LA PAROLA COME STRUMENTO DI COMUNICAZIONE

Di Ercole Ferretti (scrittore - poeta)

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Maria Casalanguida:Lettera a me stessa II"acrilico su tela

Dopo aver risposto alla domanda cos’è la parola, ora cercheremo di rispondere alla domanda: A cosa serve la parola?

La risposta questa volta sembra più semplice: E’ lo strumento privilegiato per la comunicazione umana.

Si parla tanto dell’arte di comunicare.

La storia ci racconta di grandi oratori come Demostene e Cicerone, ad esempio.

Oggi con l’avvento della tecnologia se si vuole ottenere un’alta percentuale di ascolti, occorrono bravi comunicatori e un valido argomento.

Comunicare è saper trasmettere il pensiero con parole capaci di rendere comprensibile agli interlocutori o ascoltatori, il contenuto dello stesso.

La parola non è uno strumento freddo e univoco.

Chi di noi non si è mai annoiato durante lezioni di professori o conferenzieri prolissi con pause lunghe e frasi incomprensibili? Oppure, al contrario, si è appassionato ad ascoltare un bravo professore o conferenziere? O ancora non ha avuto difficoltà nel comunicare in una situazione emotivamente complicata?

Oggi abbiamo il telecomando che assolve questa funzione.

Comunicare è un’arte.

Gli strumenti di questa arte sono il pensiero che produce il contenuto e la parola che lo realizza.

Questa è la comunicazione in generale.

Esiste, oltre alla comunicazione intrapersonale, che si realizza quando il nostro pensiero spazia senza limiti e regole nel nostro mondo interiore, la comunicazione interpersonale che avviene tra un numero ristretto di persone, in genere molto importanti per noi, e che ha ugualmente bisogno di regole affinchè il contenuto diventi comprensibile.

Pensiamo alla comunicazione tra familiari o alla comunicazione tra amici.

Questo tipo di comunicazione non è facile. In genere non basta la parola.

Quando tutto va bene e la comunicazione è fluida e senza sottintesi, veri o presunti, si può dire ottimale. In questo caso tra il pensiero e la parola non ci sono interferenze di natura tecnico-verbale né di natura psicologica.

Quando invece la comunicazione è preda delle interferenze emotive la situazione diventa complicata se non impossibile.

I fattori disturbanti possono essere di varia natura.

L’armonia familiare, ad esempio, può essere rovinata da una situazione economica disagiata, o da sospetti, pregiudizi ed altro. E spesso la parola non è più sufficiente per dirimere le questioni. Anzi, a volte più si parla e più la situazione si ingarbuglia.

E’ colpa delle parole che diventano incomprensibili? No.

Forse i protagonisti non sono più in grado di trovare parole nel loro vocabolario per esprimere il loro pensiero? No, il pensiero, in questo caso, è vittima di sentimenti quali rabbia, risentimento, odio, gelosia e persino amore.

In realtà, in questi frangenti i protagonisti sono semplicemente vittime delle loro emozioni.

Quando la comunicazione diventa difficile perchè disturbata da problemi emotivi personali, la parola acquista una valenza di disturbo e non di facilitatore.

IL suo significato diventa sempre altro e va oltre il suo significato tecnico.

Comunicare allora diventa impossibile.

Dubbi, sospetti e risentimenti, in questi casi, sono la nebbia della comunicazione…

Pertanto l’interferenza emotiva cambia, in ultima analisi, il significato delle parole, quindi il contenuto emotivo che esse tentano di esprimere.

E’ questo il limite della parola.

La parola, pertanto, non ha un solo significato e non mi riferisco solo all’esistenza dei sinonimi, ma al problema dell’interferenza emotiva tra il pensiero e la sua realizzazione verbale. La parola non è pura traduzione del pensiero. Non è solo vocabolario.

In realtà è impossibile riprodurre e trasmettere solo con parole il proprio mondo interiore.

Pensiamo a una composizione poetica, a un quadro, una scultura, o qualsiasi altra espressione artistica dove l’autore abbia voluto trasmettere le sue emozioni, le sue sensazioni, il suo stato d’animo. Quando un lettore o un osservatore viene a contatto con queste espressioni artistiche sperimenta non le emozioni dell’artista, ma proietta sull’opera d’arte le proprie emozioni.

Questo tipo di comunicazione ha un duplice effetto, quello di procurare emozione all’artista e nello stesso tempo a chi si sofferma a leggere e a guardare. Il commento con la parola diventa quasi banale: è bello, mi piace… L’intensità emotiva è invece una sensazione profonda che va oltre le parole.

Ricordo che visitando il Louvre restai immobilizzato davanti al Pierrot del Watteau… me ne stetti qualche tempo con le emozioni che il quadro mi provocava. Se mi avessero chiesto cosa stavo provando non avrei potuto dirlo con parole perché nessuna di esse era adeguata all’emozione… il nostro mondo interiore e le nostre emozioni restano dentro di noi e solo il poeta e l’artista riescono ad esternarle anche se in chiave molto personalistica. Infatti chi legge o guarda pur non provando le stesse emozioni dell’artista (impossibile) sa che l’artista ha avuto il merito di metterci in contatto con le nostre personali emozioni.

In conclusione, la parola è uno strumento essenziale, non l’unico, per comunicare.

Le nostre comunicazioni possono essere fredde quando ad esempio, entriamo in un negozio e chiediamo ciò che vogliamo acquistare. Possono essere neutre quando parliamo con una persona che ci è indifferente. Ma diventano complicate quando hanno a che fare con le emozioni.

Imparare a comunicare allora non è soltanto la conoscenza della parola ma è anche imparare a fare i conti con le nostre emozioni, i i nostri sentimenti, le nostre percezioni.

Per districarsi in questa foresta è importante usare bene la parola ma è importante anche imparare ad essere padroni del nostro mondo interiore e delle parole che usiamo per cercare di renderlo il più comprensibile possibile ai nostri interlocutori, ricordando sempre che la parola è solo uno strumento che traduce il pensiero.

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