LA VARIANTE DELTA

Confronto tra la situazione italiana e quella inglese

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L’Inghilterra è stato il primo paese europeo a risollevarsi dalla pandemia e a cercare di tornare a una vita normale. Ricordiamo tutti la felicità degli inglesi che tonavano a sedersi all’aperto dei pub per gustarsi la classica birra, nonostante le temperature non proprio temperate. Questo accadeva un paio di mesi fa, grazie ad una strategia basata su 3 punti chiave:

  1. Vaccinazione di massa con il primo vaccino disponibile, nel caso di specie l’Astrazeneca
  2. Somministrazione della prima dose del vaccino alla maggior parte della popolazione, posticipando il richiamo il più possibile per arrivare alla più ampia percentuale di popolazione vaccinata anche se con una sola dose
  3. Lockdown duro prima di arrivare ad una percentuale di copertura della popolazione vicino al 50% che ha permesso di riscontrare i benefici rispetto al numero dei nuovi casi e, soprattutto, delle ospedalizzazioni e dei decessi.

Nonostante le linee guida della comunità scientifica non avessero avallato la scelta della singola dose, la strategia dell’Inghilterra si è rivelata vincente, tanto che, sulla scia dei risultati entusiastici, anche in Italia diversi esperti si sono dichiarati a favore della politica “almeno una dose per tutti”. Tale discussione è finita anche sui tavoli decisionali e per alcune settimane si è allungato il periodo tra la somministrazione tra la prima dose ed il richiamo per i vaccini a mRNA. La logica è stata proprio quella di favorire la copertura vaccinale in un momento di penuria di vaccini con questa tecnologia, mentre insorgevano i primi problemi sui vaccini a vettore virale (in particolare proprio Astrazeneca), soprattutto per la popolazione più giovane.

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Poi, qualche settimana fa, è sbarcata in Europa e, soprattutto, in Inghilterra la nuova variante B.1.617, ossia la variante indiana, oggi soprannominata più semplicemente come “delta” e qui la situazione è cominciata a cambiare in maniera sostanziale. La variante delta ha cominciato a circolare sottotraccia in Inghilterra e, come succede normalmente con le varianti più contagiose, ha preso rapidamente il sopravvento e si stima che, ad oggi, l’incidenza di questa variante in Inghilterra sia superiore al 90%.

I nuovi casi, quindi, sono tornati a crescere in maniera elevata ed anche le ospedalizzazioni sono riprese significativamente. Questo è stato, ovviamente, favorito anche dalle riaperture che nel frattempo sono state attuate nel paese.

Ancora non è chiarissima l’incidenza sui decessi che sembrano essere ancora bassi. Questo è sicuramente dovuto al ritardo di qualche settimana con cui si comincia a registrare l’andamento crescente dei decessi rispetto alla curva dei casi e delle ospedalizzazioni, ma, forse e aggiungiamo sperabilmente, anche ad una protezione dovuta ad i vaccini somministrati, anche se in dose singola, che hanno un’efficacia inferiore rispetto al contagio per questa variante, ma posseggono una qualche protezione verso la forma grave della malattia.

È quindi legittimo porsi qualche domanda anche sulla situazione italiana, soprattutto alla luce del piano di riaperture ormai già deciso dal governo. Obiettivamente il confronto con l’Inghilterra potrebbe destare qualche preoccupazione, considerando che il virus non conosce frontiere, come abbiamo bene imparato in questo ultimo periodo.

Infatti, in Italia fino a pochi giorni fa l’incidenza della variante indiana era stimata in pochi punti percentuali (da poco più di 1% fino al 3,4%), ma alcuni esperti stanno sostenendo che tale incidenza è largamente sottostimata e si azzarda che questo parametro si possa attestare invece oltre il 20%. Infatti, per stimare correttamente questo parametro, sarebbe necessaria una attività di sequenziamento del virus che l’Organizzazione mondiale della sanità imposta ad un minimo del 5%, ossia lo studio del DNA del virus in almeno il 5% dei casi riscontrati, per individuarne la sua struttura e stabilire l’appartenenza al ceppo originario oppure ad eventuali varianti già note o addirittura dovute a nuove mutazioni.

Purtroppo, in Italia l’attività di sequenziamento si ferma, ad oggi, a circa un punto percentuale, sebbene l’attenzione delle autorità preposte stia portando ad un rafforzamento di questa attività. Questo aspetto, insieme al fatto che alcuni test diagnostici di vecchia generazione potrebbero non riconoscere il virus nella sua variante delta, può indurre ad una certa preoccupazione in una fase in cui molte restrizioni sono già state abolite ed altre lo saranno a breve.

Nonostante, come visto, i motivi di preoccupazione possano essere fondati, vanno, però, individuate alcune differenze significative tra la situazione italiana e quella inglese che ci dovrebbero portare ad un cauto ottimismo.

Per individuare le differenze significative tra l’Italia e l’Inghilterra, bisogna rifarsi al meccanismo di contagio del virus ed in particolare alla capacità della variante delta di essere più contagiosa del 60% rispetto alla variante inglese, oggi largamente minoritaria oltre Manica. Questa caratteristica si innesta nella situazione generale descritta in precedenza, dove la popolazione già vaccinata ha assunto solo la prima dose di vaccino. Sappiamo che il vaccino Astrazeneca utilizzato in Inghilterra, pur proteggendo molto contro il rischio di morte, ha però un’efficacia sul contagio intorno al 60/65%, ma solo dopo la seconda dose. Si è stimato che l’efficacia della sola prima dose si attesti a non oltre il 30%. Questo valore, combinato con la percentuale di popolazione vaccinata all’epoca dell’insorgenza della variante delta, determina una protezione troppo bassa contro un virus con un valore Rt forse superiore ad 1,4, contro un valore Rt che si aveva in precedenza con la variante inglese al di sotto dell’unità.

Ricordiamo che la legge matematica che regola l’andamento del contagio è una progressione esponenziale caratterizzata da un andamento crescente per Rt superiore all’unità e decrescente per Rt inferiore all’1 e che questo andamento si applica, ovviamente, alla popolazione cosiddetta suscettibile, ossia alle persone non vaccinate oppure a quelle dove l’efficacia della vaccinazione ha fallito.

Pur non avendo la presunzione di voler caratterizzare matematicamente l’andamento del contagio calato nella situazione attuale, vanno quindi tenute in conto queste altre due variabili che determinano la percentuale di popolazione suscettibile al virus. Infatti, il virus circolando più liberamente grazie anche all’abolizione delle restrizioni del lockdown, ha intercettato un 50% di persone già vaccinate, ma, essendo coperte con una sola dose, solo un 30% di queste è risultata realmente protetta contro la variante delta. In sostanza, la percentuale di popolazione realmente protetta dal vaccino si può stimare intorno al solo 15%, mentre quella suscettibile al virus delta risulta complementariamente circa l’85%. L’innesto di queste variabili nella progressione esponenziale che caratterizza il contagio porta, con un Rt di 1,4, ad una curva nettamente in crescita ed è quello che è praticamente successo nella popolazione inglese. Ad oggi, gli obiettivi prioritari delle autorità inglesi sono quindi il completamente del ciclo vaccinale e la contemporanea accelerazione alla vaccinazione della popolazione non ancora vaccinata.

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Di fronte a questa situazione, per non vanificare gli sforzi già fatti e non pregiudicare i buoni risultati ottenuti, molti paesi europei, tra cui l’Italia, hanno imposto la quarantena ai passeggeri provenienti dai paesi a rischio (in principio l’India ed ora l’Inghilterra). Nonostante ciò, abbiamo già accennato al fatto che in Italia la circolazione della variante delta potrebbe aver raggiunto un quarto dei casi, anche se i dati ufficiali sono ben al di sotto.

La situazione italiana, però, presenta alcune caratteristiche che ci danno qualche vantaggio.

Come principio generale va ricordato che esiste una oggettiva difficoltà a reagire con prontezza ad una situazione che muta rapidamente. Infatti, l’Inghilterra, anche per le storiche relazioni che la legano all’India, è stata colpita, se non all’improvviso, sicuramente con un impatto determinante. Gli altri paesi europei, facendo tesoro dell’esperienza inglese, sono meglio preparati ad affrontare la situazione.

Poi la difficoltà incontrata inizialmente nel ricevere il vaccino Astrazeneca ha spostato la strategia vaccinale italiana sostanzialmente sui vaccini a mRNA. Questo vaccino è stato riconosciuto avere un’efficacia sul contagio di circa il 95%. Questo, anche se non ancora scientificamente testato e misurato, porta a supporre che anche la singola dose possa proteggere la popolazione vaccinata con una efficacia sicuramente superiore a quella offerta da Astrazeneca. Per analogia si potrebbe pensare che la singola vaccinazione a mRNA porti ad una efficacia vicina al 50%.

L’ulteriore elemento da tenere in considerazione è che in Italia, ad oggi, si è superata la metà della popolazione vaccinata con una sola dose ed una buona percentuale ha completato l’intero ciclo vaccinale.

Questi elementi porterebbero a valutare che la popolazione italiana suscettibile alla variante delta sia inferiore al 75%, combinando il 50% di vaccinati ed il 50% di efficacia (quindi almeno il 25% di popolazione protetta). In realtà, si può pensare che questo valore sia significativamente inferiore (e, quindi, la popolazione protetta sia superiore), grazie alla buona percentuale di popolazione italiana più anziana già vaccinata con il ciclo completo.

In ogni caso, l’andamento della curva dei contagi, combinando i parametri sopra riportati,portano ancora ad un andamento decrescente, nonostante il notevole incremento dell’indice Rt. Inoltre, la variante delta in Italia è ancora largamente minoritaria. Questo aspetto, rapportato ad una base di contagi piuttosto piccola, dà il vantaggio di poter adottare fin da subito misure di contenimento e tracciamento che influiscono sul fattore Rt, diminuendolo.

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A tutto quanto sopra riportato, a nostro favore si può ancora aggiungere l’aspetto legato al periodo estivo che ci favorisce, come si è già visto lo scorso anno sia per l’abitudine a stare maggiormente all’aperto dove il virus è sicuramente meno contagioso, ma anche, forse, per la stessa stagionalità dei coronavirus, che attenua la loro virulenza nella bella stagione.

L’insegnamento che se ne trae da quanto già successo è che comunque con questa pandemia non si può abbassare la guardia, ma bisogna essere sempre pronti a reagire in tempi brevi, quando il contagio è ancora gestibile, senza farsi prendere di sorpresa, perché i tempi per la ripresa sarebbero più lunghi, le misure da intraprendere sarebbero più drastiche (e questo la nostra economia non se lo può permettere) e il prezzo per la nostra sanità sarebbe troppo pesante (senza considerare i relativi decessi).

L’attuale situazione favorevole impone, quindi, una attività di test, di tracciamento attivo e, non ultimo, di sequenziamento del virus.

Francesco Leccese

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