LA SALUTE PRIMA DI TUTTO!

Perché lo sviluppo economico di una nazione passa anche attraverso la cura e l’assistenza sanitaria pubblica dei propri cittadini

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Ma è possibile che ci vogliono le calamità naturali o le situazioni di emergenza o per prendere decisioni di buon senso (civico) e onestà intellettuale? C’è voluto un virus, tramutatosi da epidemico in pandemico, e in certe condizioni anche molto letale, a portare le Istituzioni a riunirsi intorno a un tavolo per inserire nel Decreto 37/2020 una misura di potenziamento del sistema sanitario. La misura contenuta nel provvedimento, non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, in sintesi prevede la possibilità di incrementare il personale medico e infermieristico militare con una ferma eccezionale di un anno, mentre vengono potenziati i servizi sanitari militari, l’assunzione a tempo determinato, da parte dell’Inail, di 200 medici specialisti e 100 infermieri, mentre viene incrementato lo stanziamento a favore dell’Istituto Superiore di Sanità per far fronte alle esigenze di sorveglianza epidemiologica (il totale di questi interventi assomma a 64 milioni) e la possibilità, ove non sia possibile reclutare nuovo personale, di trattenere in servizio il personale del Sistema Sanitario Nazionale che avrebbe i requisiti per la pensione. Inoltre, e questo è il vero punto di svolta del decreto, sono previste disposizioni sull’abilitazione all’esercizio della professione di medico-chirurgo, con la previsione che il conseguimento della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e chirurgia, abiliti all’esercizio della professione di medico chirurgo previo giudizio di idoneità sui risultati relativi alle competenze dimostrate nel corso del tirocinio pratico-valutativo svolto all’interno del corso di studi. Era ora che si cambiasse la tendenza in voga, da circa un ventennio, di depauperare la Sanità Nazionale (per non palare di scuola, università e ricerca) a vantaggio di quella privata.

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Un’indagine della Fondazione GIMBE ha calcolato che dal 2010 al 2019, a fronte di una crescita del fabbisogno nazionale pari a 8,8 miliardi, sono stati sottratti circa 37 miliardi di euro alla sanità pubblica italiana. Un vero e proprio furto da un capitolo di spesa tra i più importanti del bilancio statale, messo in atto dalla politica per far fronte a promesse da campagna elettorale e propagandistiche come gli 80 euro di Renzi, il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle e quota 100 della Lega. E a questo aggiungo anche la debole lotta all’evasione fiscale che, come un cane che si morde la coda, causa il doppio effetto di vedere arrivare meno soldi da iva e tasse non dichiarate e pochi soldi da quelli recuperati con interventi mirati di repressione. Ma galeotti furono i condoni e le sanatorie fiscali dal 2000 al 2019. «Evado quanto mi pare e piace e male che vada me la cavo con 4 soldi!», vien da pensare, quando evade, al furbetto della partita iva. In una relazione compilata dal Ministero delle finanze nel 2018, si stima che l’ammontare dei soldi evasi al fisco ogni anno è di circa 100 miliardi di euro. L’imposta più evasa è l’Iva (35,6 miliardi) seguita dall’Irpef da lavoro autonomo e impresa (32,9 miliardi). Non proprio delle briciole se pensiamo che sono soldi necessari a far funzionare anche quei servizi pubblici come la sanità, tanto acclamata e sostenuta, almeno moralmente, soprattutto in questo periodo. Soldi necessari a mettere in regola la miriade di precari tra medici, infermieri e operatori sanitari e a contrastare il triste fenomeno dell’espatrio di giovani laureati e menti eccellenti del campo medico-scientifico. Ma in Italia lo sappiamo come funziona: per essere messi in regola con il lavoro devi “semplicemente” trovare il ceppo di un virus letale o se hai una mente brillante e vuoi fare carriera universitaria, per esempio, sei costretto ad interim a scrivere pubblicazioni e fare ricerche per il barone di turno, e nel frattempo il tuo posto è stato occupato da figli, nipoti e compiacenti prezzolati.

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L’Italia, almeno sin dall’era repubblicana, purtroppo continua a essere un Paese non fondato sulla meritocrazia e sul rispetto delle regole. Perché i nostri giovani meritevoli non trovano spazio nel mondo professionale italiano? Forse i nostri padri costituenti (o almeno parte di loro) si sono guardati bene nell’introdurre, nella Carta Costituzionale della Repubblica Italiana, un sostantivo (per dipiù “femminile”) che avrebbe messo in seria difficoltà tutto un sistema di assunzioni lavorative pubbliche e private, per non parlare dell’assegnazione degli incarichi ai vertici delle aziende pubbliche e delle partecipate statali, basate ancora oggi sul consenso elettorale e sul voto di scambio. E la storia della prima e seconda repubblica italiana, continua a portare esempi di mala gestione della cosa pubblica. Non ci sono livelli della società non toccati dalla longa manus di una politica che continua a fare danni a un Paese alle prese con un debito pubblico tra i più alti delle nazioni in ambito G20, che fa i conti ogni giorno con una evasione fiscale sempre più crescente e con la piaga endemica della corruzione. Solo per citare qualche dato, riguardo all’indice di percezione della corruzione nel mondo, al 2019, il Bel Paese (in questo caso “si fa per dire!”) è al 51° posto (fonte Transparency International Italia), mentre dominano la classifica (in positivo) la Danimarca e Nuova Zelanda; i paesi con la percentuale più alta di corruzione, invece, sono la Somalia e Sud Sudan.

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Comunque, in questo momento di grande crisi dovuta alla pandemia, dobbiamo pensare ai segnali positivi, come quelli su esposti, che ci arrivano da un sistema Paese che, evidentemente, anche durante le situazioni drammatiche, ha bisogno di migliorarsi e di avere un più alto senso morale senza se e senza ma. Oggi, così come ci auguriamo in futuro, “la salute prima di tutto!”, è il messaggio che viralmente deve rimbalzare sui social, nei media e nelle nostre teste, convincendoci che lo sviluppo economico di una nazione passa anche attraverso la cura e l’assistenza sanitaria pubblica dei propri cittadini.

Umberto De Giosa

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