L’ ’IO’ NELL’EPOPEA DEL WEB

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cms_28264/1.jpgIndividualismo imperante e vetrinizzazione, due facce della stessa medaglia in una quotidianità sempre più social oriented. Sempre più dotati di scarsa autostima e con l’incessante bisogno di essere notati, concentriamo su di noi ogni interesse e mostriamo scarsa attenzione verso gli altri. Ostentiamo ciò che non possediamo realmente, illudendoci di pubblicare qualcosa di meraviglioso e unico quando al contrario ci conformiamo e standardizziamo ai costumi della massa. Ossessivi e compulsivi rincorriamo un traguardo, la perfezione, che mai potrà essere raggiunto per limiti ontologici e fisici, e nonostante tutto continuiamo ossessivamente a comunicare contenuti privi di sostanza, informazioni centrate sul nostro ego, immagini di un film che parla solo di noi e di esperienze solitarie. L’epopea del web come spazio libero, democratico, assoluto ha avuto vita breve, limitata allo spazio del web 1.0; il tanto decantato web 2.0 non ha fatto altro rendere concreta l’illusione di rendere tutti produttori/consumatori della stessa informazione che circola in rete.

cms_28264/2_1668303014.jpgSpazi di discussione e condivisione già presenti nei primi anni di vita della rete, si sono concretizzati in un’idea di profitto legato alle corporation del nuovo mondo dei social, monopoli indiscussi di una forma di potere indiscussa e mai sazia di dati. La crisi delle dotcom e lo scoppio della bolla legata al settore informatico, dette la spinta decisiva a quella che Metitieri ha definito «banale operazione di marketing», ovvero ciò che Tim O’Reilly chiamò «l’uso del Web come piattaforma»: il web 2.0. Termini come democraticità e accessibilità furono le parole chiave di un uso del web in cui gli utenti potevano produrre, collaborare e pubblicare contenuti dando una spallata definitiva a ogni intermediazione mediatica, politica o giornalistica. Il dato interessante dal punto di vista del capitale culturale che l’avvento di ciò che è solo un’espressione gergale (web 2.0) ha portato all’interno dell’economia del web, è la nuova ideologia dei cosiddetti swarm intelligence, gli sciami intelligenti, utenti che presi in forma individuale creano dal basso, seguendo un modello bottom-up, una potenziale fonte di conoscenza democratica in modo interattivo e bidirezionale in netta contrapposizione al modello per anni in voga top-down.

cms_28264/3.jpgSeguendo questa narrativa evoluzionistica della rete, il web dunque sarebbe diventato, improvvisamente, un agorà pullulante di utenti (cives) sempre alla ricerca di informazione e mai sazi di comunicare; uno spazio bulimico nel quale il rumore di sottofondo è assordante e si fa una tremenda fatica a farsi ascoltare. Nella ricerca spasmodica di orecchie che ascoltino, ci muoviamo sempre più velocemente per affermare il nostro status di individui; proprio come in uno sciame, ci inebriamo nel mondo digitale senza nessuna capacità di valutare lo stato di ebbrezza nel quale siamo immersi, senza pudore, senza contezza dell’altro ma pronti a contabilizzare invece il numero dei like.

Andrea Alessandrino

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