L’ITALIA E IL REATO DI TORTURA CHE NON C’E’

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L’Italia ha un serio problema nel rapporto tra autorità e cittadini. Lo stabilisce la Corte Europea per i Diritti Umani. E così la condanna dei giorni scorsi della Corte europea dei diritti dell’uomo sui fatti della scuola Diaz – violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sul divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti - riapre la questione tortura in Italia.

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La convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, firmata a New York nel dicembre del 1984, definisce come tortura “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito.”

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La tortura è dunque un crimine. Più esattamente, un crimine contro l’umanità. Così è definita dalle Nazioni Unite e dal Consiglio d’Europa. Questi atti di sofferenza e dolore che vengono inferti sulla persona affidata in custodia, sono puniti dal nostro codice da sanzioni lievi. Infatti, nonostante gli impegni internazionali assunti, l’Italia oggi non ha ancora un reato di tortura. E’ da circa due anni che il disegno di legge contro la tortura è all’esame del Parlamento. Arrivato in commissione Giustizia del Senato il 22 luglio 2013, venne votato dall’Assemblea di Palazzo Madama il 5 marzo 2014. Ora, in coincidenza con la condanna della Corte Europea, dopo anni di dibattiti e leggi naufragate, il ddl che introduce nell’ordinamento italiano il reato di tortura sembra essere all’ordine del giorno dei lavori della Camera.

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In realtà, oltre ad adeguarci alle normative adottate da tutti gli altri paesi civili, punendo severamente questi comportamenti non solo perché eticamente scorretti ed intollerabili ma anche perché pericolosi per la tenuta democratica del nostro sistema giudiziario e per la stessa incolumità e vita delle persone coinvolte, quello che soprattutto occorre è una nuova etica del lavoro delle forze di sicurezza, così come occorre mutare la nostra cultura e prendere atto che esistono situazioni e fatti che meritano tutt’altra considerazione rispetto a quella riservata loro dal nostro codice.

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Tredici lunghi anni sono trascorsi dal G8 di Genova del 2001. E non solo in Italia mancano ancora gli strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente quelle violazioni, ma molti dei responsabili di quelle gravi violazioni sono sfuggiti alla giustizia. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere, senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni. La sentenza della Corte europea dei diritti umani, che ha qualificato come ’tortura’ le violenze compiute la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova, è un monito alle istituzioni italiane a fare presto e soprattutto bene. Perché ciò che successe alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo. Forse la presenza del reato di tortura nel codice penale avrebbe allora fatto la differenza. Forse avrebbe evitato la prescrizione o magari fatto emergere anche sul piano della sanzione la gravità degli atti commessi dai pubblici ufficiali giudicati responsabili. Forse. Di certo, per fermare quel tipo di violazioni e a beneficio del ruolo centrale della polizia nella sua funzione di protezione dei cittadini, è urgente colmare le lacune legislative esistenti. Al più presto.

Mary Divella

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