LA GRANDE BARRIERA CORALLINA “IMPALLIDISCE” ANCORA

Il sito Patrimonio dell’Umanità verso la definitiva degradazione a causa del riscaldamento globale

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Per ironia della sorte, anche gli organismi marini al largo dell’Australia sembrano voler “imitare” la perdita di vivacità che si sta registrando nelle grandi metropoli a causa del lockdown da coronavirus. A seguito di importanti osservazioni condotte dalla James Cook University, l’Agenzia responsabile del Parco Marino della Grande Barriera Corallina ha annunciato un nuovo sbiancamento dell’area protetta dall’Unesco, proclamata Patrimonio dell’Umanità nel lontano 1981.

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I coralli sono comunità di piccoli polipi che entrano in simbiosi con alghe unicellulari fotosintetizzanti, artefici del fenomeno definito “fotosintesi clorofilliana”. Oltre a produrre nutrimento per i polipi, i microrganismi ospiti conferiscono a questi ultimi il caratteristico colore rosso in quantità proporzionale alla loro concentrazione. In condizioni di stress, come quelle causate dall’aumento di temperatura e acidità delle acque, le alghe vengono espulse dai polipi, non essendo più in grado di garantire loro il sostentamento. Proprio tale scissione è alla base dello sbiancamento dei coralli; si tratta di un fenomeno reversibile, che conduce gli organismi alla morte solo se la temperatura dell’Oceano non si riduce nell’arco delle successive 6-8 settimane. Scenario, questo, non dissimile dall’ormai tragica realtà che sta interessando gran parte degli ecosistemi terrestri: lo stesso Terry Hughes, docente all’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies della già citata James Cook University, ha giudicato la situazione attuale definendola in termini estremamente critici.

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È in corso il terzo sbiancamento nell’arco di soli 5 anni, meno intenso dei precedenti ma nettamente più esteso in termini di kilometri di scogliere coinvolte. Occorre precisare che già nel 2016 e nel 2017 erano stati persi rispettivamente il 27% e il 22% dei coralli appartenenti al sito protetto; dunque, la recidiva registrata negli ultimi giorni costituisce un ulteriore indebolimento per le colonie, capace di renderle ancora più vulnerabili rispetto a potenziali patogeni in agguato. David Wachenfeld, autore di una ricerca pubblicata su Nature, ha così sentenziato: “La Barriera australiana è praticamente morta. Se non si interverrà per limitare il riscaldamento globale, la sua fine arriverà molto presto”. Anche le Nazioni Unite condividono una posizione tutt’altro che ottimista, stimando che il 90% dei coralli di tutto il mondo potrebbero scomparire in assenza di miglioramenti delle condizioni ambientali. Le aree più a rischio sono quelle maggiormente soggette ai fenomeni di inquinamento e riscaldamento climatico: tornano alla mente le immagini dell’Australia in fiamme, un inferno durato 9 mesi (dall’estate dello scorso anno sino ai primi di marzo, quando i pompieri hanno annunciato l’assenza di roghi attivi nel Nuovo Galles del Sud) che continua a provocare pesanti ripercussioni anche sulla fauna marina.

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La Grande Barrriera Corallina riveste un’importanza cruciale a livello planetario poiché ospita uno degli ecosistemi più ricchi in biodiversità. La più grande estensione di corallo al mondo è infatti l’habitat naturale di innumerevoli specie vegetali ed animali, tra cui varie popolazioni di squali, pesci, molluschi e tartarughe marine. La sua progressiva degradazione provocherebbe, oltre che un incommensurabile danno morale ed ambientale, anche una cospiscua perdita finanziaria: considerata una delle principali attrazioni turistiche australiane, la riserva naturale genera ogni anno un reddito pari ad oltre 3,9 miliardi di dollari. Un motivo in più per attivarsi tempestivamente, adottando stili di vita ecocompatibili e, soprattutto, tecnologie sostenibili per la produzione su scala industriale, responsabile di gran parte delle emissioni di gas serra. “I cambiamenti climatici stanno minacciando questo ecosistema unico, mettendo a rischio le comunità locali e gli operatori turistici che dipendono dalla conservazione della barriera corallina, ancora di più in questo momento, in cui il Covid19 mette a rischio il loro lavoro. - ha spiegato a tal proposito Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia - Da anni gli esperti ci mettono in guardia sugli impatti del cambiamento climatico sulle barriere coralline tropicali. Quanti altri campanelli d’allarme dobbiamo aspettare prima di fare le scelte giuste? Dimezzare le emissioni di gas serra e tutelare le zone più sensibili dei nostri mari è l’unico modo di evitare che ecosistemi così preziosi scompaiano, con gravi conseguenze anche per l’uomo”. Un appello su cui meditare attentamente, nella consapevolezza che ogni passo falso vada a costituire una pericolosa spada di Damocle per il benessere dell’umanità intera, oltre che di tutte le altre specie viventi. Come ricordato da più parti, non esiste un “pianeta B”: occorre prendersi cura di quello che amorevolmente ci “ospita” da oltre due milioni di anni…

Federica Marocchino

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