L’ODIO NON MUORE MAI

La memoria di Anna Frank oltraggiata dai tifosi laziali

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“Questa non è una curva, questo non è calcio, questo non è sport. Fuori gli antisemiti dagli stadi”: riecheggia su Twitter l’amaro commento di Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma. Per l’ennesima volta, il nome di Anna Frank e di tutte le vittime dell’Olocausto risulta infangato in un contesto prettamente calcistico, come quello che vede contrapporsi i laziali ai romanisti. Due tifoserie che da sempre si fronteggiano a colpi di scherni e insulti, coinvolgendo categorie che, pur non avendo nulla a che fare con il mondo del pallone, vengono assunte come metro di paragone nelle offese urlate dalle curve o scritte sui muri. In questo caso, ad accendere la miccia dell’antisemitismo sono stati degli adesivi incollati alle pareti, raffiguranti Anna Frank con indosso la maglia della Roma. Nessuna frase al vetriolo, nessuno scherno diretto: solo una sottile allusione alla presunta inferiorità della comunità ebrea, da accostare all’infamia di ogni squadra sportiva contrapposta alla propria. Le stampe sono state rimosse tempestivamente dagli addetti alle pulizie, ma ciò non è bastato a placare le inevitabili agitazioni levatesi dal mondo della politica e dalle associazioni sportive coinvolte.

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Claudio Lotito, presidente della Lazio, ha prontamente raggiunto la Sinagoga di Roma per rimediare, almeno simbolicamente, al grave oltraggio compiuto da alcuni dei suoi tifosi: “Oggi, con questo gesto – ha dichiarato mentre depositava una corona di fiori - intendiamo ribadire la nostra posizione, chiara e indefettibile: la Lazio ha sempre represso certi fenomeni, favorendo la nascita di molte iniziative nelle scuole. Da oggi intendiamo promuovere un giorno dell’anno in cui portare 200 ragazzi ad Auschwitz”. La Federcalcio, in accordo con l’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), ha disposto la lettura di un brano del celebre “Diario di Anna Frank”, seguita dal commemorativo minuto di silenzio, in apertura di ogni match di serie A; le copie del libro verranno poi distribuite ai bambini che scenderanno in campo assieme ai calciatori a inizio partita. Infine, sempre nell’ottica di un “omaggio riparatore”, i giocatori della Lazio indosseranno, durante il riscaldamento della prossima partita prevista, delle magliette raffiguranti il volto della giovane scrittrice ebrea che perse la vita negli anni della Shoah.

“Siamo indignati per la strumentalizzazione dell’immagine di Anna Frank, icona della vittima incolpevole e icona dell’umanità impotente di fronte alla brutalità del male. Anna Frank non rappresenta un popolo o un gruppo etnico, Anna Frank siamo tutti noi al cospetto dell’inaccettabile. La sua figura non può essere usata per offendere qualcuno, è inconcepibile quello che si è verificato” ha commentato il ministro degli Esteri Alfano, evidenziando la gravità del gesto. Concorde Gentiloni, che ha definito l’accaduto “incredibile, inaccettabile, da non minimizzare e da non sottovalutare”.

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Il gran trambusto dell’opinione pubblica non ha tuttavia scoraggiato gli Irriducibili, frangia più estrema della tifoseria laziale, dal giustificare l’ignobile gesto, riconducendolo a un contesto di “scherno e sfottò da parte di qualche ragazzo”. “Non è reato apostrofare un tifoso avversario accusandolo di appartenere ad altra religione. Esistono altri ‘casi’ che meriterebbero le aperture dei telegiornali e ampie pagine dei giornali. Non ci dissociamo da ciò che non abbiamo fatto” ribatte la Curva Nord, alludendo a un complotto ordito contro la tifoseria laziale e rigettando qualsiasi responsabilità. Una teoria che contrasta con quanto appurato dalle indagini condotte dalla Digos, unitamente agli agenti del commissariato Prati e alla polizia scientifica: sarebbero stati già identificati più di 10 tifosi responsabili della diffusione degli adesivi, tra cui anche un 13enne e un altro minorenne, di cui non è nota l’età. Finiti nel registro degli indagati, gli ultras rischiano 8 anni di Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive), oltre che una denuncia per istigazione all’odio razziale. La Procura porterà fino in fondo l’inchiesta, per cui è stato già aperto un fascicolo processuale.

cms_7550/4.jpgLe questioni sollevate dalla vicenda – che, a prescindere dalla sua gravità, costituisce un utile spunto di riflessione – sono due: una relativa al mondo dello sport, l’altra strettamente legata alle ricadute che gesti del genere possono determinare sulla società tutta. Innanzitutto, è bene evidenziare che questo, così come tanti altri insulti a sfondo razzista, omofobo e via dicendo, mette in discussione l’essenza stessa della sportività, oltre a decretare l’ormai definitiva “morte” del fair play. Siamo ancora ben lontani da un calcio “sano” a tutti gli effetti, in cui possa contare il divertimento e la rivalità costruttiva, per crescere anche a livello umano, oltre che agonistico. L’educazione dei tifosi andrebbe curata con attenzione fin dalla tenera età, considerando sempre che sono i fatti, gli esempi concreti a determinare l’apprendimento di certi ideali, più che le classiche “prediche”. Come evidenziato da più di una carica istituzionale, inoltre, episodi del genere andrebbero letti in virtù della loro valenza simbolica, più che sotto il profilo materiale: quelle che sembrano essere solo piccole crepe nel tessuto dell’ideologia collettiva possono dare adito a pericolose infiltrazioni di odio e intolleranza, riverbero di vecchi rancori, solo in apparenza sopiti. Il seme dell’ostilità giace coperto da secoli di “buona condotta”, ma è sempre pronto a generare nuovo odio…

Federica Marocchino

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