LA PLASTICA HA INVASO L’ADRIATICO

Dove va a finire tutta quella non differenziata?

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Al recente G20 di Matera, presieduto dall’Italia, il motivo conduttore della riunione interministeriale dei rappresentanti degli Esteri e dell’Economia dei Paesi più ricchi e potenti della Terra, è stato il multilateralismo. L’incontro, è servito a far emergere la necessità di cooperare per raggiungere degli obiettivi comuni per il benessere, soprattutto, del pianeta. Uno degli obiettivi, è quello già preso in considerazione dall’Agenda 2030, ridurre l’inquinamento di habitat naturali, determinanti per la salvaguardia dell’ecosistema: mari e oceani. Rimanendo nei nostri confini nazionali, in una recente campagna di Greenpeace, “Difendiamo il mare”, in collaborazione con l’Università delle Marche, ha documentato come l’inquinamento da plastica e i cambiamenti climatici stiano producendo impatti distruttivi sull’ecosistema marino e sulle comunità costiere. Le ricerche e le denunce dell’associazione ambientalista in questi ultimi anni, purtroppo, hanno rilevato che la crescente mole di rifiuti prodotti dalle attività antropiche ha fatto diventare i mari le più grandi discariche planetarie.

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Analisi preliminari indicano che, sui fondali dell’Adriatico, le maggior parte dei rifiuti si riscontrano negli ambienti costieri ed entro i 30 metri di profondità. Il 50% dei rifiuti in plastica è rappresentato da reti da pesca e retini tubolari per l’allevamento delle cozze. Altri manufatti più frequenti sono le confezioni e gli imballaggi monouso come le bottiglie. Ma il vero problema, non sono le bottiglie e il materiale di plastica trovato sui fondali, bensì le microplastiche. Oltre il 95% è sotto forma di microplastiche, particelle invisibili a occhio nudo, che possono essere ingerite dagli organismi marini in diversi modi. Gli organismi filtratori, come le cozze, possono ingerirle con l’acqua che filtrano per nutrirsi. I pesci, invece, possono ingerirle scambiandole per prede o anche attraverso il consumo di prede contaminate.

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Le microplastiche sono quindi presenti in diverse specie ittiche consumate dall’uomo. É infatti verosimile che, con l’alimentazione, anche noi possiamo ingerire microplastiche soprattutto nel caso dei molluschi e crostacei, che spesso sono consumati interi. Pertanto, i danni alla salute delle persone non sono da prendere alla leggera. Riguardo all’elevata concentrazione di plastiche e microplastiche in un mare come l’Adriatico, per la cronaca bisogna sottolineare che l’Italia è tra i primi paesi al mondo per il consumo di acque minerali e confezionate in bottiglia! Ogni anno 7 miliardi di bottiglie in PET (polietilene tereftalato, un derivato del petrolio) non vengono riciclate. Il riciclo effettivo è meno del 40%. E allora, dove va a finire tutta la plastica non riciclata? La domanda è alquanta retorica, ma è nostro dovere porla per sensibilizzare l’opinione pubblica, creando un dibattito circa la reale necessità di continuare a utilizzare indiscriminatamente materiale di plastica monouso contribuendo a mettere seriamente a repentaglio la salute nostra e del nostro Pianeta.

Umberto De Giosa

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