LA FORZA DEL DOMANI. LAVORARE CON ADULTI DIFFICILI E I DIRITTI UMANI. ESSERE “CONNESSIONE” IN QUESTO TEMPO SOSPESO.

Tempo sospeso o tempo di scelte?

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Ci sono dei tempi dopo i quali le forze delle rivoluzioni silenziose ed efficaci si stemperano. Le storie degli uomini e delle donne, le debolezze dei servizi e dei territori si raccontano partendo dalla “conoscenza” e dalle “singolarità”.

Medicina di prossimità e del welfare di territorio e di comunità. Non possiamo creare povertà su altre povertà e continuare ad applicare automatismi.

Lo studio affronta gli effetti di specializzazione che derivano dall’automazione delle attività lavorative, ma non possiamo prescindere dai cambiamenti epocali e dalle notevoli conseguenze.

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Nuove politiche per combattere ­­­­­­­­­­­­il disagio sociale degli adulti, riflessioni dal punto di vista linguistico e semantico, approcci e pratiche che ripongano al centro l’importanza delle persone all’interno delle aree.

C’è un processo parallelo che se non cambia direzione può essere letale.

cms_24407/Benedetto_Saraceno_Psichiatra,.jpgBenedetto Saraceno Psichiatra, professore ordinario di Global Health alla Università di Lisbona, durante l’incontro di presentazione del Manifesto per la salute mentale rimarca l’importanza di tutto il sistema sanitario: quel che vale per le fragilità psichiche vale anche per tutte le altre vulnerabilità. In questo senso, la psichiatria istituzionale, che era stata messa in crisi dalla riforma Basaglia e che poi è tornata alle sue pratiche di esclusione sociale nell’era del trionfo neoliberale della «società degli individui», è un elemento indicativo dell’intero sistema sociale.

Parla di un "bio-psico-sociale" come formula vuota che non produce nulla sul piano epistemologico e pratico. Ma nella "dialettica dei poteri" il rischio del suo discorso è quello di procedere lungo una polarizzazione già utilizzata in passato tra "psi" e "bio" senza porre attenzione al terzo polo: quello del sociale.

Saraceno evidenzia due criticità storiche dei nostri sistemi di salute: lo smantellamento della medicina di prossimità e del welfare di territorio e di comunità, e lo sviluppo incontrollato del modello residenziale per le popolazioni fragili e vulnerabili.

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Basterebbe superare la separazione fra sociale e sanitario, creando processi decisionali inclusivi, nuclei piccoli inseriti nel tessuto urbano e affidare il ruolo centrale della partecipazione e dell’inclusività dalla costruzione del percorso partecipato di redazione di un piano d’azione comune.

Spostare il centro del sistema sanitario dall’ospedale alla comunità è un obiettivo politico fondamentale che permetterebbe di orientarsi ad un approccio anche dei diritti umani. Guardare alle persone oltre che alla malattia.

Manca un’analisi di managerializzazione del sociale, che ha costituito gran parte della pratica psichiatrica e di salute mentale di questi ultimi quarant’anni.

Alberghi sociali diffusi, alloggi per adulti in stato di disagio, dormitori sempre meno disponibili.

Quando la qualità sull’abitare per adulte e adulti in condizione di grave emarginazione risponde sempre meno a modelli operativi territoriali di cambiamento e non ragiona su obiettivi ed aspetti metodologici a lungo termine è il risultato di un involuzione.

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Per capire il circuito devastante a cui siamo arrivati, basta fotografare la cura della salute, l’autodeterminazione e, in generale, il “benessere” della persona, che iniziano ad esser considerati valori non inferiori rispetto a quello della protezione sociale;

Li riconosci in strada, con gravi cambi di umore dei pensieri o del comportamento, si presentano schivi nello sguardo, girovagavano per strada, senza famiglia, senza una dimora e senza un lavoro, affrontano giorno dopo giorno le difficoltà imposte dalla strada e dalle solitudini. Le questioni quelle relative alle tempistiche e modalità di attuazione degli interventi in favore di soggetti che non rientrano tra quelli inquadrabili come “persone affette da malattia mentale”, ma che manifestino “alterazioni” tali da richiedere urgenti interventi trattamentali.

Questioni relative quali l’accertamento sanitario obbligatorio (ASO) ed al TSO non ospedaliero, ai TSO nei confronti dei minori, al trattamento sanitario di persone detenute quando non è necessario diventa violenza;

i problemi relativi alla contenzione fisica, meccanica, farmacologica, ambientale.

Nella cura della persona e nell’urgenza sanitaria specie al verificarsi di “situazioni al limite”, non sempre il trattamento sanitario obbligatorio TSO può rappresentare la panacea ai problemi, nè tantomeno si deve attendere il compimento di un reato per il superamento dell’ostacolo.

Necessitano urgentemente di valutazioni diagnostiche e accompagnamento ai trattamenti, prima che i segni manifestati portino all’eziologia del disturbo e alla sua patogenesi.

Il primo atto per una valutazione dinamica è sempre l’incontro clinico.

Figura professionae e paziente entrano in contatto per la prima volta portando all’interno del “campo” aspettative e desideri. Lo strumento d’elezione che viene utilizzato in questa prima fase ha l’obiettivo non solo di ottenere informazioni utili al clinico per orientarsi nel disagio del paziente ma anche di stabilire un contatto che crei una cornice in cui il paziente può sentirsi accettato.

E quanto questa volontà da parte della persona non si realizza?

La tematica dei trattamenti sanitari obbligatori (T.S.O.) si intreccia indissolubilmente con quella più generale della protezione delle persone non autonome e, in particolare, con l’esigenza, a mio avviso fondamentale, di valutare criticamente, alla luce dell’evoluzione del sistema, l’inserimento del T.S.O. ospedaliero–coatto, per la persona, nel più complessivo problema della limitazione del diritto di autodeterminazione nelle scelte terapeutiche e, in definitiva, di affrontare la questione della compressione del diritto stesso alla libertà personale per motivi terapeutici.

cms_24407/5.jpgÈ il disagio psicosociale: occorrono strategie nuove di risposta. In alcuni casi non è ancora patologia ma è un malessere importante che può diventarlo, che danneggia la salute fisica e peggiora la performance sociale delle persone (lavoro, studio, relazioni) e della società nel suo complesso.

Non è semplice gestirli e tenerli in salute. Il problema è raggiungere un obiettivo. Ci sono le decisioni tecniche e le decisioni politiche. Alcune misure si rilevano inefficaci e dunque bisogona pensare ad approcci, pratiche che tutelino prima di tutto la persona.

Spesso non riescono o non vogliono fornire una chiara anamnesi, devono essere identificate e consultate immediatamente altre fonti collaterali di informazioni (p. es., membri della famiglia, amici, cartelle cliniche). La casa è un diritto umano imprescindibile, l’autodeterminazione un diritto di scelta, l’abitare è distinto dagli aspetti clinici.

L’accesso ai programmi residenziali è determinato dalla conoscenza della sintomatologia (psichiatrica o tossicodipendenza).

E’ evidente che di fronte a tale inedita situazione bisogna alzare livello del confronto, offrire risposte di senso, nuove e diffuse per impedire che il problema psicosociale divenga problema sanitario in senso stretto e ricada su un tessuto sociale ed economico già al limite.

cms_24407/6.jpgLa risposta non può essere solo quella farmacologica perché non si tratta di curare disturbi clinici ma di intercettare forme di malessere rispetto alle quali le strategie più efficaci e accreditate sono quelle psicologiche, sia per la prevenzione diffusa, la promozione della resilienza, che per l’intervento. E poi la meraviglia dei sistemi complessi è che non esistono indicazioni, bisogna costruire legami. La ricerca è un investimento a lunga durata, forme che possono realizzarsi in tempi rapidi perché il fattore tempo è fondamentale soprattutto per l’attivazione di strategie di prevenzione/promozione delle risorse psicosociali (aiutare ad aiutarsi).

In considerazione del mutato contesto socio- economico e facendo salvi gli interventi prioritari (LEPS/Potenziamento) già definiti a livello nazionale, si ritengono sempre più necessari dei servizi/interventi da individuare come priorità, quali ad esempio l’organizzazione del sistema di welfare di accesso (accesso-presa in carico- pronto intervento sociale).

Su tale fronte si dovrebbero incentivare le forme di riconoscimento dei progetti integrati di autonomia con una reale correlazione tra servizi. Bisognerebbe superare inoltre le difficoltà di valutazione degli interventi di matrice sanitaria e sociale che vedono coinvolti attori quali i Comuni, I Centri di Salute Mentale, I Servizi per le Tossicodipendenze e le Autorità Giudiziarie. Nei territori vi è difficoltà di molti operatori sociali e sanitari e garantire gli interventi alla luce di frequenti e costanti situazioni borderline, di difficile attribuzione delle specifiche competenze, che si riflettono sia nel rimbalzo della presa in carico tra servizi e sia nell’assenza o carenza di servizi specifici rispondenti a tali bisogni che sono poco delineabili nella dimensione solo sociale piuttosto che sanitaria.

Difatti, ad oggi vi sono strutture con connotazioni chiare per alcune categorie di utenza, mentre carenti risultano le strutture per le numerose e frequenti situazioni borderline che portano ad un rimpallo continuo tra servizi che demandano la presa in carico e, dunque, la competenza socio/economica. Questo può determinare, in alcuni casi, un totale abbandono di alcune tipologie di casistica conducendo ad un aggravamento e compromissione di alcune situazioni.

cms_24407/7v.jpgSi lavora così poco sulla prevenzione e tanto sull’urgenza e l’emergenza che determina di fondo un ostacolo al perseguimento di un sistema di welfare orientato al benessere della popolazione.

La mancanza di indagini ad hoc a livello mondiale ha per lungo tempo impedito di avere un quadro chiaro non solo della consistenza della popolazione con problematiche da disagio sociale e comportamentale, ma soprattutto della sua composizione.

E ci è dato constatare che il disagio psichico coinvolge e interessa trasversalmente tutte le fasce di età della popolazione anche se con forme espressive e incidenze qualiquantitative diverse: naturalmente i soggetti e i gruppi strutturalmente e socialmente più deboli sono più vulnerabili e hanno quindi una maggiore esposizione al rischio di malessere e di sofferenza.

Nessuna persona sta bene in una condizione non agevole.

cms_24407/8.jpgUno dei sociologi più noti e accreditati del mondo contemporaneo, Zygmunt Bauman ha definito la società dei nostri giorni come “modernità liquida” dove l’incertezza è endemica e i legami interpersonali e sociali sono fragili, mutevoli e sempre in discussione. Lo stesso autore indica nella “solitudine dell’uomo globale” uno dei fattori di crisi (e quindi di malessere – disagio) del nostro tempo dove la solitudine è riduzione al privato individuale senza ponti di collegamento con il pubblico e il collettivo.

Questa analisi in particolare coincide del tutto con la nostra realtà sociale, contiene elementi di verità condivisibile e indica una tendenza delle trasformazioni in atto anche nelle nostre città.

La riflessione sui grandi processi di cambiamento in tema di salute e malattia mette a fuoco l’esigenza di una rifondazione o quantomeno di un riorientamento di prospettiva nella nostra disciplina.

La complessità di questo disagio, il suo intrecciarsi nelle dinamiche ecologiche, richiede forme incisive di riorganizzazione degli obiettivi per la persona e la società nel suo complesso, di promozione di “comportamenti” che favoriscano la salute delle persone (salutogenesi).

La Health Psychology, che sta diffondendosi negli Stati Uniti e in Europa con passo giustamente accelerato, coglie tempestivamente questo trend in atto e si sforza di offrire risposte concrete in questa direzione.

Se vogliamo riprendere in mano criticamente la questione della salute delle persone dobbiamo avere anche il coraggio di parlare degli effetti collaterali contemporanei.

Non possiamo prescindere da un’analisi del sociale, delle sue articolazioni, delle pratiche reali ad esso associate e delle sue contraddizioni. Non possiamo creare povertà su altre povertà, un auspicio a cui dovremmo impegnarci a rendere prassi del nostro lavoro.

Valentina Farina

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