LA DEMOCRAZIA DELL’OPINIONE

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cms_27636/1.jpgGli antichi spazi della democrazia rappresentativa si sono ristretti e le tanto osannate “piazze virtuali” sono luoghi in cui rimbomba l’eco dei soggetti privati, i nuovi “padroni dell’universo” social. La democrazia contemporanea, o perlomeno l’idea che ne abbiamo sempre avuto, ha passato il testimone a una forma di democrazia che Nadia Urbinati ha definito dell’“opinione e in-diretta”. La forma plebiscitaria ha assunto la veste di un potere non più declinato dalle masse verso uomini carismatici, ma è stabilito dall’audience, un insieme quanto più variegato possibile di individui deresponsabilizzati che ama vivere nel privato le proprie emozioni e subisce, quando viene chiamato in causa, decisioni già preconfezionate da tecnici e da algoritmi. Il sondaggio è in questa cornice di scarsa rappresentatività, il momento in cui si cerca di captare l’umore dell’elettorato, o meglio, dell’utente connesso. Siamo entrati dunque nella democrazia delle audience una fase che si preannuncia definitiva e non transitoria, in cui si gestisce managerialmente la passività del pubblico, profilato e controllato tramite tecniche la raccolta di big data. Come ribadito sempre dalla Urbinati «i click e i like sono il segno del gradimento e di un controllo labile e fittizio. I progetti politici inclusivi e orientati al futuro propri della democrazia dei partiti hanno lasciato il posto a pratiche di monitoraggio e di misurazione sondaggistica, che presuppongono un generico “dentro” e “fuori”». È il cortocircuito della politica come l’abbiamo sempre intesa, «per cui strumenti di governance collaborativa», come sottolineato da Michele Sorice, «si trasformano in opportunità di controllo per le oligarchie». Nella sua analisi sulla crisi della rappresentatività democratica, sempre la Urbinati sottolinea efficacemente come «alla sindrome dell’abbandono dei “pochi” (l’establishment) da parte dei “molti” (il popolo) segue quasi fatalmente […] l’imbarbarimento dei “molti”, la loro disposizione a cadere nelle braccia del primo demagogo sulla piazza, oppure di praticare un ribellismo senza sbocco». È l’affermazione della democrazia in diretta web, la fine dei corpi intermedi, una partecipazione disconnessa portatrice e fautrice dell’avvento del populismo. Il luogo, o non luogo o ecosistema, nel quale tutto ciò avviene è il web in senso assoluto e il mondo social nel campo, si fa per dire, più ristretto.

cms_27636/2_1664087149.jpgCi troviamo dentro a logiche economiche e di mercato detenute da soggetti privati, le big tech della Silicon Valley, uno stato definito, sempre da Michele Sorice, “asociale”, ovvero non interessato al “legame sociale”, dotato di un potere “forte e autoritario” sottratto alle regole della legittimazione pubblica, con ingerenze e controllo sulla manifestazione del pensiero. Il privato si autolegittima e si sottrae così a tutte le vecchie regole della governabilità. In un tale contesto è difficile se non impossibile, praticare una democrazia effettiva: la presenza di uno o più soggetti che hanno il controllo del mezzo e sono in condizione di selezionare i contenuti proposti, danno solo l’illusione di credere che ci sia la possibilità di esercitare un potere di decisione attraverso la rete, ma nel concreto si stabiliscono le regole di un gioco in cui le grandi aziende big tech sono le protagoniste di una sorta di win-win, di una fase in cui è stato deformato il rapporto tra pubblico e privato. Forme semplificate di partecipazione politica basate sul clicktivism e presentate con enfasi posta sulle potenzialità dell’e-government come forma di ascolto delle istanze dei cittadini, nascondono invece un’idea di azione politica subordinata al marketing neoliberista di registrazione delle opinioni in una forma prevalente di controllo unidirezionale, top-down. La retorica neoliberista e tecnocratica sulla privatizzazione come panacea di tuti i mali e soluzione di tutti i problemi, ha prodotto un’ideologia adatta a ripristinare il ritorno delle élite economiche, i pochi, all’interno di oligarchie plutocratiche per le quali destrutturare dall’interno la democrazia significa riprodurne un’altra attraverso le forme di una governance securitaria e non di un government rappresentativo. Il tecno-ottimismo basato sull’incremento della partecipazione dei cittadini grazie al governo elettronico, ha alimentato l’idea della crisi della rappresentanza democratica, preferita e sostituita a una partecipazione dal basso che nei fatti si risolve con una forma di iper-rappresentanza episodica e plebiscitaria.

cms_27636/3.jpgL’imperialismo culturale del ‘900 ha oggi lasciato il posto all’imperialismo delle piattaforme, un ecosistema che fa, come dicono van Dijck, de Waal e Poell, «affidamento su grandi quantità di dati generati da ampie schiere di utenti, che sono esposti alla perdita di controllo sui propri dati nel momento stesso in cui accettano i termini di servizio di una piattaforma []. I gestori delle piattaforme hanno il potere di raccoglierli, archiviarli e rivenderli (i dati, n.d.r.) senza alcuna possibilità di rivalsa o richiesta di compensazione da parte del pubblico». È un neoimperialismo fondato dunque sui dati e sull’accesso alle informazioni di miliardi di persone che in cambio non offre denaro o salvaguardia dei diritti personali, ma solo spazi di libertà concessi tuttavia non realmente garantiti. La post democrazia o web democracy va a braccetto con le potenzialità del digitale: sharing economy, app, economia dell’attenzione, rating, performance, smart city, tutte dinamiche di uno storytelling che pone l’accento sulla bontà di una forma di economia altamente immateriale. La sostituzione della sfera pubblica o di ciò che rimane dell’opinione pubblica habermasiana con la piattaformizzazione della scena rappresentativa e democratica, porta a far sì, come affermato da Byung Chul-Han, che le “azioni diventino trasparenti” perché meramente “operazionali”, ovvero sottoposte «a un processo di misurazione, tassazione e controllo». Recuperare dunque lo spazio (per il/del) pubblico significherebbe aprirsi a una nuova idea di politica in cui essere in grado di utilizzare i social network non solo per non cadere nel tranello del referendum dentro/fuori o del sondaggio pro/contro, ma per smascherarne il potere di controllo e modularlo su un uso più responsabile.

Andrea Alessandrino

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