La manipolazione dell’informazione corre veloce sulla rete

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Controllare i media significa controllare e manipolare l’opinione pubblica. Come avvenne per la scrittura, la cui funzione primaria fu quella, come scrisse Godart, di facilitare l’asservimento, e così come poi riuscì alla stampa (il quarto potere) e più tardi alla televisione (quinto potere), oggi l’azione di molti governi nel mondo è un aumento drastico di una serie di sforzi per manipolare le informazioni attraverso non più e non solo con gli old media, ma ora con i social media. È ciò che afferma il rapporto Freedom on the Net sulla libertà in rete e che ha preso in esame 65 Paesi in tutto il mondo, in rappresentanza dell’87 per cento degli utenti mondiali connessi.

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A realizzarlo per il settimo anno consecutivo è stata “Freedom House”, un’organizzazione non governativa internazionale, con sede a Washington finanziata in larga parte da soggetti privati e per il 30% dal governo americano. Il rapporto ha preso in esame il periodo tra giugno 2016 e maggio 2017 ed è stato redatto da 70 ricercatori sparsi nei 65 Paesi analizzati. Il Paese che ha maggiormente limitato la libertà di Internet è stato ancora una volta e per il terzo anno consecutivo, la Cina, seguito da Siria ed Etiopia. Grazie al fascicolo è stato possibile scoprire inoltre che le manipolazioni emerse durante le ultime elezioni americane che hanno poi portato all’elezione del tycoon Donald Trump, sono state molto più diffuse di quanto si poteva credere. Nella black list però non ci sono solo gli Stati Uniti, ma appaiono anche Gambia, Bahrein e Zambia oltre a Francia, Russia, Iran, Filippine, Turchia e Messico, un numero sempre crescente di governi che nell’ultimo anno hanno manipolato i servizi di telefonia mobile per motivi politici o di “sicurezza”, spesso in aree popolate da minoranze etniche o religiose.

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Se dunque Cina e Russia sono stati i primi (già anni fa) a usare la rete per manipolare gli utenti, distorcere le discussioni online e sopprimere il dissenso, ora il fenomeno della disinformazione appare generalizzato. La pratica della manipolazione informativa si avvale sia di siti di fake news e «troll», sia utilizzando mezzi informatici, capaci di simulare consensi per questa o quella idea, per questo o quel candidato attraverso profili di utenti falsi. Venezuela, Filippine e Turchia per esempio sono tra i 30 paesi in cui i governi hanno impiegato nel periodo preso in esame veri e propri eserciti di “formatori di opinione” per manipolare l’opinione pubblica sui social e attaccare le voci critiche. Nelle Filippine sono state «arruolate» migliaia di persone per difendere e lodare sui social il presidente Rodrigo Duterte in cambio di 10 dollari al giorno In Turchia, sono stati impiegati 6.000 «troll» dal partito filogovernativo per manipolare le discussioni online prima delle elezioni. O ancora in Thailandia oltre 100mila studenti sono stati impiegati per monitorare e segnalare comportamenti online antigovernativi.

cms_7961/4.jpgIl nostro Paese, fortunatamente, secondo il Rapporto, sembra immune dai pericoli contro la libertà su internet al contrario del resto del mondo, dove le cose stanno peggiorando anche a causa dell’aumento di aggressioni fisiche e di censure tecnologiche nei confronti dei media indipendenti e dei difensori dei diritti umani. Internet è diventata la primaria agenzia non solo di socializzazione in tutto il mondo, ma anche una fonte fondamentale per informarsi. I governi di tutto il mondo, e non solo quelli a regime democratico, si sono accorti del fondamentale potere della rete verso i cittadini di un Paese e stanno cercando di promuovere metodi per sopprimere la libertà di fondo per cui è nata la rete. Come suggerisce Sanja Kelly, direttrice del progetto, «la soluzione alla manipolazione e alla disinformazione non consiste nel censurare i siti web, ma nell’ insegnare ai cittadini come individuare notizie e commenti falsi». In questo lavoro, «Le democrazie dovrebbero garantire che la fonte della pubblicità politica online sia almeno altrettanto trasparente online quanto offline». Le aziende tecnologiche da parte loro dovrebbero rivedere gli algoritmi usati per diffondere certe notizie e non altre e impegnarsi seriamente nel bloccare sui social i falsi profili.

Andrea Alessandrino

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