LEGGIAMO

"SPINE" di Giovanna Alecci

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cms_23944/4.jpgL’ho letto il libro di Giovanna (edito da Armando Siciliano, 2021), tutto di un fiato, con quella voglia di sapere cosa ci fosse dopo, e affascinato, intrigato dallo stile personale, terso e scabro insieme, icastico e sognante, allusivo e realistico, preso, insomma, dalla capacità dell’autrice di saper avvincere e legare il lettore in un abbraccio comune con la scrittura e con gli eventi, tanto da farlo diventare egli stesso personaggio del romanzo. Ecco, entriamo nello specifico: che libro è, che romanzo è? Per l’impostazione generale lo potremmo definire un romanzo poliziesco? Un giallo? Certo, tanto è vero che l’incipit ha la sua ambientazione in un’aula giudiziaria, dove si attende l’esito di un processo per un delitto commesso; ci ritroveremo nello stesso ambiente alla fine della narrazione, mentre tutto il resto del romanzo è la ricostruzione dei fatti, delle vicende che stanno alla base di tutto il racconto.

Ma a me, definirlo sic et simpliciter un romanzo giallo, o esclusivamente giallo, sta stretto, sta molto stretto. E sta proprio qua la novità, la bellezza, la caratura intima di questo romanzo che partendo come racconto di “indagine” si trasforma poco per volta in romanzo sociale, di denunzia, ed acquista un valore che va assai al di là del “racconto di fatti o di ricerca del colpevole”; ci si riversa dentro tutto il mondo di valori che Giovanna ha introiettato, ha alimentato, quelle certezze che si sono fatte tali dopo un percorso di crescita e di arricchimento, personale e della comunità che l’ha sostenu

Quindi anche un romanzo “di formazione” e non solo di “maturazione” di presa di coscienza della protagonista, ma anche di personaggi che potrebbero sembrare secondari, come “Gramigna” e che quindi “crescono” nel loro spazio e nello spazio mentale nostro che condividiamo le loro sofferenze, le loro lotte, la loro storia.

E, per mettere un punto, è anche un romanzo storico, per l’intreccio che si svolge in un ben determinato contesto storico e sociale che fa da sfondo e cornice allo sviluppo dei fatti, come la tragica e terribile vicenda dell’antimafia che vide protagonisti Falcone e Borsellino.

cms_23944/1.jpgLa protagonista, Maria La Terra, è una ragazza volitiva, piena di entusiasmo, assistente sociale neolaureata, che ritorna nella sua terra con il desiderio, la voglia, forte, di incidere nella realtà del suo paese, e contribuire al riscatto sociale e umano di tutto il territorio che lei ama e a cui è legata con profonde radici. Ha un fratello, Vanni, che sarà protagonista di vicende drammatiche, come vedrete leggendo il libro. Ma l’incipit di tutto, il punto di partenza che determina lo svolgimento del racconto è la voglia di giustizia, il desiderio di riscatto, l’impegno della protagonista, Maria, a portare avanti il suo progetto, quello di dare dignità e voce ai disagiati, ai dimenticati, quello di aiutare Mela Paradiso, “Gramigna”, una povera ragazza, problematica ma non stupida, che vive in un mondo di fantasie tutte proprie, vituperata e dileggiata da tutti e in primis dalla madre che l’avvia sulla strada della prostituzione; Gramigna, nelle parole del sacerdote “buono” don Vincenzo (perché ci sono anche i sacerdoti cattivi..) “è come l’aria, è come l’acqua, non può essere imprigionata. Lei è una ragazza svincolata da ogni forma di consueta quotidianità, un’anima che Dio ha dotato di enorme purezza. Gramigna vive alla ricerca di conferme d’amore”. Intorno a lei procede, con stile e andatura da giallo, una indagine (sulla tematica dell’adozione e della tratta dei bambini) che potremmo definire secondaria ma che, in effetti, è strettamente connessa a quella principale e, quindi, la ricerca dei moventi, dei responsabili, con le accuse di istigamento alla prostituzione e dello sfruttamento di persona incapace.

E, sopra questo, e intrecciato con questo, il filone centrale del racconto, quello del fratello di Maria, e di cui non voglio rivelare i tratti salienti, per non togliere il piacere della lettura a quanti vorranno leggerlo, e che è quello che, con una lunga analessi, ricostruisce, fatti, moventi, cattiverie, intrighi, passioni e slanci. Maria e Vanni, il fratello, sono osteggiati dal potere colluso con la Mafia, ma lottano con tutte le loro forze, lottano per la giustizia e per il loro amore (appagato o drammatico che sia…). Attorno alla loro vicenda si snoda un intreccio lugubre di trame mafiose e malavitose incentrate su personaggi che dovrebbero essere insospettabili (come il sindaco Moscatt) e che, invece, sono gli artefici o i mandanti di delitti atroci, strumenti di ingiustizia e di prevaricazione, su cui si sofferma con una prosa coinvolgente l’indagine dell’autrice, fino alla risoluzione finale, all’amaro happy end del romanzo.

Ma il romanzo, come ho già detto, va oltre la struttura della “queste”, della ricerca di colpevoli o responsabili; è un racconto che dice la vita, che la rappresenta nella sua pienezza e nelle sue sfumature. È un romanzo che sa d’amore e lo declina in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue forme. E diventa desiderio, attesa, emozioni improvvise; ed il linguaggio, sempre camaleontico, diventa allusivo, simbolico, analogico, ma anche veristico, connotativo, pieno, anatomico, cinematografico, icastico: ci dice e ci racconta come nasce l’amore, come si alimenta, come diventa adulto (il caso di Maria e Luciano), come può ferire e lacerare (il caso di Maria e Filippo) o come può essere coinvolgente e tragico (il caso di Vanni e Simona) o come può risanarti; quindi amore passeggero ed ingannatore e amore consapevole, conquistato o ritrovato, spirito e carne. Ma c’è anche l’amore di strada, regalato o venduto, regalato da Gramigna e venduto da Tuzza, la madre infame e insensibile; ma Gramigna è la ragazza di “Via del Campo” “gli occhi grandi color di foglia, se di amare ti vien la voglia, basta prenderla per la mano”: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. E Gramigna è il fiore più puro e profumato, più languido e voluttuoso di tutto il romanzo. È il personaggio che più incanta e più commuove.

A questo punto non posso fare a meno di farvi ascoltare un paio di brani che mi hanno particolarmente “toccato”; il primo che io intitolo “Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lanciallotto” è a pag. 73: Furono le ultime poesie che leggemmo insieme in quell’ultimo pomeriggio d’estate. Per me segnò il meraviglioso passaggio da un’età all’altra: da quella dell’innocenza, in cui vedevo Luciano come un compagno o un fratello, a quella del risveglio dei sensi, in cui si comincia a vedere il mondo in modo diverso. Così tutto in me cominciò a cambiare: il mio corpo, i miei occhi e il mio sguardo, tutto divenne meravigliosamente un mistero da scoprire e, in questo mistero, Luciano, come un desiderio, una segreta passione che occupava totalmente pensieri e sogni. Qualche tempo dopo capii che tutto questo apparteneva alla dimensione dell’amore; capii che era un sentimento nuovo, che s’insinuava nell’animo di una ragazza che cresce con l’inquietudine e la dolcezza di un fuoco ardente e vivo. Oh, quanto sperai, in quel tempo, di raggiungerlo in groppa al vento, coi miei pensieri, con le mie parole e con i versi che affidavo all’aria! In un’ansa, il mare aveva scoperto la frase che avevamo scritto sulla roccia friabile: TIENIMI SEMPRE … Quel giorno Luciano mi era arrivato dietro le spalle e aveva sussurrato: “Maria, sei unica”, e aveva rubato il profumo dei miei capelli. Non sapevo se anche per lui fosse amore, ma di certo quei lampi dentro i suoi occhi mi lasciavano senza fiato.

Il secondo brano è solo una battuta di un dialogo che non ha bisogno di spiegazioni: “Che stupidi gli amanti quando si fermano a raccogliere una briciola di dolore, quando hanno davanti la possibilità di riscattarlo completamente”. P. 60

cms_23944/3.jpgGiovanna Alecci è scrittrice vera; si vede subito “il lungo studio e il lungo amore” che sono il sostrato culturale della sua formazione di donna e di letterata, perché Giovanna è una gran signora della narrativa. Qualcuno potrebbe obiettare che questo è quello che “deve” dire un relatore nel presentare un libro. Tuttavia, vi posso assicurare che io sono rimasto davvero affascinato, lo dico senza remore, dalla sua scrittura. A parte la suspance, l’attesa che sa creare, la padronanza nel gestire il filo narrativo, con le pause e le riprese nei momenti giusti ed opportuni, a parte tutto questo affiorano sempre, per quanto naufragati nel flusso narrativo, l’attenzione agli aspetti sotterranei della psicologia umana e la capacità di entrare nei meandri, nelle pieghe dell’anima dei personaggi; e il tutto galleggia di fronte ai nostri occhi come un film che si dipana scena dopo scena, con l’attenzione ai primi piani e ai campi lunghi, a seconda se deve inquadrare il personaggio da solo, nei suoi aspetti più intimi o nei suoi lineamenti fisiognomici, o se deve allargare lo spazio visivo in una scena più complessa o corale. E questo è possibile perché alla base c’è una sicura padronanza dei mezzi espressivi; Giovanna sa come muoversi nei vari segmenti della narrazione e sa adattare i registri linguistici ai personaggi e all’ambiente e, a tal proposito, mi preme sottolineare il legame alla terra, alla Sicilia, col linguaggio che si concede al dialetto, quando serve, o nelle dichiarazioni nette: “Noi facciamo i conti con le nostre radici finché non capiamo che non sono radici le nostre, bensì elastici che ci riportano indietro a qualsiasi costo … Sono elastici fatti di terra, di mare, di sangue, di montagna, di sbocchi di luce, di venditori ambulanti. Sono elastici fatti di eliche del nostro DNA che reclamano il senso di appartenenza alla terra. Ci riportano al punto di partenza, da dove tutto è iniziato, dove tutte le spinte sono arrivate per portarci fuori da questo caos indecifrabile di evanescente follia. Pantano e sabbia mobile di una vita che fatica a partire. Si ritorna per salvare ciò che resta, ciò che di te è rimasto. Torniamo tutti o quasi. Ero tornata agganciata ai miei elastici … ho capito che è qui il mio posto, è qui che voglio dare il mio aiuto, alla gente del mio paese”. (pag. 65)

cms_23944/2_1637900645.jpgIn questo romanzo sono le COSE che parlano; le descrizioni sono animate, quasi figura della realtà, del referente di cui diventano metafora ed interpretazione. E poi, l’attenzione ai particolari, l’osservazione quasi voyeuristica di dettagli che non sono digressioni banali, ma fotografia tridimensionale che connota, dipinge, colora un personaggio e ce lo offre nelle sue sfaccettature o nei suoi momenti di assenza dalla scena: ma noi così lo vediamo meglio, lo capiamo, ce lo gustiamo (v. pag. 21, r. 4 e sgg.).

E gli odori i colori i rumori, sempre connotati, non sono riempitivi, ma anima ermeneutica di vicenda e personaggi. E poi gli spazi: quelli chiusi, della casa, protettivi e caldi se si tratta della dimora familiare, o della comunità parrocchiale, lugubri e dolorosi se sono la prigione (una stanza o una carrozza abbandonata di un treno) dove avvengono le efferatezze su Mela; quelli aperti, per lo più simbolici, idilliaci che assistono alla crescita e alle prime esperienze della protagonista, ma anche quelli del paese, della piazza, della gente festante per la ricorrenza del carnevale, quelli che connotano la coralità della comunità, con le sue passioni e con i suoi difetti e cattiverie.

Giuseppe Corica

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