La mitopoiesi neoliberista costruita sui social

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Italiani sempre più grandi frequentatori del web, una seconda casa dove trascorrono centinaia di ore al mese fra giochi, chat, informazione e social. E’ ciò che è emerso dai dati dell’osservatorio sulle comunicazioni 2020 pubblicato dall’Agcom in cui viene descritto l’andamento dell’utilizzo di Internet e dei social network nel nostro Paese. I dati fanno riferimento al primo trimestre di quest’anno e dunque bisogna tener conto della pandemia e del lockdown forzato; infatti i numeri testimoniano un incremento sia degli utilizzatori del web (quasi cinquanta milioni di utenti giornalieri medi solo a marzo con una crescita di quattro milioni di utenti rispetto all’anno scorso) sia una crescita delle ore trascorse al mese per navigare, ben 113 al mese. Numeri e dati prodotti da Agcom riflettono e confermano una tendenza in atto non solo nel nostro Paese ma in tutto il mondo, ovvero la computa realizzazione dell’evoluzione di Internet iniziata nei primi anni del XXI secolo e confermata dal successo del “web 2.0”, un’architettura di partecipazione che ha messo definitivamente in soffitta il vecchio modello multimediale di trasmissione verticale fornendo invece una più democratica ,perché interattiva, struttura orizzontale. La caratteristica principale del web 2.0, chiave di volta della trasformazione del concetto di media, sono i social network esplicazione profonda del neoliberismo.

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Già Foucault aveva sostenuto che lo scopo dell’economia neoliberista era di ampliare la razionalità del mercato e i criteri decisionali verso settori che non sono solo economici, come per esempio la famiglia e le politiche sociali. Dietro l’apparente democraticità delle logiche neoliberiste vi sono state continue politiche governative finalizzate a limitare e a condizionare le azioni di individui e della popolazione nel suo insieme. Ecco perché la ragion d’essere dell’etica neoliberista deve considerarsi una sottile forma di dominio atta a comprendere tutti gli aspetti del sociale. L’incremento allora dell’uso di dispostivi elettronici su scala mondiale fa parte di una logica integrata del neoliberismo che convoglia ogni attività della sfera individuale verso valori misurabili dal mercato e dalla concorrenza come unici indicatori del benessere generale.

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Navigando continuamente alla ricerca di massimizzare i nostri potenziali investimenti in termini economici, formativi e performativi, diventiamo imprenditori di noi stessi, in una infosfera basata non attraverso tecniche violente ma attraverso il consenso. I social media sono stati e continuano a essere quei potenti dispositivi che hanno portato i soggetti a un’autonomia di azione nel contesto del tecno-capitalismo del XXI secolo, basandosi sull’idea che l’immagine riprodotta sugli schermi eserciti il nuovo potere contemporaneo, un potere discreto e poco capillare perché infinitamente disperso nelle profonde e lontanissime estremità della tecno-società di rete. Il mercato allora assume in un panorama definito solo da una continua e incessante crescita degli interessi di un soggetto chiusa in una bolla performativa, i principi di una crescita economica costante perché sola condizione per la governabilità e il benessere dell’individuo. Il software diventa nella logica della panacea neoliberista una modalità di governo in grado di tessere il suo controllo su un individuo che solo all’apparenza sembra essere autonomo nelle sue dinamiche relazionali. La politica neoliberista conduce a concettualizzare il software stesso come prodotto-merce, come oggetto anch’esso performativo per rivendicare una supremazia della tecnica e del simultaneo nei confronti dei vetero concetti di territorialità e decisionismo statale.

Andrea Alessandrino

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