LA VITA DISAGIATA DEL TINTORE

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Ormai lo sanno tutti: il Medioevo non è stato un’epoca buia. Da parecchio va avanti la campagna per la “riabilitazione” di questo periodo storico, il cui stereotipo negativo ci portiamo dietro dal XV secolo. E diciamolo, film e altri prodotti di intrattenimento non hanno certo aiutato. Per fortuna, comunque, oggi l’Età di Mezzo gode di una reputazione decisamente migliore anche presso il grande pubblico. Un’età non buia, quindi, bensì vitale e colorata, anche nel vestiario. Da quanto possiamo facilmente vedere dalle fonti iconografiche del tempo, il colore era il vero protagonista della moda medievale. Il merito di questo vivace turbinio va tutto ai mastri tintori e a tutti i lavoranti nelle tintorie dalle quali uscivano tutti i materiali necessari alla lavorazione delle vesti. Insomma, sono costoro che hanno “colorato” il Medioevo e, visto quanto piacevano i loro lavori, la cosa più logica sarebbe pensare che fossero apprezzati in quanto detentori di un sapere pratico e molto ricercato. Ma, come dice il proverbio, i medievali sputavano nel piatto in cui mangiavano. Essere dei tintori nel Medioevo era garanzia certa di una vita alquanto difficile e solitaria: nell’Europa del tempo, infatti, la gente aborriva il mestiere di tintore e quanti lo esercitavano.

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Da dove veniva tanto disgusto? In fondo c’erano mestieri decisamente peggiori! Anzitutto, il nome. In latino, un tintore veniva indicato come "tintor" e "infector". Oggi inteso in senso negativo (malato, contagioso), in latino in realtà non aveva questa valenza. Deriva dal verbo inficere, che significa sia “tingere” che “sporcare”. Usato inizialmente per indicare il maestro artigiano, col tempo prese a designare i suoi collaboratori che pulivano le vasche dei colori. Di qui, la grammatica fece il suo corso e il participio passato di inficereinfectus – divenne sinonimo di fetido, malato, contagioso. Ma non diamo la colpa alla grammatica, poiché fu proprio il mestiere a dare questa valenza negativa al termine. La bottega del tintore medievale, del resto, era un luogo davvero inospitale per via dell’atmosfera umida e nauseabonda che si respirava a causa delle vasche e dei bollitori, oltre che per le sostanze nocive utilizzate. Non a caso le tintorie venivano costruite fuori città, per colpa del puzzo terribile che emanavano. Un simile stigma sociale vi avrebbe reso ospiti sgraditi a qualunque tavola, figurarsi poi se aveste avuto l’ardire chi chiedere in sposa una ragazza! Sì, anche sposarvi sarebbe stato davvero difficile. Nel XIV secolo, infatti, le donne delle Fiandre (ma non solo) non vi avrebbero degnato di altro sguardo che di disgusto. Il motivo? Il tanfo pestilenziale di urina che vi portavate sempre addosso e le vostre unghie sporche di coloranti. Come dargli torto, del resto? Senza contare, poi, le continue cause legali con cuoiai, tessitori e altri tintori rivali per l’uso dell’acqua, della prerogativa di tingere i tessuti di un certo colore e via così. Insomma, era una vita difficile.

In buona sostanza, dunque, a meno che non foste cittadini di Venezia (dove i tintori erano rispettati al punto da formare una prestigiosa corporazione), in tutto il resto d’Europa eravate alla pari degli appestati. Se poi - come nei casi di tintorie attive a Salerno, Brindisi e Trani - eravate pure ebrei, il quadro di quanto orribile fosse la vostra vita è completo.

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Per tentare un riscatto della loro professione, i tintori avevano davvero bisogno di un santo a cui votarsi. E lo trovarono: San Maurizio, per via della sua pelle nera (quindi colorata). Ma il danno d’immagine era ormai estremamente radicato e dato che “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, la cosa non funzionò. Così, alcune corporazioni di tessitori decisero di puntare in alto scegliendo come patrono Cristo in persona! Come riuscirono a tirarlo in ballo? Citando un episodio della sua infanzia raccontato nei Vangeli Apocrifi. Gesù era apprendista presso la bottega di un tintore di Tiberiade, il quale dopo avergli spiegato le caratteristiche di ciascun pigmento gli assegnò il compito di tingere alcune stoffe di diversi colori. Lui però combinò un disastro immergendole tutte nella stessa vasca con il colore blu. Quando il tintore lo rimproverò, Gesù reimmerse ogni stoffa nella vasca e le tirò fuori ognuna con il colore desiderato. Questo mestiere, quindi, permise a Cristo di fare miracoli. Purtroppo, però, neppure lui riuscì a far mutare la fama negativa della categoria. Per registrare un significativo cambiamento bisognerà attendere il XVIII secolo, con l’avvento della chimica industriale.

Michele Lacriola

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