LA SCIENZA SAPEVA MA NON HA FATTO NULLA

Soderberg lo ha descritto in Contagion. Perché non si è mai pensato a un vaccino?

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In queste ore sta facendo ancora molto discutere il video trasmesso nel 2015 dal TG3 Leonardo. Il servizio del canale Rai, condiviso in maniera virale sui social media e usato come argomento di discussione sul coronavirus da seguitissime trasmissioni tv dall’audience popolare, nel commento introduttivo di copertina annuncia che “scienziati cinesi creano un supervirus polmonare da pipistrelli e topi. Serve solo per motivi di studio ma sono tante le proteste […] Vale la pena rischiare?”. Pronte sono state le risposte di molti ricercatori e scienziati per screditare le teorie complottistiche costruite attorno a un filmato divenuto anche strumento di sciacallaggio politico. La mia intenzione, però, non è quella di discutere riguardo all’attendibilità e attinenza del contenuto giornalistico del servizio andato in onda cinque anni fa, mettendola a confronto con l’epidemia diffusa alla fine del 2019 e dichiarata dal governo cinese solo nel mese di gennaio. Ma vorrei andare a fondo per capire se queste tipologie di virus, esistono e le si conoscono da moto più tempo. Proverò ad esporre un ragionamento partendo dall’analisi di un film prodotto nel 2011 e direttoda Steven Soderbergh: Contagion. La pellicola del regista premio Oscar nel 2001 per Traffic, in queste ore drammatiche per il mondo, è di un’attualità sconcertante, ponendo molti quesiti sulla conoscenza più o meno approfondita, già da diverso tempo, dei corona(virus) da parte di Istituzioni sanitarie e governi.

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La trama del film, tra i più ricercati sul web in questi giorni, contiene tutti gli elementi e i termini che oramai abbiamo imparato a conoscere sin da quando la città di Wuhan (Cina) ha cominciato ad apparire sugli schermi dei Tg e nei titoli dei giornali: paziente zero, animali infetti, virus, epidemia, pandemia, precauzioni, prevenzioni, panico, strutture sanitarie in affanno e teorie del complotto. Nell’opera di Soderbergh c’è un paziente zero di un villaggio cinese (guarda caso!) che contrae una malattia, all’inizio sconosciuta, causata da un incrocio di virus tra pipistrello e maiale. Il virus, fortemente contagioso, si diffonde attraverso il contatto tra persone che si spostano frequentemente, provocando uno stato influenzale che prende soprattutto i polmoni. C’è chi diffonde teorie complottistiche ai fini di lucro e chi nel frattempo si concentra nella ricerca di un vaccino attraverso colture virali. Qui mi fermo per evitare di spoilerare anche il finale del film.

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Come potete vedere si tratta di una simulazione della realtà abbastanza corrispondente ai fatti che stanno accadendo oggi. Anche se, a dire il vero, lo sceneggiatore Scott Z. Burns (The Report e No Time To Die) e il regista si sono avvalsi della consulenza del CDC (Centers for Disease Control and Prevention), l’organismo di controllo sulla Sanità Pubblica statunitense, alle prese in questi giorni con la questione coronavirus. Pertanto, possiamo benissimo dire che l’esistenza e pericolosità di questi coronavirus (la SARS fa parte della famiglia) è conosciuta agli scienziati almeno da un decennio. E allora, come mai non si è mai pensato a un vaccino? Si è sottovalutata la portata del virus oppure non si è vista la convenienza economica nell’investire denaro nella ricerca? E, soprattutto, perché la comunità scientifica non ha costretto i governi a varare un piano di prevenzione che partisse dall’accumulo di scorte di dispositivi sanitari di prevenzione individuali e di ampliamento delle strutture ospedaliere intensiviste?

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Al momento non ci sono risposte, ma solo consigli che gli scienziati ripetutamente, e alle volte con l’ausilio di celebrità del mondo della musica e dello spettacolo, danno riguardo al rispetto delle norme degli organismi sanitari e delle regole contenute nelle ordinanze governative. Ed è quello che gli stessi ricercatori della Columbia University Mailman School of Public Health, che erano stati nel 2011 i consulenti di Contagion, hanno chiesto di fare attraverso dei video-tutorial ad alcuni membri del cast del film distribuito nel 2011. Gli scienziati e virologi della Columbia University hanno chiesto a Matt Damon, che nel film è un uomo immune dal virus, di introdurre i video dei colleghi e sottolineare l’importanza della distanza sociale. Kate Winslet, che in Contagion interpreta il ruolo di una epidemiologa alla ricerca del paziente zero, non solo evidenzia l’importanza di lavarsi le mani, ma ce lo fa vedere dettagliatamente dal suo bagno di casa sottolineando a un certo punto che «oggi la nostra vita dipende anche da questo». È ancora molto difficile intravedere un barlume di luce in fondo al tunnel, ma se quella che stiamo vivendo è una guerra, allora sia ben chiaro che in guerra i civili cercano un riparo dalle bombe e dai proiettili del nemico, anziché lamentarsi delle ordinanze che gli vietano di uscire per andare a passeggio o per fare jogging. Restate a casa, ne va della nostra pelle.

Umberto De Giosa

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