L’INFERNO SOTTO IL CIELO DI KABUL

Ennesimo attentato jihadista nel Giorno della Memoria

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Una densa colonna di fumo si è levata ieri mattina dalla città di Kabul, infestando il cielo limpido con la sua scia di morte. Nel giorno di commemorazione delle vittime della Shoah, la capitale dell’Afghanistan, ormai martoriata dall’estremismo islamico, è piombata in un surreale scenario di violenza che ha portato via ben 95 vite umane. Un’autoambulanza carica di esplosivo ha superato i controlli di sicurezza ed è piombata nel centro della città, nei pressi del vecchio ministero degli Interni, oggi adibito a sede dell’Alto Consiglio di pace (Hpc), provocando una potente deflagrazione proprio nel bel mezzo della folla di civili. Sembra infatti che la zona - conosciuta con il nome di Sedarat Square, a poca distanza dalla sede della delegazione dell’Unione Europea - fosse a quell’ora parecchio frequentata.

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L’attentatore suicida ha usato un’ambulanza per passare attraverso i checkpoint, - ha spiegato Nasrat Rahim, portavoce del ministero degli Interni - ha superato il primo checkpoint con la scusa di dover condurre un paziente all’ospedale di Jamuriate. Al secondo varco di sicurezza è stato riconosciuto e ha fatto esplodere il veicolo carico di esplosivo”. Le riprese effettuate dai corrispondenti della Bbc a Kabul mostrano folti gruppi di gente terrorizzata in fuga dal luogo dell’attentato, macerie di edifici e auto distrutte dal violento impatto. Scene che, ormai consuete da qualche mese a questa parte, testimoniano come Kabul si sia ormai trasformata in un vero e proprio inferno, dove sono la jihad e l’assoluta intolleranza a farla da padrone.

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La situazione è drammatica, la città sta diventando sempre più violenta. Oltre agli attentati, sono da considerare anche i singoli episodi di criminalità. - ha fatto sapere Cristina Contini, Country Administrator di Emergency, ai microfoni di Repubblica - Di solito il periodo invernale è più tranquillo da queste parti, ma quest’anno, mese dopo mese, il clima si sta facendo sempre più insostenibile. Come ospedale di riferimento, non abbiamo avuto sosta. La nostra struttura è percepita dalla popolazione come un angolo di serenità e tregua nell’immenso dramma in cui tutti sono coinvolti ogni giorno. Il 2018 non si prospetta come un anno positivo: abbiamo bisogno di supporto, ora più che mai”. L’ospedale gestito dall’Ong Emergency è infatti il più importante di Kabul: la struttura ha accolto solo nella giornata di ieri 70 dei 163 feriti, che hanno fornito incessante lavoro a centinaia di medici e volontari. “Siamo al massimo delle nostre possibilità” ha dichiarato il portavoce Dejan Panic. Anche gli altri ospedali della città sono stati presi d’assalto da folti gruppi di gente contusa, in preda al panico, spesso con il viso e gli arti coperti di sangue o qualche mutilazione.

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Fin dai primi istanti successivi all’esplosione si è pensato a un attentato di matrice islamica, ipotesi confermata dalla rivendicazione di Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani afghani. Una storia che si ripete puntualmente a distanza di breve tempo tra un episodio e l’altro: appena una settimana fa, tanto per citare uno degli eventi sanguinari che hanno infiammato Kabul, un terrorista si era fatto esplodere all’ingresso dell’Hotel Intercontinental (albergo a 5 stelle frequentato principalmente da occidentali) e altri tre uomini armati, eludendo gli stretti controlli della polizia, avevano seminato panico nella struttura, trattenendo per 12 ore diversi ostaggi. Il bilancio conclusivo è stato di 43 morti, tragico quasi quanto quello registrato ieri a seguito dell’esplosione nel centro della città. Qualche giorno dopo, l’attacco alla sede di Save the Children a Jalalabad, a circa 150 km da Kabul, che ha causato la morte di 6 persone (di cui 4 volontari) e il ferimento di altre 24, da parte forse di una cellula dell’Isis. Stragi che fanno avanzare a grande velocità il macabro “contatore della morte” che ormai aleggia simbolicamente sull’Afghanistan, condannando al terrore quotidiano l’inerme popolazione.

cms_8288/4.jpgUno strazio che testimonia, ancora una volta, la miseria dell’animo umano colonizzato da un estremismo folle e selvaggio, capace di togliere la vita a migliaia di innocenti – tra cui numerosissimi bambini – senza alcuno scrupolo. La tragedia che sta investendo l’Afghanistan rappresenta il fallimento dell’intera comunità internazionale, che tradisce la promessa di un futuro di pace e tolleranza formulata all’alba del secondo dopoguerra. Qualsiasi commento è superfluo dinanzi al drammatico scenario di una città in cui, ad ogni angolo, è più facile incontrare la morte piuttosto che il sorriso di un amico o un gruppo di bambini che giocano sereni. La popolazione, ormai decimata, ha negli occhi soltanto il dolore di un’esistenza distrutta, in cui neanche la speranza di un futuro migliore può costituire motivo di forza e resilienza. Il mondo intero ha bisogno di sapere e intervenire, laddove invece si preferisce mettere a tacere l’orrore, relegandolo nella categoria di una cronaca lontana - sia geograficamente che a livello ideologico ed etnico - e dunque d’importanza secondaria. E’ un dovere da adempiere specialmente all’indomani delle celebrazioni in memoria dell’Olocausto, ricordando una delle più celebri citazioni di Primo Levi in merito alla strage nazista: “Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci”.

Federica Marocchino

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