L’ARTE TRA CURIOSITA’ E MISTERI - VIII

Il “Ritratto di gentiluomo” attribuito al Parmigianino

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L’intenso ritratto del conte e condottiero Galeazzo Sanvitale fu eseguito dal Parmigianino ed è uno dei suoi ritratti più famosi. Il condottiero ha alle spalle le armi e la lucida corazza, è un guerriero, ma il volto è dolce, quasi effemminato, l’incarnato liscio e roseo, gli occhi chiari e fissi, la mano che poggia sulla sedia è delicata, nell’altra inguantata tiene in mano una medaglia, par quasi un poeta. Questo dipinto è conservato al Museo Nazionale di Napoli e ha un “gemello”, un’altra tela che gli fa da pendant, conservata sempre a Napoli. Ma prima di presentarvela, un piccolo accenno al Parmigianino è dovuto.

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Ritratto di Gian Galeazzo Sanvitale-Parmigianino-Museo Nazionale-Napoli

Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino (Parma1503-Casalmaggiore1540) è stato un pittore italiano, raffinato ed elegante interprete del manierismo, di incantevoli visi e lunghi colli, di sguardi ammiccanti o insondabili, di corpi allungati. Il soprannome, oltre che dalla città dove è nato, gli derivò dalla corporatura minuta e dall’aspetto aggraziato. Ritenuto degno successore del Correggio e di Raffaello, Vasari, in “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, lo esalta come un… eccellente pittore che diede alle sue figure, oltre quello che si è detto di molti altri, una certa venustà, dolcezza e leggiadria nell’attitudini, che fu sua propria e particolare. Tuttavia i suoi dipinti sono sottilmente intrisi di inquietudine, la stessa che si celava dietro al suo aspetto gentile, ovvero la smodata passione per l’arcano in special modo per le pratiche alchemiche, così il suo aspetto leggiadro diviene col tempo… la barba e chiome lunghe e mal conce, quasi un uomo salvatico, fu assalito essendo mal condotto e fatto malinconico e strano, da una febbre grave e da un flusso crudele che lo fecero in pochi giorni passare a miglior vita, scrive il solito Vasari, terminando così… se non avesse lavorato a capriccio et avesse messo da canto le sciocchezze degl’alchimisti, sarebbe veramente stato dei più rari et eccellenti pittori dell’età nostra.

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Ritratto di gentiluomo? Ritratto di Amerigo Vespucci? - Attribuito al Parmigianino-Museo Nazionale-Napoli

Ed ecco il quadro pendant di cui vi avevo accennato.

Il Ritratto di gentiluomo detto Giovan Battista Castaldi è stato attribuito al Parmigianino ma non si ha la certezza, come non si è certi chi sia l’uomo ritratto, potrebbe essere Amerigo Vespucci. La credenza che il personaggio vestito di nero con in mano un libro sia Amerigo Vespucci proviene dal fatto che il ritratto di Gian Galeazzo Sanvitale, che faceva pendant con questo, si credeva rappresentasse Cristoforo Colombo, così per attinenza professionale e per l’amicizia fra i due, il ritratto di gentiluomo fu riconosciuto come il Vespucci.

L’incertezza iconografica su Amerigo Vespucci scherzosamente possiamo dire che fa pendant con l’incertezza delle sue famose lettere, quest’ultime su certi punti portano strane analogie sulla nostra società, ma andiamo per gradi.

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Amerigo Vespucci nasce nel 1454, a Firenze, si trasferisce in seguito in Spagna, dove conosce Cristoforo Colombo, di cui diventa amico. Il primo viaggio di Vespucci si svolse tra il 1497 e il 1498, le navi arrivarono all’odierna Colombia, per poi attraccare nella laguna di Maracaibo; qui le numerose isolette e canali del delta dell’Orinoco, dovuto all’accumulo millenario di materiali portati dal fiume, sorprese Vespucci che decise di chiamare quella terra Venezuela perché gli ricordava Venezia. Vespucci in un altro viaggio arrivò all’estuario del Rio delle Amazzoni, in un terzo viaggio raggiunse le Isole di Capo Verde, dove casualmente incontrò Gaspare da Gama, un ebreo che aveva molto viaggiato ed era un pozzo di conoscenze. Gaspare gli descrisse la vegetazione, la fauna e i popoli indiani, fu così che Vespucci si rese conto di non essere nelle Indie, ma su un continente nuovo. Vespucci fece altri viaggi, arrivò in Brasile, costeggiando buona parte del Sudamerica, scoprì stelle tra cui quelle chiamate “La Croce del Sud” che indicavano la direzione del Sud, nuove rotte e nuove tecniche marittime, morì nel 1512, riconosciuto come uno degli esploratori più importanti.

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Amerigo Vespucci scopre le popolazioni indigene del delta dell’Orinoco- Incisione XVI secolo

Amerigo Vespucci scrisse molte lettere descrivendo le condizioni atmosferiche, la natura e le genti incontrate ed è proprio su queste missive che sono sorte delle controversie, alcuni sostengono che Vespucci le abbia romanzate, altri che abbia copiato gli originali di altri viaggiatori dell’epoca.

“Mundus novus” è un opuscolo pubblicato per la prima volta in latino nel 1503, contiene la corrispondenza di Amerigo Vespucci al suo mecenate, Lorenzo Pietro di Medici, sul suo viaggio nel Nuovo Mondo, molti studiosi ritengono che questa sia una versione molto esagerata del contenuto autentico delle lettere di Vespucci oppure che il romanziere fosse il Vespucci.

Nel libretto la descrizione degli uomini avviene in tre direzioni, il cannibalismo, le abitudini sessuali, il mito del buon selvaggio.

La curiosità di Vespucci, è pari a quella dei primi antropologi ottocenteschi ed è tale che scende al loro villaggio, vive in mezzo agli indigeni per ventisette giorni, li interroga, li osserva senza pregiudizi, quasi li ammira, pur sapendo che erano cannibali e che ritenevano la carne dell’uomo saporitissima.

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Amerigo Vespucci scopre le popolazioni indigene del delta dell’Orinoco- Incisione XVI secolo

Un piccolo estratto da “Mundus novus”: «Tanti pappagalli e di tante diverse specie che era una meraviglia; alcuni colorati di verde, altri di uno splendido giallo limone e altri neri e ben in carne […] Gli alberi che vidi sono di tale e tanta bellezza e leggerezza che pensammo di trovarci nel paradiso terrestre […] Maschi e femmine che siano, girano nudi, senza coprire nessuna parte del corpo e così come sono usciti dal ventre materno, muoiono. Hanno corporatura robusta, solida, armoniosa e ben proporzionata, di colore tendente al rosso. […] sono complessivamente di bell’aspetto per quanto usino deturparsi da loro stessi. Hanno infatti l’usanza di forarsi le guance, le labbra, le narici e altre parti del corpo […] Vi è tra loro un’usanza atroce e quasi al di là di ogni umana crudeltà. Le donne, infatti, lussuriose oltre ogni misura, ricorrendo a degli intrugli e al morso di animali velenosi, fanno crescere i genitali dei loro uomini fino a renderli enormi e deformi, […] non sono né poveri né ricchi perché fra loro tutto è in comune; vivono in comunità senza un re e senza un governo e ognuno è signore di sé stesso. Hanno tante mogli quante ne desiderano e il figlio si giace con la madre, il fratello con la sorella e chiunque con chiunque capiti. Sciolgono i matrimoni quando aggrada loro e vivono nel disordine. Non hanno templi e leggi e non sono idolatri. Cos’altro potrei dire?”

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Amerigo Vespucci risveglia l’America- Incisione circa 1638

Non so quale effetto faccia su di voi questo scritto, (lasciando da parte la visione etnocentrica, infatti questi popoli vennero considerati inferiori e sterminati) per parte mia ritengo che la nostra millenaria civiltà sia quasi stanca di progresso e che una parte, si spera limitata, abbia desiderio di barbarie, una barbarie rovesciata che è il top della società: corpi imbullonati, marchiati, tatuati, eccessi sessuali, sexting, sexy shop, sex animal, bondage e il desiderio di fare quello di cui si ha voglia, senza un governo e ognuno signore di sé stesso e allo stesso tempo un ritorno ad un tempo arcadico falsato della natura, il tutto condito da un relativismo che diventa… me ne frego. Cos’altro potrei dire?

Paola Tassinari

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