L’ARTE CONTEMPORANEA E LA FRITTATA

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Inizio raccontandovi un episodio che mi è realmente accaduto.

Negli anni ’70 collaboravo con una televisione privata. Erano i primi tempi e le TV private erano ancora circondate da novità e un certo senso di libertà.

Per questo alcuni cantanti, i big del momento, venivano volentieri ospiti in queste trasmissioni improvvisate. Curiosità, pubblicità… perché no?

Così ebbi occasione di domandare a uno dei manager più importanti di una casa discografica spiegazione di un dubbio che mi incuriosiva.

In quel momento primeggiava nelle “classifiche” e in ogni dove un cantante con una voce, francamente, poco dotata e poco adatta al canto.

“Perché avete scelto lui, con tanti altri sicuramente meglio dotati e con un timbro vocale più aggraziato (come minimo)?”

La risposta: “Per noi è molto meglio che abbia poche capacità e ne sia consapevole. Possiamo gestirlo meglio e creerà molti meno problemi di chi ha tecnica e capacità.”

Non l’avrei mai detto. Nel mondo dello spettacolo “il sistema” preferisce investire e creare dei personaggi dal nulla, piuttosto che scegliere il meglio. Così facendo si gestisce tutto più facilmente.

Perché questo aneddoto? Perché lo collego, per similitudine, a quanto è successo all’arte a partire dal 1920.

Negli stessi anni in cui Paul Klee e Wassilij Kandinsky procedevano con passione e rigore alla teorizzazione e pratica dell’arte figurativa moderna, il mercato dell’arte si spostava dalla Francia negli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, che non avevano alcuna tradizione e storia a cui fare riferimento, decisero di creare il loro “sistema dell’arte”.

E, guarda caso, cosa avvenne?

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La signora Rrose Sèlavy (in realtà si tratta di Marcel Duchamp travestito da donna), usando un altro pseudonimo R. Mutt, firma un orinatoio, che tra l’altro nemmeno viene esposto, ma solo fotografato, e il gioco è fatto: questa è la nuova arte.

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Non serve alcuna capacità tecnica. È l’artista (e il sistema che lo crea e sostiene) che decide cosa è arte. Una ruota di bicicletta? Decido che è arte. Wow… meraviglia! Che acume! Che trovata!

Seguiranno artisti che sgocciolano vernice per terra, altri che espongono scatole di detersivo e così via.

Ma lo spettacolo, addirittura più interessante ce lo forniscono i critici. Per esempio:

“L’ambivalenza tra Marcel Duchamp e Rrose Sèlavy costituisce un contributo radicale per una revisione dei canoni dell’arte”.

E ancora:

“Un gesto apparentemente banale e provocatorio che cela, però, profonde implicazioni intellettuali sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.”

E infine:

“… è accettabile e accettato perché alla base del gesto c’è l’artista perfettamente “noto”.

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Quindi basta essere “noti” e anche il travestimento diventa opera d’arte.

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A questo punto, se divento “noto” e faccio una frittata di 7, uova potrei dire:

“La simbologia esoterica del numero 7 si fonde utilizzando uova che a loro volta sono simbolo del mistero vitale per la ben nota aporia (prima loro o la gallina), e attraverso la catarsi dell’Hephaistos, cambiano forma nell’esser-ci e diventano altro da sé, acquisendo nuove proprietà e caratteristiche, confluendo nel cerchio che altro non è che tempo ciclico e universale.”

Che ve ne pare? Altro che frittata!

Originariamente, la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, capacità di fare armonicamente in maniera adatta.

Tant’è che ancora si dice: “A regola d’arte”.

Mi piacerebbe poter escludere la furbizia e l’inganno dalle “attività produttive” riconducibili alla parola “Arte”, così come vuole il sistema.

Andrea Giuseppe Fadini

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