L’arte del saper scrivere

L’intervista con lo scrittore Marco Vichi

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Il cammino professionale dello scrittore è lungo e tortuoso, soprattutto nei nostri giorni dove ci si basa prevalentemente sul marketing a discapito dei sentimenti e delle sensazioni. In tutto questo, Marco Vichi è un’eccezione che con la sua semplicità e competenza, è riuscito a farsi strada nel mondo editoriale senza mai rinunciare alla sua personalità. I suoi romanzi (tradotti in quasi tutta Europa), sono riusciti a toccare il cuore di innumerevoli lettori, catturando la loro attenzione grazie allo stile fluido e preciso delle ambientazioni.

cms_17893/L_anno_dei_misteri.jpgIniziamo a parlare del suo ultimo romanzo “L’anno dei misteri”, che annuncia il ritorno del commissario Bordelli (una saga di ben 8 romanzi), ci vuole spiegare un po’ le ambientazioni?

I miei romanzi non mi sembrano troppo gialli, sì c’è un’indagine e un delitto, ma quello che a me interessa è raccontare le persone, l’atmosfera, una Firenze perduta. Mi piace muovermi nei personaggi, infatti mi perdo in mille digressioni, come ad esempio le cene a casa del commissario, dove alla fine ogni invitato racconta una storia.

Vuole spiegarci meglio?

Non seguo solo la trama poliziesca dall’inizio alla fine, perché in fondo l’indagine vera e propria è la cosa che mi interessa meno. Cerco di raccontare il perché di un delitto, piuttosto che limitarmi a scoprire chi è stato.

Quindi lei entra a fondo nella vita privata del criminale?

Sì perché non tutti sono criminali, ci sono anche persone che uccidono occasionalmente. A volte ci sono omicidi che anche al commissario appaiono legittimi.

Facciamo un passo indietro per far comprendere meglio ai nostri lettori; da dov’è partita l’idea del commissario Bordelli, c’è qualcosa dietro questo personaggio che tocca la sua sfera personale?

Questo personaggio è nato nel 1995, quando io non avevo ancora pubblicato nulla. Praticamente è nato senza pretese, perché scrivo sin da ragazzino, ma solo dopo i vent’anni ho deciso di provarci seriamente. L’autore che mi ha spinto a raccontare un commissario è Friedrich Durrenmatt, che ha usato il poliziesco per fare “indagini umane”. Ma la mia “formazione” giovanile è la letteratura russa dell’Ottocento e del primo Novecento.

Sotto che veste vedeva il crimine?

Una sorta di chiave per entrare nell’animo umano. Ha sempre cercato di raccontare quanto l’intervento del Caso possa cambiare la vita intera di un uomo. Questo modo di usare il poliziesco mi ha appassionato, e così ho cercato anche io di raccontare un commissario.

Come abbiamo già detto, la sua passione per la scrittura è affiorata sin dalla tenera età e successivamente ha concretizzato il tutto. Ormai è uno scrittore a tutto tondo, si dedica anche alle sceneggiature. Possiamo dire che scrivere è la sua vita?

Sì! Devo dire che non me l’aspettavo perché diventare scrittore era un sogno troppo grande. Adesso mi occupo della scrittura in tutte le sue forme.

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Torniamo al commissario Bordelli; mi incuriosisce sapere quanto c’è di personale in lui?

Molto poco. Forse solo un certo modo di intendere le cose, una visione del mondo, e certamente le letture. Ma in realtà non è un personaggio che mi somiglia. A me piace raccontare persone diverse da me e scoprirle continuamente mentre le racconto. Quando racconto del commissario, io sono lui, non è lui che è me… se così possiamo dire.

Quali obiettivi si pone per il futuro sempre inerenti alla scrittura?

Amo scrivere, ne sento la necessità. È un modo per depurarmi, per conoscermi, per tirare fuori quel che si nasconde dentro di me. Posso quasi dire che per me scrivere è come buttare via la spazzatura.

Giuseppe Capano

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