La lampadina di Livermore e il cartello di Phoebus: la fine dell’illusione del tempo

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La storia dell’obsolescenza programmata è una storia che si allaccia alla rivoluzione industriale di fine Ottocento e i fatti della cronaca di questi giorni non fanno altro che confermare ciò che molti sapevano, consumatori compresi. Questa settimana il Garante italiano dei consumatori, meglio noto come Antitrust, ha multato due colossi della new economy e dei cellulari di nuova generazione, Apple e Samsung, rispettivamente di dieci e cinque milioni di euro. I due colossi delle comunicazioni hanno la colpa secondo i giudici, di aver imposto ai consumatori di scaricare aggiornamenti software a loro volta poi resisi colpevoli di aver reso meno efficienti o in alcuni casi mal funzionanti, modelli di smartphone nuovi di zecca e anche costosi. Apple inoltre è ancor più colpevole, ed ecco il perché della sanzione più alta verso la casa di Cupertino, in quanto non ha informato correttamente i suoi utenti della deteriorabilità delle sue famigerate pile al litio, già oggetto di una class action negli Stati Uniti oltre trent’anni fa per il malfunzionamento degli i-Pod Apple.

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La sentenza del nostro garante entra nella storia in quanto è la prima decisione al mondo che colpisce, anche se non ne fa diretto riferimento, uno dei fenomeni caratteristici della società del consumo, l’obsolescenza programmata. Apple, Samsung e tanti altri produttori della Silicon Valley e delle nuove economie emergenti in fatto di tecnologie digitali, non fanno altro che imitare ciò che era ormai diventato un comportamento comune da parte delle industrie agli inizi del secolo scorso: provocare disfunzioni in modo permanente così da indurre le persone a comprare altri modelli, più nuovi e più costosi. Se oggi provocare un cattivo funzionamento dell’hardware di una stampante o di uno smartphone è insito alla tecnologia stessa attraverso un chip in grado di stabilirne la “data di scadenza”, ieri le pratiche di scorrettezza erano più macchinose e andavano di pari passo con l’emergere dei primi cartelli di produttori, per esempio, di lampadine, tanto da rendere

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Livermore (nomen omen) negli Usa, sede dell’unica lampadina ancora in uso da oltre 100 anni, un luogo oggetto di festeggiamenti e onori in occasione del centenario. Era un’epoca di grandi speranze e di splendore tecnologico, ma dal punto di vista commerciale la lampadina in grado di eterna durata rappresentò subito un disastro economico. La creazione del cartello di Phoebus tra i maggiori produttori di lampadine degli anni ’20, fu allora il primo tentativo di ridurre la durata della luce da 2500 ore a sole 1000, un drastico dimezzamento che avrebbe portato le persone a cambiare sempre più spesso lampadina e gli imprenditori a ottenere maggiori incassi. Per giungere a questo accordo internazionale dovettero passare anni, facendo proseliti anche verso i produttori di altri beni di largo consumo, mentre ai giorni nostri questa pratica scorretta è stata agevolata dalla velocità della tecnologia e dalla sua facile applicabilità ai manufatti digitali. Obsolescenza e velocità di innovazione sono, a onor del vero, due concetti che portano inevitabilmente allo stesso risultato, perché è nella stessa natura del nostro sistema economico, eticamente sbagliato quanto vogliamo, il bisogno di una stimolazione continua dei desideri dei consumatori con un forcing continuo dei ritmi di acquisto dei beni.

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Dove non riesce ad arrivare la pubblicità, giunge l’obsolescenza programmata, in maniera tale che sia il prodotto stesso a giungere a scadenza rompendosi o diventando inutilizzabile. In altri termini ciò che ci conduce a cambiare un prodotto è la sua perdita di competitività sul mercato, la sua mancanza di appeal per ciò che riguarda il design, la tecnologia ormai vetusta, i nuovi usi personali che ogni giorno emergono e che necessitano di device aggiornati. Sono tanti e diversi dunque i fattori che rendono superato un qualsiasi oggetto di consumo, e i produttori, i designer e i progettisti questo lo sanno. Alla base dell’obsolescenza programmata vi è la semplice filosofia dell’usa e getta, il ridurre la vita degli oggetti per incrementarne la domanda, incentivare la fragilità delle cose, modificare i progetti dei beni di consumo per influenzare le nostre vite. La società moderna, la società dei consumi ha come base e motore della sua esistenza l’obsolescenza programmata, senza la quale il capitalismo e la globalizzazione verrebbero giù come un castello di carte, e nessuno ha voglia di tornare indietro, di rinunciare a un sistema politico-economico di benessere generalizzato dove vengono taciuti i sensi di colpa. L’avvicendamento continuo e senza sosta di beni presenta però, al di là delle coscienza di ognuno e della mancanza di responsabilità verso il mondo che ci ospita, enormi criticità, etiche e ambientali. Le prime riguardano e interessano i soggetti coinvolti nel mercato dei consumi, poco propensi al riutilizzo di beni considerati erroneamente obsoleti e colpevolmente pigri all’interno del groviglio del disinganno che ci aspetta.

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La seconda criticità è il disastro ambientale dato dal necessario bisogno di smaltire un’enorme quantità di rifiuti elettronici, i cosiddetti RAEE, spediti lontano dagli occhi in molti Paesi dell’Africa o del sud del mondo, trasformati per l’occasione in immondezzai dal ricco e opulento Occidente. L’immagine eco-friendly di produttori come Apple viene smascherata ed emerge invece l’ipocrisia di un’azienda, come tante a suo livello, a cui contrapporre un atteggiamento necessariamente diverso che abbia le sembianze di strumento culturale. Si può combattere l’obsolescenza pianificata e si può contrapporre al modello consumista una nuova modalità di pensiero fondata sul riutilizzo, sul recupero, sull’insostenibilità di un modus operandi da parte dei nuovi magnati dell’impero digitale fondato sull’impiego irresponsabile di risorse finite. Il cambio di logica e di pensiero può forse venire dalle parole di Latouche e del suo paradigma di decrescita felice, un ossimoro provocatorio contro la favola di una crescita economica infinita e sostenibile per il pianeta. Reinventare, riutilizzare, riciclare, scambiare le cose che all’apparenza non funzionano più deve essere la nuova filosofia di vita delle persone, un approccio alle cose e agli oggetti di cui ci circondiamo avidamente nuovo e sano, per non essere travolti dall’età della tecnica e dalla sua logica perversa.

Andrea Alessandrino

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