LA TIRANNIA DELL’ECONOMIA DELL’ATTENZIONE

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cms_27066/1.jpgLa proliferazione di stimoli digitali in un ambiente sociale sempre più disordinato e rumoroso ha provocato negli individui una tendenza associata alla dispersione della nostra attenzione. Multitasking e diminuzione della capacità di concentrazione sono i due maggiori aspetti sui quali oggi verte il dibattito scientifico circa le conseguenze di un ambiente digitale nel quale siamo sempre più immersi e di cui non riusciamo a fare a meno per svariati ordini di motivi. La nostra è diventata, quando ci riferiamo alle tecnologie digitali, una cultura immersiva, cioè legata a specifiche modalità di fruizione dei vari device con i quali ci interfacciamo, una modalità di coinvolgimento del soggetto peculiare di tali contesti digitali. Grazie a Herbert Simon, colui che coniò il termine “economia dell’attenzione”, sappiamo che l’attenzione rappresenta una risorsa cognitiva da distribuire con cautela tra le diverse attività di una società ricca di informazione. La disponibilità dell’attenzione, essendo essa limitata, va amministrata con estrema cautela, in particolar modo nell’attuale vita quotidiana all’interno della quale viviamo costantemente in uno stato di “onlife”.

cms_27066/2_1659835893.jpgL’economia dell’attenzione, all’interno di una forma che Foucault ha chiamato di biocapitalismo, può essere intesa come lo studio e la formalizzazione di alcune pratiche come per esempio la capacità di fornire contenuti di valore alle giuste tariffe in modo che tutte le parti in questione siano soddisfatte, ed evitare così la dispersione di attenzione di tutta la catena produttiva, da chi realizza i contenuti fino a chi li consuma. Il concetto, di derivazione marxista, nella riflessione socio-filosofica assume i connotati di un vero e proprio sfruttamento intensivo delle capacità non solo fisiche ma soprattutto psico-cognitive dell’individuo nei gangli della produzione. Se ciò è quello che viene postulato a livello socio-economico, allora nella nostra realtà vi è poco spazio per ulteriori, vecchie e sane pratiche di vita. Si pensi alla gestione della solitudine, alla noia, all’andare in vacanza ma non riuscire a staccare la spina. Filosofi e artisti avevano organizzato la loro vita, privata e professionale, in modo tale che la solitudine fosse la base essenziale per esercitare il libero e creativo pensiero dal quale poi fuoriuscisse un certo grado di saggezza che potesse spiegare le alterne fortune dell’uomo sulla terra.

cms_27066/3.jpgCon l’avvento della società moderna e subito dopo della post modernità, o ipermodernità, si assiste non solo alla fine di determinate categorie di pensiero, ma al subentro di meccanismi alimentati dall’età della tecnica che hanno letteralmente costretto l’insieme degli individui a rapportare le proprie vite secondo i dettami dei device e delle piattaforme 2.0. Subentra nelle vite di miliardi di persone una dittatura performativa del tutto lontana da abitudini e stili di vita adottati e perfezionati col tempo nel passato: la noia è insopportabile, la solitudine è per i depressi, la vacanza è un vuoto da riempire con l’incessante scrolling dello smartphone. Sotto l’egida della tecnica, di brand ossessionati a ottenere una buona reputazione e di stimoli elettronici sempre pronti ad assalire il nostro tempo, siamo con le spalle al muro. L’economia diventa una dittatura e una rincorsa verso il monopolio dell’attenzione di un numero sempre maggiore di soggetti spesso riluttanti, a volte indisposti, ma tutti pronti a essere disturbati e a subire interruzioni del loro tempo. Il multitasking diventa allora non una virtù ma una necessità per rimanere a galla in un mondo sempre più connotato dall’ossimorico motus interruptus, ovvero in cui il nostro incessante rincorrere falsi obiettivi e speranze presto disilluse, ci trasforma in individui insoddisfatti, stravolti dalle informazioni, “attenzionati” nei nostri movimenti nello spazio virtuale.

Andrea Alessandrino

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