LA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE TEDESCA

Uno spot sulla pandemia che allunga la vita ma non la sua qualità

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cms_20382/1.jpgHa fatto parlare di sé e ha anche fatto sorridere amaramente la campagna di sensibilizzazione tedesca per invitare la popolazione a restare a casa ed evitare contatti sociali che potrebbero alimentare la diffusione del virus. Alla base della stessa campagna vi è un’idea molto originale e creativa, ovvero il ribaltamento temporale di questo eterno presentismo e il virare la nostra percezione invece a un futuro lontano. Nasce così una narrazione sul filo del pathos che si snoda attraverso tre episodi dove il racconto di testimoni della triste epoca Covid-19 già in avanti con gli anni, ripercorrono la memoria coscienziosa ed eroica di mesi duri e difficili. Lo spot assume la forma di docufiction e la voce dei testimoni offre al pubblico sia la triste consapevolezza del presente sia uno sguardo positivo al prossimo futuro, solo se saremo capaci di operare le scelte comportamentali giuste. Stilisticamente gli spot sono fatti bene, girati attraverso una narrazione che ricorda altri tempi tristemente noti grazie alle pagine della storia recente: la guerra e l’immediato periodo post bellico. L’esperienza di chi è sopravvissuto (oggi al virus, ieri alle guerre o ai lager) dà allo spettatore la sensazione di un’avventura a lieto fine, un episodio della storia che a distanza di tempo ora può essere raccontato stando seduti comodamente sulla poltrona del soggiorno della propria dimora.

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L’unica differenza però con la forma documentaria a cui siamo abituati grazie alle (poche) trasmissioni di fiction storica in cui le voci dei reduci ci introducono in periodi bui per l’uomo, è la paradossale richiesta di un imperativo morale per venire fuori dallo stato di pericolo dettato dalla pandemia: l’esaltazione dell’accidia. Lo spot ci ricorda facendo leva sull’ossimoro come, a differenza di altre e ben più terribili guerre, quella che oggi stiamo combattendo non ha come presupposti e baluardi di difesa personale l’uso di armi contro il nemico (nemico che nel nostro caso non ha forma umana), ma un rovesciamento narrativo della normali dinamiche di causa effetto di qualsiasi guerra, ovvero l’immobilismo e la stasi di fronte all’avanzare del pericolo. Il messaggio diventa quindi un elogio del dolce far niente, un rimando a Lucrezio che sottolinea quanto sia “dolce, quando i venti sconvolgono le acque nel grande mare, guardare da terra la grande fatica di un altro; non perché sia un lieto piacere che soffra qualcuno, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia privo”. Forti allora del detto lucreziano e di un epicureismo di ritorno, giacciamo come eroi senza coraggio stravaccati su improbabili trincee casalinghe dalle quali osservare gli eventi. Se all’esterno è tutto precluso e proibito, all’interno dei nostri domicili è tutto permesso; diventa lecito qualsiasi comportamento e legittimato ogni abuso (alimentare, televisivo, informatico).

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Costretti all’inazione e all’inedia, abituati e assuefatti a concetti come lockdown e distanziamento, ci assopiamo lentamente in una pigrizia esistenziale divenuta àncora di salvezza indiscutibile. Il virus e lo spot ci mostrano come in pochi mesi siamo stati capaci (e costretti, se vogliamo sopravvivere) ad abbattere le consolidate concezioni e ideologie capitalistiche fondate sulla performance individuale, sull’iperattivismo, sull’etica protestante e calvinista e abbracciare senza indugi i dati negativi imposti dalla globalizzazione imperante che si prefiggevano di cancellare una volta per tutte dalle nostre vite la noia e la pigrizia. I disvalori di un’epoca sono improvvisamente diventati valori da coltivare come individui improvvisamente consapevoli di star dando forma a un progetto di vita fatto di gesti faticosi al limite del paradosso (restare a casa seduti ore davanti a un monitor) e da lì attendere tempi migliori, aspettare che arrivino buone notizie dal fronte grazie all’opera dei nostri eroi (medici, infermieri, anestesisti). Lo spot nella sua funzione narrativa è certamente rappresentativo di uno stato di fatto oltreché de jure di un quotidiano stravolto da un’emergenza senza fine; usa l’ironia per alleggerire il peso di un presente lunghissimo e che fatica a passare, ma nel farlo punta su abilità discutibili, ovvero il consumo di cosiddetti junk food, di un uso eccessivo e distorto degli strumenti informatici, di un abuso televisivo, ecc. Ciò che emerge alla fine è l’assoluta mancanza di buone pratiche, di un uso sbagliato del troppo tempo libero vissuto come un’imposizione, di una generale cattiva gestione della noia e della monotonia, tutte pratiche che potrebbero essere finalmente, date le circostanze, sfruttate meglio, convogliate per esempio in azioni costruttive e non distruttive del sé.

Andrea Alessandrino

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