Instagram, il social del momento il cui successo si fonda sulle nostre crisi d’identità

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La guerra tra social network si combatte, come si sa, soprattutto a livello di numeri di utenti iscritti. Il successo di una piattaforma rispetto a un’altra, è però anche frutto non solo dei numeri degli utenti, ma anche del suo appeal circa la possibilità di imbastire determinate relazioni, condividere un certo tipo di contenuti, crearsi un profilo in grado di ricevere un numero congruo di apprezzamenti virtuali, insomma, giocare con la propria identità.

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Sotto questi punti di vista, sembrerebbe che uno dei social network più giovane, Instagram, abbia recentemente conosciuto un improvviso successo grazie ai feedback e ai post degli stessi utenti, famosi e meno famosi, appassionati di foto, filtri e immagini da condividere, un successo e un’ascesa che infatti non sfuggì a Zuckerberg che nel 2012 acquisì Instagram per un miliardo di dollari. Qual è allora la spiegazione di questa improvvisa popolarità? A spiegarlo, dati alla mano, ci prova la scienza che ha messo la piattaforma sotto la lente d’ingrandimento per vederne e capire tutti gli aspetti. La breve storia di Instagram risale al 2010, con il primo lancio sul mercato dell’app, disponibile inizialmente solo su Ios. Successivamente nel giro di pochissimo tempo è stata creata copia compatibile anche per tutto il resto dei dispositivi mobili, tablet e pc, anno domini 2016.

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Qualche numero e curiosità: dopo meno di un anno dal lancio Instagram aveva già raggiunto e superato dieci milioni di utenti; grazie alla versione 9.0 venne introdotta una funzionalità che permise di fare dirette e pubblicare foto visibili per 24 ore alla scadenza delle quali è possibile eliminarle dalla propria storia; ogni secondo vengono pubblicate su Instagram oltre 800 foto; oltre il 32% degli utenti internet è un “instagrammer”; la maggior parte degli utenti ha un’età compresa tra 18 e 29 anni; ogni giorno vengono condivise 95 milioni tra foto, post e video; la community è di oltre un miliardo di utenti attivi ogni mese. I numeri potrebbero continuare ancora e sarebbero comunque impressionanti se rapportati al brevissimo tempo trascorso dal giorno in cui è stato lanciato il servizio e i giorni nostri. Torniamo però alla scienza e in particolare alla ricerca svolta dall’Università di Swinburn in Australia nel 2016 che ha innanzitutto confermato ciò che già molti supponevano, ovvero Instagram permette a ogni iscritto di metter fuori tutto il proprio narcisismo tradotto poi in una serie infinita di scatti perlopiù contraddistinti spesso da filtri, pose e trucchi particolari.

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La ricerca australiana inoltre aggiunse che il social network delle foto ha fatto emergere due diverse tipologie di narcisisti: i grandiosi e i vulnerabili. I primi si caratterizzano per alcune particolarità come l’esibizionismo, l’insensibilità, l’estroversione, l’indifferenza e la ricerca di consenso, mentre i secondi si definiscono per timidezza, inadeguatezza, ipervigilanza e rabbia reattiva. Sarebbe quest’ultima categoria a trovare in Instagram uno strumento ideale per cercare dei feedback positivi e rafforzare così la propria autostima, grazie alla pubblicazione di propri scatti in occasione di eventi importanti in grado di impressionare i follower, corredati di appropriati hashtag con cui richiedere di essere poi seguiti. La tesi secondo cui Instagram sarebbe un ottimo propellente per veicolare nel mare magnum della rete una certa rappresentazione della propria identità, sarebbe poi stata confermata anche da un’altra ricerca, condotta dalla britannica United Kingdom’s Royal Society for Public Health.

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Lo studio condotto da questa associazione indipendente di educazione sanitaria, conferma che Instagram sarebbe una perfetta opportunità per coloro i quali cercano di autoaffermarsi e dare peso agli occhi degli altri della propria identità. Le risposte dei giovani inglesi tra i 14 e i 24 anni monitorati e coinvolti nella ricerca, hanno anche svelato come dietro queste ripercussioni sulla loro ancor fragile personalità, vi sia un alto livello di ansia e depressione, con una conseguente e potenziale crescita di sentimenti come inadeguatezza e bassa autostima. Libri, ricerche, analisi sono più o meno concordi nel rilevare come i miliardi di utenti di Instagram insieme alle miliardi di foto loro prodotte ogni anno, hanno trovato una giusta (per loro) dimensione all’interno di una bolla comunicativa in cui a dominare è solo e unicamente lo svago, parola in questo caso polisemica a cui attribuire ogni tipologia di divertissement legato all’intrattenimento nella sua forma più pura e dequalificata. Instagram rappresenta un’oasi attraverso la quale sfuggire a ogni proposta di impegno, politico o sociale che sia, e nel contempo riempire vuoti improvvisi e ingannare il tempo specchiandosi nelle proprie e nelle vite degli altri. Forse è questo il segreto (di Pulcinella) di Instagram, un altro ed ennesimo tassello alla pressante gamification della nostra quotidianità, una buzzword utile per stimolare conversazioni e consumi in ogni ambito del sociale.

Andrea Alessandrino

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