La lenta e inesorabile costruzione della memoria digitale collettiva

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Sono considerati immensi archivi digitali che hanno sostituito i registri cartacei dove venivano conservati i nostri dati personali. I siti di condivisione, le piattaforme social stanno, dopo essersene impossessati, trasferendo attraverso procedure di data mining e con una risorsa sterminata i nostri dati in un immenso “archivio digitale” dove non solo immettere vite e informazioni di miliardi di utenti, ma anche plasmare il vissuto e i ricordi di un’esistenza. Facebook, per esempio, crea una timeline parallela dove conserva tutti i post condivisi di un utente, un database interattivo di milioni e milioni di memorie personali. Il risultato è una ricondivisione all’infinito del passato e un altrettanto infinito effetto nostalgia. I social diventano così un luogo in cui sperimentare lo storytelling, il racconto autobiografico di una collettività intera accumunata dalla digitalizzazione dei propri ricordi.

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Non più dunque polverosi album cartacei da sfogliare in famiglia, ma una raccolta di un universo esperienziale registrato da un algoritmo che lega passato e presente dell’individuo. Ogni account contiene migliaia di documenti personali che vanno dalle riflessioni in forma scritta alle immagini fotografiche, dai video delle vacanze e non solo ai link e ai documenti postati, oltre alle innumerevoli impronte lasciate in altri account in veste di visitatori, tutti assieme nella grande centrifuga di una memoria digitalizzata. A ciò si aggiungano poi la mole di materiale accumulata in altri luoghi virtuali frequentati nel web, non solo social media ma anche blog, chat, ecc., moltiplicato su una popolazione di oltre due miliardi di persone, Facebook dispone così di un’impressionante database in cui sono raccolte un numero di memorie personali che non ha pari nella storia dell’uomo, fedelmente raccolte e registrate da ognuno di noi, e per questo ancora più attendibili proprio perché personali. Ogni profilo social creato è un preziosissimo serbatoio che coincide con le informazioni immesse sotto forma di ricordi attraverso un’integrazione tra le due differenti dimensioni dell’online e dell’offline in quella che Floridi ha giustamente chiamato con una efficace crasi onlife, ovvero un’identità digitale multi-identitaria, un’anima sempre più autonoma e ormai distaccatasi da quella biologica. È la fase conclusiva di un processo che Hindman ha chiamato di economia politica della personalizzazione e che oggi può dirsi completato.

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Iperpersonalizzare i contenuti pubblicati sulle bacheche social è non solo narcisisticamente attraente per ogni utente che voglia emergere dall’anonimato, ma è in particolar modo remunerativo per le aziende della Silicon Valley che dispongono gratuitamente di una mole sterminata di suggerimenti subito utilizzabili in forma di link e banner pubblicitari. È il destino di trovarsi a che fare e a vivere nella pancia di una realtà composta da iperoggetti. Come ricorda infatti Timothy Morton, «ogni decisione che prendiamo è, in una certa misura, presa in relazione a iperoggetti»; lo spazio sociale, l’ipermodernità, è essa stessa conformata e plasmata secondo una logica di non località, di implicita assenza di un luogo preciso, stabile, materiale che ci fa perdere di vita il profondo senso delle cose stabili, la concretezza di azioni che, se compiute in ambiti più affidabili e controllabili dal soggetto, sarebbero mosse da leve razionali. Tornando alle parole di Morton, gli iperoggetti invece non permettono una gestione svincolata dal loro mero utilizzo; sono al contrario impossibili da maneggiare correttamente, ovvero con le dovute attenzioni circa le conseguenze dei loro effetti, proprio perché asincroni dai fenomeni umani. È il cosiddetto “human touch” a conferire alle cose e alle azioni la naturalezza necessaria a renderle più sopportabili proprio perché meno prevedibili.

Andrea Alessandrino

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