L’AMERICA LATINA TORNA A RESPIRARE

Dopo mesi difficili, fatti di elezioni, crisi politiche e proteste, si guarda di nuovo al futuro

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CILE

A una settimana dal ballottaggio per le elezioni presidenziali, in cui si eleggerà il successore di Piñera, il Cile diventa l’ottavo paese dell’America Latina a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ricordiamo che il provvedimento è già legge in Argentina, Colombia, Uruguay, Ecuador, Brasile, Costa Rica e diversi stati del Messico.

Il Congresso cileno ha approvato il ddl (disegno di legge), consentendo così alle persone dello stesso sesso di sposarsi. La proposta era stata avanzata addirittura nel 2017, ed era rimasta bloccata per quasi quattro anni. All’epoca a capo del governo vi era il socialista Michelle Bachelet, ora Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Contro ogni pronostico, visto il pensiero ed orientamento politico, l’attuale presidente cileno Sebastian Piñera lo scorso luglio ha incaricato con urgenza entrambe le Camere di discutere questo ddl. La proposta ha ricevuto l’approvazione dal Senato, con 21 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti. Infine, dopo esaminazione, la Camera dei deputati ha approvato con 82 voti favorevoli, 20 contrari e 2 astenuti.

Per inciso, nel voto della Commissione mista delle due Camere del Congresso, tenutosi la settimana scorsa, i parlamentari hanno eliminato dalla proposta la norma che indicava che la parentela dei figli non potesse mai essere determinata da più di due persone. Quindi, si aprono anche le porte della possibilità che vi siano due, tre, quattro padri o madri.

Nello specifico, il provvedimento approvato mira ad eliminare la distinzione tra uomo e donna come uniche componenti del matrimonio, mentre in tema di filiazione, esso cerca di sostituire quali genitori i riferimenti fatti al padre o alla madre, riconoscendo il rapporto di filiazione alle coppie dello stesso sesso.

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In Cile, dal 2015 ad oggi, le persone omosessuali hanno avuto riferimenti in tale materia solo dalla figura giuridica dell’Accordo di Unione Civile, che di fatto non riconosceva i diritti filiali. Come accennato in apertura, la proposta - ormai legge - arriva a pochissimi giorni dal ballottaggio per la carica di Presidente del Cile del prossimo 19 dicembre. I due candidati, Boric per la sinistra e Kast della destra, si trovano agli antipodi sulla questione. Il primo ha votato a favore, mentre il secondo ha perseguito una campagna contro questa legge.

PERÙ

In Perù le crisi politiche da quando Castillo è diventato presidente non fanno più notizia. Ancora una volta, infatti, la parlamentare del gruppo di destra “Avanza Pais” Patricia Chirinos, appoggiata dalla leader di “Fuerza popular” Keiko Fujimori (battuta da Castillo al ballottaggio presidenziale), ha avanzato una mozione di sfiducia per “incapacità morale”, facendo leva su un articolo della costituzione peruviana.

Le accuse variano dall’aver nominato ministri legati al terrorismo, avvicinamento politico al regime antidemocratico venezuelano, presunti favori ad imprese in ambito fiscale e promozioni ingiustificate nell’esercito.

Sfortunatamente per l’opposizione, Castillo ha schivato anche questo attacco e crisi politica.

La votazione in Senato di ieri, infatti, ha rifiutato il dibattito parlamentare per la destituzione del Presidente. Era necessario l’ottenimento del 40% dei presenti (128) per proseguire la mozione, ma solo 46 dei 52 necessari hanno votato a favore alla messa in stato di accusa.

Solo in altre tre occasioni, dal 1823 al 2003, era stata usata questa modalità di destituzione, di cui una, quella del 2000 proprio contro Fujimori. Ma negli ultimi cinque anni è stata già usata cinque volte dalle opposizioni fujimoriste, con risultati alterni.

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Nonostante il pericolo scampato, Castillo, eletto da luglio, non riesce a lavorare e proseguire senza continui ostacoli il suo esecutivo. Già un rimpasto di governo, due primi ministri cambiati e continui attacchi dall’opposizione lo stanno bloccando, rallentando conseguentemente il Paese.

Fin troppo aggressiva, spesso oltre il limite, l’opposizione di Keiko Fujimori non solo non ha mai preso le distanze dal padre, condannato per reati contro l’umanità avvenuti durante la sua presidenza, ma è anche immischiata e sotto inchiesta per reati di riciclaggio di denaro e corruzione, per i quali andrà a processo.

Il rovescio della medaglia sono gli atteggiamenti e le posizioni, ora ammorbidite leggermente, che Castillo ha adottato. Spesso fuori luogo, non consoni alla figura istituzionale che rappresenta.Nonostante tutto, questa mozione bloccata darà respiro al governo peruviano ed a Castillo, permettendogli forse di poter lavorare ed essere valutato, ed in caso deposto, sul reale lavoro governativo ed esecutivo.

Riccardo Seghizzi

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