LA GUERRA DELLA SICILIA CONTRO LA MAFIA (I)

“Lei non sembra Siciliano! …”

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"La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine"

(Giovanni Falcone)

A Graziella Campagna – vittima, 35 anni fa, di una bestialità feroce –, la cui storia ci induce sempre a ricordare, senza paure, cosa sia la mafia, quanto essa sia radicata, di quali complicità goda e come solo la tenacia e il coraggio possano fare splendere il sole della legalità.

Stereotipi e luogocomunismi

Lei non sembra Siciliano”. Se c’è una frase inconcepibile, urticante, aleggiante nell’area dell’assurdo e in un certo qual modo ridicola, è quella che esprime lo stupore di chi, posto innanzi a un figlio della Trinacria e quasi volendogli esternare un complimento, sottolinea la distanza tra l’interlocutore isolano e il falso paradigma – ferreo come sovente le peggiori sciocchezze sanno esserlo – del Siciliano. Perché, come sarebbe un Siciliano? Basso, scurissimo, con accento marcato, indossante una coppola, provvisto di lupara e – immancabilmente – mai desideroso di guidare un’autovettura, giacché i Siciliani, si sa, girano su un carrettino trainato da uno “sceccu”; il variopinto carrettino siciliano, appunto.

Ah! … Lei è Siciliano? Ne conosco, di Siciliani onesti, sa?”. Certo, come no? È giusto precisare, allorquando si parla di gente di Sicilia! Non son mica persone tranquillizzanti! Ed è opportuno, se si appartiene alla vasta e mai doma cerchia dei babbei, porre in risalto non solo l’apparenza non sicula ma addirittura la miracolosa eccezione del non essere dediti al peggio.

Insomma, ironia a parte, possiamo dire che non è raro registrare pregiudizi, stereotipi, negazioni della realtà.

Sergio Mattarella, uomo dotato di occhi chiari “nordici”, è nato, è vissuto e ha operato in Sicilia. Con genitori e nonni siciliani, di Castellamare del Golfo. Se d’eccezione è il suo ruolo, sono ordinarie le coordinate socio-culturali, in una terra ricca di valori ed elementi, di tradizioni, di università, di spunti per l’arte in ogni sua forma. Il pensiero e la favella siculi, prodromi di quelli italici e dotati di peculiarità originali, rappresentano la finezza e l’evoluzione del territorio.

cms_20172/1.jpgI luoghi – incantevoli, incantati e incantanti – generano e calamitano il meglio.

Nel meglio, tuttavia, cerca e trova radici il peggio.

In una celebre foto del 6 gennaio 1980, si vede l’attuale Capo dello Stato nella tristissima opera di recupero del corpo del fratello Piersanti, Presidente della Regione siciliana, appena ucciso con terrificante spietatezza. Un delitto che immancabilmente venne definito “eccellente”, di matrice politico - mafiosa.

Che l’Italia abbia un Presidente della Repubblica siciliano vittima di barbarie mafiosa è qualcosa che deve fare riflettere. Un uomo che non si è pianto addosso, non si è fatto intimorire dalla morte del fratello ma ha reagito con determinazione e ha dato - e sta dando - un importante contributo, un importante esempio, al proprio Paese. È spontaneo scrivere che si è comportato così non perché non sembra siciliano ma perché è un uomo di grandi principi, quelli che in generale e sempre prescindono dalla provenienza ma che, in questo caso, il luogo natio rafforza.

L’antimafia, insita negli uomini di vero onore e di vera dignità, non può che essere anche dei Siciliani. E giammai può sostenersi che un Siciliano non sembri tale allorquando si professa avverso alla mafia e, ancor più, se la contrasta nella sostanzialità.

cms_20172/2.jpgLa mafia non esiste”. Ormai questa frase è pronunciabile solo in altissimo stato di alterazione psichica oppure la si ode per bocca di qualche teatrale inquisito, per provocazione od ostentata falsa ignoranza.

Permangono però, in tema di mafia, altre considerazioni erronee e allarmanti. Un esempio? “I Siciliani non combattono la mafia”, “la mafia aveva e ha delle regole di onore”, la mafia rispetta le donne e i bambini”, “la mafia garantisce equilibri di civile convivenza”, “fin tanto che i mafiosi si uccidono tra loro, nulla quaestio” … E poi le due frasi idonee a ingenerare equivoci e che hanno scaturigine in equivoci: “la mafia è solo in Sicilia” e, di contro, “la vera mafia è a Roma”.

Il silenzio non aureo in tema di mafia

Sta di fatto che ormai non se ne parla quasi più, di mafia; o se ne parla poco, giusto una sorta di “minimo sindacale”. Qualche secondo, qualche cenno; non di più, però. I criminali non possono che rallegrarsi per la disattenzione ingenua, negligente o complice. Alla mafia piace la “normalizzazione” da lei imposta, specie se in essa confluiscono indulgenze e accondiscendenze di chi sarebbe tenuto a combattere.

Quello mafioso è un fenomeno complesso, non è facile ricondurlo a un’unità concettuale. Di sicuro, fa dei silenzi una componente essenziale. La mafia, quale organizzazione criminale pluriarticolata e incardinata nel tessuto sociale siciliano, meridionale, italiano, internazionale, è una malapianta che necessità di humus, ombre e nessun occhio puntato.

Fare coincidere la problematicità della mafia con profili di ordine pubblico, così da dare emersione alle discussioni su di essa solo all’indomani della consumazione di crimini, è lo sbaglio più colossale in cui si possa incorrere. Del resto, non ci vuole un fine giurista per rammentare, codice penale alla mano, che il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso – riferibile alle siciliane “Cosa Nostra” e “Stidda” ma pure a “Camorra”, “Ndrangheta” e “Sacra Corona Unita”, nonché alle altre associazioni comunque localmente denominate, anche straniere – non concerne il compiere lo specifico illecito, bensì, a monte, la stessa sussistenza di un’organizzazione che si basa sull’intimidazione e sulla condizione di assoggettamento e di omertà. Per giunta, l’associazione può avere lo scopo di acquisire in modo diretto e indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, realizzare profitti o vantaggi ingiusti, incidere sulle votazioni in occasione di consultazioni elettorali. Ergo, vi sono attività mafiose apparentemente “pulite”, da colletti bianchi”, senza piombo, senza sangue, senza clamori.

cms_20172/3.jpgIl clamore – questo è il punto – dovrebbe piuttosto provenire, nel senso della costante visione del fenomeno e della elaborazione di rimedi e prevenzioni, da chi, tenendo sempre alta la guardia, solleciti la collettività alla massima attenzione e da chi, per il ruolo che riveste, dovrebbe cogliere ogni cenno utile da parte di coloro – e sono tanti – hanno voglia di non tacere e di non dimenticare.

In un periodo di crisi, il rischio è che, nella comune noncuranza, la mafia prosperi ancor di più, magari fagocitando tutto quello che proprio la crisi le offre. Pensiamo a come la mafia possa approfittare dell’attuale emergenza sanitaria mondiale non solo nel senso della penetrazione in appalti di ogni tipo ma anche nell’ottica di assorbimento di imprese che, a cagione della flessione economica, siano in difficoltà.

Mai con la mafia, ovunque essa sia, comunque essa sia.

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Combattere la mafia ovunque essa sia e in ogni sua manifestazione. È vitale. Combatterla, sapendo che la mafia si insinua nelle linee di chi dovrebbe affrontarla.

Nel riquadro,appena sopra, un dialogo riportato da Giovanni Falcone nel libro “Cose di cosa nostra”.

Di mafia si muore e, con pari sicurezza, si può affermare che con la mafia, comunque, non si vive. Ci si può adattare, da pavidi o succubi, a una convivenza amara e servile, ampliando la “zona grigia”, non volendo pensare e capire, barattando la propria onestà con un pane amarissimo e annichilente per la coscienza. Già il professarsi “né con lo Stato, né con la mafia” ha insito il germe di una involuzione catastrofica della propria interiorità. La mafia non è un’entità avente dignità statuale, sebbene, come la storia ha drammaticamente insegnato, sia riuscita a incunearsi nella collettività civile pure alla luce della inadeguata presenza – se non dell’assenza – delle istituzioni, specie dove e quando sarebbe occorso un impegno convinto e convincente, non limitabile alle armi del presidio tipicamente poliziesco. Non è lo Stato, la mafia, neanche quando dimostra di salire i gradini e i gradoni dei palazzi. Non lo è nemmeno allorquando scellerate pattuizioni e prodromiche mortifere trattative paiono porre sullo stesso piano – la parità, appunto, dei negoziatori – chi legifera-governa-giudica e chi trasgredisce-lucra-massacra, con strette di mano aventi sullo sfondo corpi dilaniati e il sangue di laici martiri. Non ci sono due schieramenti nobili, non c’è una guerra convenzionale, non può esservi perplessità – da gente libera e civile – su come intendere i fatti e come orientarsi: la mafia è il cancro del corpo istituzionale.

Come per ogni malattia, il passare del tempo aumenta gli effetti nefasti, l’incuria agevola la corsa verso l’irreparabile. Nella specie, occorre chiedersi quanto la penetrazione mafiosa sia così fitta, vasta, profonda, capillare da avere permeato la dimensione istituzionale, da rendere non sempre fruibile una dicotomia. Si può sapere chi sono i “buoni” e i “cattivi” ma mai preventivamente fugare il dubbio se questi ultimi stiano dove non potrebbero stare.

cms_20172/5v.jpg Alla coppola, alla lupara e al sangue, ormai da decenni la mafia preferisce cravatte, contratti e sapienti diffamazioni. Edifica nuovi assetti, con pezzi immondi della società. Il magistrato Giovanni Falcone, trucidato con troppi e come troppi dopo una serie di tentativi di morti civili e screditamenti ai suoi danni, non a torto parlava di “menti raffinatissime”. Quelle dell’Addaura, dei corvi e dei “mascariamenti” ai suoi danni, peraltro.

La sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 traccia un definitivo spartiacque tra un prima e un dopo … Se nel 1991 quello del dottor Antonino Scopelliti era stato un omicidio preventivo, per eliminare un magistrato incorruttibile, l’uccisione del parlamentare Salvo Lima segna la definitiva resa dei conti … Un mondo è finito e si apre un nuovo orizzonte. La mafia ha definitivamente assunto il comando ed è la politica ora che deve obbedire”. Sono le parole del dottor Leonardo Guarnotta, nel suo rievocare gli “anni nel bunker” del pool antimafia con Falcone. Borsellino, Di Lello e gli altri. La sentenza dei giudici supremi confermò il duro lavoro del maxiprocesso di Palermo (1986-1987) di quei valorosi. Insomma, lo Stato – dopo l’esperienza dei processi di Catanzaro (1968) e Bari (1969), indolori per i mafiosi – era riuscito a “metter dentro” i boss, senza che essi potessero avere, da esponenti politici a loro vicini, la garanzia di condanne evitate o di soluzioni di comodo. Saltarono gli schemi e, per reazione, saltarono in aria, con l’esplosivo, uomini e porzioni di nazione. Non solo in Sicilia.

Dalle stragi simboliche ma comunque rivolte al massacro di specifiche soggettività anti-mafia come Falcone e Borsellino, si passò a uno stragismo terroristico. Se si eccettua il fallito attentato al giornalista Maurizio Costanzo, le azioni efferate condotte lontano dalla Sicilia non furono mirate alla eliminazione di precise personalità contrastanti Cosa Nostra o comunque a essa invise, semmai si trattò, nel triennio 1992, 1993 e 1994, di progettati – e quasi sempre esitati – “atti di forza” tesi a intimorire, mettere in ginocchio e costringere le istituzioni a scelte che, agevolate dalla non limpidezza di chi avrebbe dovuto opporre sacrale fermezza, nessuno avrebbe mai potuto rettamente concepire. Non si dimentichi che lo stragismo di area mafiosa conta eventi precedenti, sebbene in contesti diversi, quali Ciaculli (1963) e Portella della Ginestra (1947). Ancor più, bisogna ricordare la “strage del rapido 904” o “strage di Natale” (1984): in essa si possono ravvisare espetti anticipatori di quanto concepito, in chiave di destabilizzazione e creazione di un ordine criminale, con le stragi degli anni Novanta.

La mafia, colpita duramente nei suoi molteplici interessi, si è fusa – in forma, sostanza, complicità, apporti, intelligenze, deviazioni – con qualcosa di “nuovo”, invero ben impiantato nella nazione; o, per meglio dire, ha raccolto altro peggio, per una sorta di metamorfosi entro i confini del nero. O forse è quel “vecchio” – neanche tanto innovativo nel cercar delinquenti e mafiosi – che ha cooptato la mafia, ne ha fatto braccio e partner.

cms_20172/6.jpgLa sigla Falange Armata è apparsa nella rivendicazione degli attentati di Roma, Firenze e Milano di quegli anni. Tanti morti, tanti feriti, patrimonio artistico polverizzato. In verità, questa sigla aveva raggiunto il proscenio qualche tempo prima, nell’era delle efferatezze della Uno Bianca – una macchina che conteneva, in sintesi, uomini delle forze dell’ordine deviati – e nell’era della strage del Pilastro, a Bologna (i carabinieri Mitilini, Moneta e Stefanini, poco più di sessant’anni in tre, trucidati). E il primo suo “presentarsi” nel 1990: una rivendicazione all’ANSA riguardante l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario. Il fratello Stefano e la sorella Nunzia mirano a capire il più profondo “perché”.

Mafia e non solo mafia. Livelli sempre più alti e complessi, tra affari, golpe, estrema destra, politica sporca, massoneria impura, vecchie e nuove trame, trattative e veleno non più a gocce, bensì a sorsi, per l’intera Nazione. Il più spaventoso degli attentati previsti, quello del gennaio 1994 nella zona antistante lo stadio Olimpico di Roma, pare essersi non concretizzato per puro caso.

E poi, per ragioni che sempre più si svelano, la scomparsa della Falange e il silenzio. Quello che è indicativo di equilibri raggiunti o in via di raggiungimento, quello che piace a Cosa Nostra e anche a quella multiforme entità che con Cosa Nostra patteggia e convive.

La sentenza di primo grado sulla trattativa Stato – mafia è storia, prima ancora che diritto.

(Continua)

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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