LA NEOLINGUA DELL’ECONOMIA:DAI POVERI AI RICCHI (parte prima)

L’economista Fitoussi critica la teoria mainstream che nel cambiare la semantica del linguaggio economico ne ha anche fissato i principi di politica economica a detrimento dei lavoratori

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Il libro di Jean Paul Fitoussi intitolato “La neolingua dell’economia. Ovvero come dire a un malato che è in buona salute” è stato pubblicato nel 2019 dall’editore torinese Einaudi. Il volume è organizzato nella forma di una intervista tra la giornalista Francesca Pierantozzi e l’economista Fitoussi. Esso è composto da 8 capitoli intitolati “Né Pierre né Paul”, “Il lavoro non c’è”, “Whatever it takes”, “Lo yin e lo yang”, “Venditori di mele”, “Il rumore della felicità che se ne va”,Le ragioni del torto”, “Il mercato siamo noi” e una parte conclusiva intitolata “Per concludere”.

Capitolo primo “Né Pierre né Paul”. In questo capitolo l’autore e l’intervistatrice introducono il tema centrale del libro, ovvero il linguaggio che ha modificato il pensiero economico in modo strumentale. L’autore sottolinea che non si tratta di una questione grammaticale, quanto più che altro di una questione di pensiero. La critica è alle politiche dell’austerità che sono state promozionate come delle soluzioni nei confronti della crisi finanziaria 2007. L’autore ritiene necessario riprendere il pensiero, il linguaggio e le politiche economiche keynesiane. Viene criticata l’economia mainstream, l’idea dei mercati perfetti, dei prezzi rappresentativi, dei mercati che si autoregolano, l’individualismo metodologico che tende a considerare ogni individuo come un Robinson Crusoe isolato dal resto della comunità che decide egotisticamente delle proprie scelte di consumo, risparmio ed investimento. Uno degli strumenti per imporre questa teoria e prassi economica consiste nel governare il linguaggio ed in modo particolare nella riduzione del linguaggio e del vocabolario per controllare al meglio lo sviluppo della scienza economica e delle politiche economiche. La competizione internazionale tra gli stati crea delle pressioni sui governi, i quali vogliono eccellere. Per vincere nel conflitto economico globale gli stati sono costretti ad utilizzare gli strumenti dell’economia mainstream. L’autore passa a considerare le questioni rilevanti della produttività e dell’economia del lavoro. La crescita della disoccupazione e della precarietà sono accompagnate dalla riduzione della produttività. In passato, l’economia aveva dei tassi di crescita più elevati grazie anche agli investimenti nelle infrastrutture e nei beni pubblici. Fitoussi sottolinea la mancanza di politiche adeguate a sostegno della produttività anche per mancanza di capacità dei leaders politici. I leader politici vengono avvertiti come veri dalla popolazione solo quando sono in grado di fare delle rinunce, come per esempio in caso di dimissioni o mancato rinnovo dell’incarico-il riferimento è al presidente Hollande. I politici sperimentano l’insufficienza degli strumenti istituzionali per la risoluzione delle questioni economiche. In questo senso le regole europee ostacolano i processi di recupero dell’economia soprattutto la regola del “no bail out”, che impedisce il salvataggio di un paese europeo da parte degli altri stati europei e in secondo luogo la mancanza di un lender of last resort, ovvero di un prestatore di ultima istanza che sia in grado di prestare fondi in caso di crisi. In questo quadro normativo i politici appaiono in trappola tra le regole europee rigide ed immodificabili e le aspettative di cambiamento della popolazione. In tale condizione essi tendono ad avere degli impatti nulli in termini di cambiamento dello scenario politico-economico.

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Capitolo secondo “Il lavoro che non c’è”. In questo capitolo Fitoussi e la sua intervistatrice affrontano il tema del lavoro. Il cambiamento del lavoro comporta la distruzione dei “lavori a vita”. Tuttavia, per l’autore, proprio questa sostanziale precarietà impone l’impiego di politiche economiche che possano essere impiegate per sostenere il lavoro. L’autore si riferisce alla profezia che Keynes realizzò nel suo libro “Le possibilità economiche per i nostri nipoti” nel quale, giustamente, Keynes aveva previsto una crescita della produttività tale da sollevare molti dalla necessità del lavoro. Keynes riteneva che poiché le persone non avrebbero più dovuto lavorare per sostenersi, allora avrebbero potuto dedicarsi alle passioni e alle virtù nobili coltivate con la scienza e la cultura. La fine del lavoro era quindi vista da Keynes come un’ottima notizia in quanto essa apriva alla possibilità di nuove esperienze che gli esseri umani avrebbero potuto sperimentare con uno spirito di libertà. Invece la precarizzazione del lavoro è stata accompagnata dalla presenza di precarietà e perdita di senso dell’esistenza. L’autore critica il meccanismo di controllo della forza lavoro che viene ad essere predisposto anche grazie all’innovazione tecnologica. In modo particolare, i dipendenti vengono ad essere seguiti nelle loro attività anche grazie ai computer e questo controllo riduce l’autonomia e la libertà del lavoratore di contribuire alla produttività. Inoltre, il lavoratore viene ad essere considerato in un qualche modo responsabile dei risultati aziendali, anche se magari questi non dipendono esattamente dal suo specifico contributo, attraverso il meccanismo dei bonus o della minaccia di licenziamento. Fitoussi critica l’ipotesi della parità di potere contrattuale tra lavoratore e datore di lavoro nella fase di perfezionamento del contratto lavoristico. Il lavoratore non è sullo stesso piano del datore di lavoro. E tale subordinazione economica, “fattuale” è tanto più ampia quanto minore è il grado di piena occupazione del mercato del lavoro in quanto il lavoratore privo di alternative è costretto a sottostare a quelle che sono le direttive dell’imprenditore. Una condizione di subordinazione che impedisce chiaramente la presenza di eguaglianza economica tra i contraenti del rapporto di lavoro. Tuttavia, esiste una soluzione a questa condizione ovvero la produttività: il cambiamento della vita dei lavoratori è possibile se i lavoratori hanno la possibilità di aumentare la produttività.

Il cambiamento del linguaggio economico ha modificato completamente i termini della politica economica. Infatti, nel passato in caso di crisi il governo sarebbe stato valutato per i posti di lavoro creati, per la spesa pubblica e per la crescita della produttività reale e potenziale. Invece con la neolingua dell’economia i governi vengono apprezzati nella dimensione internazionale, come per esempio il governo greco, per aver impoverito la popolazione con l’adozione delle politiche di austerità. Il lavoro è prodotto dalla domanda del mercato. La domanda di servizi della popolazione richiede l’utilizzo di lavoratori come per esempio nel settore dell’educazione, della salute, della sicurezza, dell’ambiente del benessere. L’autore ritiene che tale aumento dell’impiego di capitale umano nel settore dei servizi possa avvenire a prescindere dal fatto che la proprietà degli ospedali o delle scuole sia pubblica o privata. Fitoussi richiama il processo che ha portato alla crescita della produttività dall’agricoltura, alla manifattura, fino al settore dei servizi. L’autore critica i nostalgici dell’industrializzazione innanzitutto, perché non è vero che l’industria, in senso lato, possa essere completamente delocalizzata. Infatti, nella definizione ampia di industria rientra anche il settore delle costruzioni che non può essere delocalizzato e che comprende anche le infrastrutture pubbliche. In secondo luogo, perché non è detto che la re-industrializzazione dell’occidente sia senza costi, in quanto per esempio l’industria tende ad inquinare e certamente si avrebbe una riduzione del bilancio ambientale. Tuttavia, Fitoussi riprende il tema del lavoro, dei lavoratori e della loro soddisfazione, sostenendo che i lavoratori soddisfatti hanno maggiori possibilità di produrre innovazione. Esiste quindi una relazione positiva tra qualità del lavoro, soddisfazione dei lavoratori per la propria attività e capacità di innovazione.

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Figura 1. Il modello orientato alla crescita dell’innovazione sulla base della qualità del lavoro e della soddisfazione che Fitoussi riprende da Phelps.

Capitolo terzo “Whatever it takes”.In questo capitolo l’autore e l’intervistatrice affrontano il tema della presenza o meno di un ruolo degli intellettuali, in particolare degli intellettuali di sinistra, nel dibattitto che ha visto l’affermazione della neolingua dell’economia. Chiaramente il ruolo dell’intellettuale è rilevante e tuttavia limitato. In modo particolare Fitoussi richiama la teoria di Arrow in base alla quale ciò che conta nel mercato è l’opinione della maggioranza degli operatori in quanto anche se gli individui hanno personalmente ragione o hanno dei comportamenti razionali, la loro razionalità può essere effettivamente distrutta dalla presenza di uno scenario avverso di mercato. L’autore richiama l’importanza delle politiche economiche rivolte alla realizzazione delle infrastrutture ed il potenziamento del sistema della scuola e della sanità come strategia per procedere alla creazione di una nuova mobilitazione economica degli operatori.

Capitolo quarto “Lo yin e lo yang”. In questo capitolo l’autore fa riferimento al ruolo dell’Europa ed al rischio di una facile contrapposizione tra euroscettici ed euroentusiasti. In modo particolare l’autore si riferisce al fatto che le politiche economiche dell’Europa mettono in condizione di difficoltà gli Stati in quanto chiedono ai governi di realizzare delle opere di ristrutturazione dei debiti pubblici e della finanza pubblica senza che sia possibile utilizzare gli strumenti classici delle politiche fiscali e delle politiche monetarie. In modo particolare l’autore fa riferimento alla questione della competitività e delle concorrenza. L’autorità della concorrenza europea sembra essere eccessivamente orientata alla limitazione di forme di creazione di monopoli ed oligopoli ed è anche aggressiva nei confronti di incentivi predisposti anche per obiettivi utili socialmente come per esempio le energie rinnovabili. L’effetto netto di tale rigidità consiste nel fatto di avere delle aziende che non riescono mai ad essere abbastanza grandi da competere con i giganti americani da un lato e dall’altro lato di limitare l’accesso a delle politiche economiche che possono essere molto utili nella promozione del bene pubblico sotto il punto di vista sociale ed ambientale. Un ulteriore elemento che l’autore considera critico è nella mancanza di accountability da parte della Banca Centrale Europea nei confronti di una qualche istituzione. Inoltre il governo dell’Unione Europea risulta essere caratterizzato da un eccesso di organi collegiali con la difficoltà di individuare quelli che sono i veri organi di governo dell’Unione. Inoltre, il fatto che l’euro sia una moneta molto apprezzata soprattutto nei confronti del dollaro ha certamente facilitato il boom dell’economia della silicon Valley. Fitoussi considera un errore mettere sullo stesso piano l’indebitamento dello Stato con l’indebitamento individuale. Infatti, lo Stato ha una prospettiva di esistenza intergenerazionale che offre delle garanzie di sostenibilità ampie rispetto agli individui. Tuttavia, occorre anche evitare l’eccesso di indebitamento come quello della Germania nella Prima guerra mondiale e della Grecia nella crisi del 2007. Infatti, i debiti che non possono essere rimborsati possono deprimere le possibilità di ripresa economica. Tuttavia è anche assolutamente necessario che si proceda ad evitare di applicare la dinamica del too big to fail, in quanto se una banca, una impresa o una istituzione ritengono di essere troppo grandi per fallire potrebbero mettere in atto delle pratiche gestionali ed amministrative eccessivamente rischiose nella sicurezza che tanto arriverà lo Stato a ripagare i conti. Del resto Fitoussi critica anche le politiche rivolte alla svalutazione della componente del lavoro che vengono considerate delle politiche di import-export della disoccupazione. Quando un paese è molto competitivo nel fattore lavoro, difatti, esporta disoccupazione negli altri paesi in quanto i lavoratori degli altri paesi non avranno la possibilità di produrre gli stessi beni e servizi a quello medesimo andamento di reddito. L’autore conclude il capitolo sostenendo che la Germania è il main stakeholder dell’Europa Unita, in quanto il suo ampio surplus commerciale viene ad essere manifestato soprattutto nei vari paesi europei. Pertanto la Germania si opporrebbe ad una scelta da parte di paesi rilevanti in termini di mercato, come la Francia e l’Italia, qualora questi minacciassero di abbandonare l’Unione.

Angelo Leogrande

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