LA MOSCHEA DI SANTA SOFIA

Erdogan con questa scelta rischia l’isolamento

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Se c’è una persona al mondo che, alla stregua o più di tante altre, cerca di andare controcorrente a quella fase di transizione necessaria a una nazione per entrare nella lista degli Stati di diritto che basano le proprie fondamenta costituzionali su libertà di opinione, diversità socio-culturali e dialogo tra popoli, sicuramente è Recep Tayyip Erdoğan. Il plenipotenziario Presidente della Turchia, primo ministro dal 2003 al 2014 e Capo di Stato dal 2014 (ma anche del Governo, dopo il referendum che dal 2018 gli assegna anche tale funzione), ne giorni scorsi si è reso protagonista di un “capolavoro” di diplomazia internazionale: trasformare la Basilica di Santa Sofia di Istanbul, da museo a moschea (leggi anche le perplessità espresse da Giuseppe Capano su queste pagine). Decisione approvata il 10 luglio scorso dal Consiglio di Stato di Ankara con l’annullamento del decreto sancito nel 1934 da Mustafa Ataturk Kemal, primo presidente turco e fondatore di uno stato laico di ispirazione occidentale.

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Antica Basilica bizantina per quasi un millennio, Santa Sofia (Hagia Sophia in turco) era stata trasformata in luogo di culto islamico dal sultano Maometto II dopo la conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453. Nei giorni scorsi sono state molte le reazioni alla decisione di Ankara: “I musulmani di Istanbul non hanno bisogno di una nuova moschea a Istanbul, dove ci sono già innumerevoli moschee”, ha detto il Patriarca Caldeo Louis Raphael Sako, mentre per il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente (Mecc)la mossa compiuta dalla leadership turca rappresenta un “duro colpo per tutte le iniziative di dialogo islamo-cristiano avviate negli ultimi tre decenni”. La mossa azzardata di Erdogan, alla ricerca di un consenso sempre più plebiscitario, sta facendo, comunque, molto discutere più che altro per il suo contenuto prettamente politico. Letta tra le righe, è un endorsment ai partiti di estrema destra molto legati a quel conservatorismo islamista che vede nel machiavellico ministro degli Affari religiosi, Ali Erbas, un’influente figura carismatica (non solo politica) che ogni giorno mina il precario equilibrio di un Paese che di laico inizia a non avere più niente.

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Non a caso, è sua l’iniziativa, di poche ore fa, di entrare nell’ex museo voluto da Kemal impugnando una spada ottomana; gesto interpretato dal mondo cristiano come di sfida che stride con quanto riportato nel Documento sulla Fratellanza Umana per la pace nel mondo firmato il 4 febbraio 2019 a Abu Dhabi da Papa Francesco e dal grande imam di al Azhar, Ahmed al-Tayyeb. Nel frattempo sale la tensione tra Turchia e Grecia dopo le dichiarazioni del premier greco Kyriakos Mitsotakis in cui definisce la conversione di Santa Sofia in moschea come “un affronto alla civiltà del ventunesimo secolo”. Pronta la risposta del ministro degli Esteri turco Hami Aksoy in cui in una nota sottolinea che “la Grecia ha dimostrato ancora una volta la sua inimicizia nei confronti dell’Islam e della Turchia con la scusa di commentare l’apertura ai fedeli della moschea di Hagia Sophia”. Senza ombra di dubbio si continuerà a parlare molto su questa presa di posizione turca, ma permangono perplessità sulla sterile reazione politica internazionale e sul mancato eco alle dichiarazioni ufficiali delle istituzioni greche.

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Al momento, solo Vladimir Putin sembra aver appoggiato la posizione della Grecia riguardo alla Basilica bizantina, da quanto si evince da una nota del Cremlino in seguito al colloquio telefonico tra il presidente russo e Mitsotakis. Nel comunicato si sottolinea, oltre “all’integrazione del quadro giuridico per le relazioni bilaterali”, la necessità di vedere Santa Sofia interessata da un cambiamento geopolitico, considerato l’inestimabile “patrimonio culturale, storico e spirituale” che rappresenta “un tesoro dell’umanità e un simbolo di pace e di accordo”. Anche se il “dado è tratto”, a questo punto Erdogan dovrà fare molta attenzione e riflettere riguardo alla posizione dell’alleato Putin; figura chiave degli assetti geo-politici mediorientali dell’area siro-irachena-iraniana. La Basilica di Istanbul rappresenta una posta in palio così alta che rischia di far saltare il banco a colui che si è autoproclamato Sultano incontrastato di un Paese che da millenni è crocevia di popoli, religioni e culture differenti.

Umberto De Giosa

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