era terribile, lancinante e insopportabile. Nella lotta, mi tagliarono malamente, persi molto sangue. Le donne che presero parte alla mia mutilazione erano tutte sotto l’effetto dell’alcool. Chi compì quel gesto atroce, fu mia nonna".

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E’ un’orrenda barbarie.

Eppure il grido di ribellione è ancora labile.

" Gandhi diceva " Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo"

Di infibulazione si parla troppo poco.

E’ stata emessa una sentenza, la prima in tutto il mondo, definita dall’Associazione Equality Now “Una vittoria storica, monumentale”.

Raslan Fadl, medico in una clinica di Mansoura in Egitto è stato condannato a due anni di carcere e ai lavori forzati per la morte di una bambina di 13 anni, Suhair, alla quale aveva praticato l’infibulazione. Anche il padre è stato condannato per aver sottoposto la figlia a quella atrocità. L’iter processuale è stato alquanto travagliato. In primo grado il Tribunale aveva assolto i due imputati. Ma le proteste delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno Permesso che in secondo grado la sentenza si ribaltasse.

Suhair detta Susù aveva paura che qualcosa potesse andar storto, lo aveva confessato alle sue amiche, anche se era già successo alle sorelle. Ma come ribellarsi al volere della famiglia? Prima di obbedire, raccomandò alla sorella maggiore di prendersi cura della più piccola e al calzolaio che le aveva riparato le scarpe disse che forse quella sarebbe stata l’ultima volta.

La sua morte è stata interpretata dallo zio come " il volere di Dio ". La nonna con le lacrime agli occhi ha detto che Susù era una ragazzina dolce come il miele, il suo sogno era quello di fare la giornalista.

Quel sogno non ha potuto realizzarlo.

“Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare, ribellarsi e principalmente VIVERE " (Dalai Lama).

Così sorelle di tutto il mondo alziamoci e leviamo insieme il nostro grido.

Tina Camardelli

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