LETTURA DELLA NOSTRA CIVILTA’ IN CHIAVE VICHIANA

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cms_28463/1.jpg“Siamo saliti su un bolide, senza freni e senza retromarcia, il cui unico scopo sembra essere la corsa stessa”.

Così il Professore Serge Latouche, qualche tempo fa, rappresentava il nostro progresso.

Stretti dai bisogni, deprivati dei valori, assistiamo al volgere degli eventi con un’indifferenza, tutta epicurea, e guardiamo al futuro, attraverso le nebbie del nichilismo.

Pure, di tanto in tanto filosofi e scienziati ci inviano messaggi di speranza. Oppenheimer affidava ai filosofi la salvezza dell’umanità dall’apocalisse; Sartre, all’arte: “sottouomini non disperate”, dichiarava nella sua ultima intervista.

cms_28463/2_1669608662.jpgOggi Umberto Galimberti ritrova nell’educazione dell’umanità, “in una massiccia educazione” il superamento dell’attuale nichilismo, il ritorno della speranza in un futuro.

Quale via di redenzione è praticabile oggi? Ci vorrebbero uomini cosmico-storici, un nuovo Mosè per liberare, non un popolo, ma l’umanità tutta dalle nuove schiavitù.
Giambattista Vico, la cui attualità è davvero sorprendente, ci aiuta a capire la deriva dell’attuale condizione storica.

Scorrendo le pagine della sua “Scienza nuova”, pare di leggervi, come su di una mappa urbana, ai crocevia delle città: Voi siete qui, a valle della vostra civiltà. Così tanto i “mali civili”, descritti da Vico, assomigliano ai nostri!

Noi siamo qui, all’ultimo stadio di un ciclo storico, quando le civiltà imbarbariscono.

“E’ allora - scrive Vico - che i popoli si abituano a vivere come bestie, non pensando ad altro che alle proprie utilità… e si disgustano d’un pelo, si risentono e si infieriscono… accendono disperate guerre civili… la ragione degenera nelle malnate sottigliezze degli ingegni maliziosi… e gli uomini diventano schiavi di sfrenate passioni, corrotti, bugiardi, furbi, calunniatori, ladri, codardi… e vivono in una somma solitudine di animi e di voleri… e le città si fanno selve…”.
Come non riconoscere in questi costumi imbarbariti i nostri?

cms_28463/3v.jpgOggi, “per le proprie utilità” e in preda a “sfrenate passioni” si truffa, si ricatta, si estorce; oggi si commettono crimini efferati, tra tanta indifferenza! Oggi, l’uomo, divenuto infame e cinico, lucra guadagni miliardari dai mercati della droga, degli schiavi, del sesso, delle armi, degli organi; dalla politica fattasi mercato. Anche oggi ci “si risente d’un pelo e si infierisce”! Si uccide per una carezza ad un cane o per uno sguardo di troppo! E dovunque si accendono “disperate guerre civili: in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Siria, in Libano, in Iraq, in Afganistan, in Ucraina…
E’ la “somma solitudine di animi e di voleri”? Essa ci appartiene tanto, da essere stata definita la malattia del 21° secolo, una malattia mortale. Pure, la rivoluzione digitale ha immerso l’uomo in una molteplicità di relazioni, in rete; tuttavia, esse, per la loro natura virtuale non appagano l”animale politico”, quale l’uomo è. Alcool, droga, gioco, sesso, cercati per riempire il grande vuoto dell’animo, ne squassano, invece, i residui equilibri.

Nostra è anche la barbaria della ragione, che confligge con le armi leali del pensiero; essa alligna e trionfa, ignorante e arrogante, nei tanti dibattiti politici nelle campagne elettorali, nei tribunali ad opera di azzeccagarbugli, è foraggiata dal “giallo oro”; “l’oro giallo, che onora i ladri e da loro titoli e riverenze, nel consesso dei senatori” come Shakespeare lo rappresentava, nel Timone di Atene!
E le nostre città? Patrimonio di antiche civiltà, innovate dal progresso, non si sono fatte “selve” anch’esse? Preda come sono di stupratori, spacciatori, ladri, assassini, terroristi? Selve! Teatro di orrori a scena aperta, nelle piazze, nei locali pubblici, o dietro le quinte: ora nelle case per anziani, ora negli asili, ora nelle cliniche… e nei sotterranei, dove predoni assassini traggono infami guadagni dal lavoro degli schiavi. Persino nei nidi caldi di un tempo è in agguato la belva umana! I cuccioli dell’uomo invidieranno i cuccioli delle iene e degli sciacalli?

cms_28463/4v.jpgPer Giambattista Vico, a questi “estremi mali”, la “Provvidenza pone estremi rimedi”: quando le città si saranno fatte selve, allora le selve diventeranno “covili di uomini” fintantoché, ritornati ad una vita semplice, i popoli non siano capaci di riprendere un nuovo cammino di civiltà.
A buon diritto, tuttavia, si potrebbe obiettare che questi mali appartennero anche al passato; è vero, tuttavia, è il loro dilagare endemico, è l’inefficacia dei mezzi per isolarli e combatterli, è il cinismo che li circonda che sono il contrassegno di questi mali e che li rendono solo nostri “mali civili”.
Le civiltà si ammalano e crollano sotto il peso del loro stesso progresso precipitano, imbarbariscono. E’ questo il messaggio di Vico. La nostra antica morale è stata spazzata via, come un cumulo di pregiudizi, di tabù, di falsità e ciò è avvenuto non in nome di una “sana ratio” di una ragione, critica che avrebbe gettato” l’acqua sporca del bagno” e lasciato “il bambino”, ma in nome di una libertà senza limiti, che ha gettato “il bambino”, insieme con “l’acqua sporca” e così ha generato la deriva dei costumi, scelte arbitrarie, cadute rovinose. S’è confuso libertà con arbitrio, autonomia con autosufficienza si è scambiato cioè la libertà che è propria dell’agire morale con l’arbitrio che è un fare a volontà, secondo piacere e istinto; così come si è confusa l’autonomia che è la capacità della ragione di dare leggi a se stessa con l’autosufficienza che è bastare a se stessi che non ha dimensione morale, come l’autonomia, ma solo dimensione economica.

Mercato e giurisprudenza si sono spartite le vesti dell’antica morale: il mercato supplisce le virtù domestiche e soddisfa gli appetiti; la giurisprudenza, regola la convivenza civile e privata. Ed è nata una nuova morale, edonistica ed utilitaristica, figlia del nostro tempo, regolata da leggi di mercato: consumo efficienza, competitività, immagine, successo ad ogni costo! Scarto! Leggi queste che hanno sfigurato, sovvertito un imperativo morale indispensabile alla sopravvivenza stessa dell’umana natura “non trattare mai l’umanità che è in te e negli altri come mezzo, ma sempre come fine” (Kant), trasformandolo nel suo opposto: tratta l’umanità che è in te e negli altri sempre come mezzo, per fini estranei alla tua umanità. E l’uomo ne ha pagato il prezzo con la propria alienazione!
Le civiltà crollano sotto il peso del loro stesso progresso.

Lontano dall’essere congetturale o anacronistico, il messaggio di Vico è quanto mai reale e attuale.

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A veicolarlo nel nostro tempo sono i nostri stessi scienziati, Vinton Cern, l’inventore di Internet, e il fisico Hawking.

Essi intravvedono nello stesso progresso informatico e tecnologico la causa dell’imbarbarimento della nostra civiltà. E Vinton Cern presagisce l’avvento di un nuovo medioevo, a causa dell’incalzante obsolescenza dei sistemi informatici operativi e a causa dei mali di cui soffre il sistema informatico stesso, black-out e hacker; Hawking, dal canto suo, ravvisa nella velocità e nell’efficienza della tecnologia, il pericolo per l’uomo d’esserne spiazzato e vinto.

La scienza ha svelato i misteri dell’universo e della vita, ha superato i limiti spazio-temporali, quello che ha prodotto sa di magia e di miracolo, ma, scriveva Hobbsbawm, “non ha sconfitto la barbarie, né vinto le disuguaglianze” (H. Il secolo breve); al contrario, sembra che abbia accelerato il processo dell’imbarbarimento civile ed esasperato le disuguaglianze. Se è possibile, infatti, individuare la radice del nostro imbarbarimento nella “distruzione della ragione”, di cui Lukacs ampiamente ci documentava la sua causa specifica, si coglie nell’alienazione della ragione scientifica.
La scienza si è fatta ragione rivelata, si è data una propria esistenza, nelle forme della tecnologia e dell’informatica; ma, inquanto si è realizzata in prodotti, perciò stesso ha trovato la propria collocazione sui mercati. Qui, la logica scientifica ha sposato la logica di mercato si è industrializzata. E’ così che la ragione ha ceduto la propria dominanza all’economia, come in un passaggio di consegne o meglio come Gregor Samsa che “si svegliò un mattino, trasformato in un immenso insetto” (Kafka Metamorfosi)!

Da qui il crollo della nostra civiltà: l’utile ha trasformato e sottomesso ogni cosa. Ha trasformato tutto in capitale: uomini e cose, prodotti di consumo, oggetti d’arte, feticci, talenti. I talenti! Il nuovo prezioso capitale delle multinazionali! L’avere e il potere hanno preso il posto delle idee, nell’inseguirli, l’uomo ha trasformato la propria esistenza in una corsa frenetica, su un percorso accidentato, dove gli ostacoli vanno aggirati o falciati, con determinazione e cinismo: E in questa corsa non è rimasto all’uomo il tempo di pensare, di sognare, di vivere. La fretta gli strappa di mano ogni cosa, prima che possa averne coscienza, blocca le sue emozioni, tronca i suoi sentimenti, annulla i suoi affetti, uccide l’amore! L’uomo non ha più tempo… così l’amore è inghiottito dal sesso, senza mai essere nato e si porta via il palpito del cuore, la dolcezza, la tenerezza, il sogno.
Chi mai, oggi, potrebbe comporre un canto simile a quello di Orfeo, che incantò Cerbero, commosse le Erinni, indusse Plutone a violare le leggi d’oltretomba?

Non c’è più tempo! E la fretta si porta via la riflessione e l’uomo non sogna e non pensa più. Non è più Dio e mendicante insieme così come il poeta Holderlin diceva di lui: “un Dio è l’uomo, quando sogna, un mendicante, quando pensa”.

La barbarie non è circoscrivibile; come piaga d’Egitto, avanza ovunque e travolge tutto quello che incontra; così è accaduto anche con il fenomeno della globalizzazione.

La rete sempre più fitta di scambi commerciali, che ha legato ogni settore dell’economia, ha realizzato un mercato mondiale veicolato dai sistemi informatici e tecnologici ed ha creato un sistema economico-finanziario, che le stesse istituzioni faticano a controllare; ed è nato il male più mostruoso che la storia abbia mai conosciuto, figlio di due barbarie - quella dei popoli tribali e quella delle civiltà ammalate del loro stesso progresso - : il terrorismo. Due barbarie, che la globalizzazione ha fatto incontrare e il mercato ha unito con un nodo indissolubile.

E’ nato un terrorismo che, per la sua genesi, nulla ha da spartire con le forme di terrorismo precedenti. La sua natura è mostruosa: ha i caratteri della primitiva barbarie rozza feroce, ma parla la lingua della nostra civiltà, viaggia sulle ali del nostro progresso, ha la sua “vile ferocia”. Nostre sono le loro armi, acquistate dai nostri mercanti di armi, nostri i social-network e i sistemi informatici che i terroristi padroneggiano a meraviglia, nostri i media, fattisi scenario dell’orrore e palco della loro propaganda; nostri i tanti giovani che a loro si vendono: figli “scartati”, abbandonati; figli della nostra civiltà confusa, travagliata, drogata, ignorante, imbonita, deprivata di valori, arrugginita nel pensiero e nell’immaginazione, corrotta.

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Questa mostruosa barbarie non si combatte con le”crociate”. Essa non è circoscrivibile né in un territorio neppure ad un popolo. Questo terrorismo ha generato figli ancora più mostruosi “fanciulli-bomba” “fanciulli-boia”, fanciulli immolati e stragisti, insieme, vittime e carnefici in uno! Schiere di bambini di ogni nazionalità sfilano nelle parate Jiadiste, frequentano le loro scuole e i campi di addestramento. Immagini raccapriccianti ci trasmettono i terroristi, come trofei: adolescenti esultanti, con teste mozzate in mano, o ai piedi, a mo’ di pallone! “Generazione perduta” grida l’Unesco… e noi scagliamo la prima pietra!

La risalita? Per Giambattista Vico, occorrono lunghi secoli di barbarie, prima che i popoli riprendano a vivere una vita semplice e con essa “ritornino la pietà, la fede, la verità, che sono i fondamenti della giustizia”. Fin qui Vico. Ma, se volessimo aprire l’animo alla speranza, raccogliere i messaggi dei filosofi e degli scienziati, citati all’inizio, allora potremmo pensare ad una sola via di salvezza, ad una lotta titanica, combattuta contro la barbarie da titani della cultura, della filosofia, dell’arte, delle scienze tutte. Titani, dediti interamente al bene comune, come i Reggitori dello Stato di memoria platonica perché ritorni l’età della ragione, l’età dell’uomo.
Ora che le ideologie sono state travolte dalle mutate condizioni storiche, dal dominio della politica neoliberista, dall’inettitudine intellettuale ed etica dei responsabili politici; ora che i partiti sono diventati, quanto meno consorterie e i loro gestori camaleonti, funamboli, arrampicatori, imbonitori circensi, schiavi del denaro; solo dei Titani del mondo culturale e scientifico potrebbero riuscire a sottrarre la politica al dominio dell’economia e della finanza e a liberare il popolo dalla schiavitù di astuti e bugiardi demagoghi, che, ora l’uno ora l’altro, requisiscono come bestiame votante!
Solo se ciò accadesse, potremmo ripetere con Faust: “Fermati attimo sei così bello”!

Maria Adelaide Briguccia

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