La politica a un bivio tra Artemide e l’inganno capitalista

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Un merito o un demerito, a seconda dei diversi punti di vista, la clausura forzata lo ha perlomeno fatto emergere: la scissione tra il nostro corpo e la nostra mente. Costretti a convivere con noi stessi e con le nostre identità performative, siamo costretti a pensare e a farlo con una modalità inedita rispetto al recente passato. Stiamo allenando forzatamente la nostra mente a intervenire ancor più istantaneamente. Viviamo giornate monotone in cui il nostro corpo riposa forzatamente e la nostra mente invece è costretta a un duro lavoro da smart life, in cui ci dissociamo dal fardello corporeo, la prigione platonica nella quale conserviamo la nostra parte più vera, liberando la psiche a volare però disarticolatamente a causa di richiami di routine consolidate e pre apocalittiche (smartphone, social, e.mail) e di aggiunte, come la gestione del lavoro da casa e dei tanti gruppi whatsapp ai quali abbiamo aderito. Una mole di impegni per la mente foriera di patologie a essa associata, come emicranie, convulsioni, manie da protagonismo scientifico, saccenza virologica. Creiamo così ambienti e colture dove fioriscono falsi miti, paranoie globali, teorie complottistiche, leadership no-vax. Un’esplosione incontrollata in cui il divario tra immobilismo fisico e superlavoro psichico si fa sempre più largo verso una bulimia informativa dove le menti sono impegnate a trovare un compromesso intellettuale tra atteggiamenti cospiratori veicolati da piattaforme social, sempre in prima linea nella diffusione di ben altri e spesso pericolosi virus, e la speculazione di nuovi e decisivi cambiamenti ecologici e politici sbandierati da un intellighenzia radical chic resuscitata a uso e consumo dei salotti televisivi finalmente al netto di applausi ammaestrati. L’unica possibile raccomandazione di una politica colpevolmente presa in contropiede è stata il ricorrere alla ferrea disciplina dell’imperativo categorico del restare a casa. L’utopistica tranquillità del rifugio domestico si fa allora portavoce di un assordante silenzio delle strade, improvvisamente svuotate dalle nostre ingombranti, irresponsabili ed egoistiche fisicità.

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Le stesse forme egoistiche cha hanno dato la stura a un virus spacciato come nuovo ma che nuovo non è, mossosi dalla lontana Cina e da usanze contrarie al ricco Occidente, caratterizzate da forme igieniche a dir poco rudimentali e pericolose, alimentate da imperialistici vuoti informativi, rimedio invece essenziale per le democrazie moderne nella condivisione e soluzione dei problemi sociali. Il virus ha dunque assunto una sua forma specifica, una specie di fisicità di trasmissione (spillover) in grado di camminare con gambe autonome che gli hanno permesso di transitare sino a noi e di divenire in breve tempo la prima vera e grande epidemia della globalizzazione, lo specchio della nostra vulnerabilità. Questo però, bisogna dirlo, è solo l’episodio finale, il punto d’arrivo (o di partenza a seconda dei punti di vista) di un virus simile ad altri suoi predecessori in quanto radicato in un mondo costruito in modo catastrofico, senza rispetto e con una mentalità antropocentrica. Il passaggio tra specie animali sino all’arrivo letale all’uomo diviene il fondamento dal quale far partire una riflessione che coinvolge il mondo contemporaneo, il capitalismo delle origini, le nefandezze della globalizzazione a ogni costo. La Cina è la ragione e la regione della diffusione epidemica di cui può essere la carnefice, ma di cui è anche la vittima, proprio perché ne assomma forme antiche e cause moderne (locale e globale), paradosso e contraddizione di un mondo in cui l’economia è la ragion sufficiente sotto ogni latitudine e ragione storica per espletare qualsivoglia capriccio politico e globale dei potentati di turno. Emerge la necessità di riflettere su un sistema mondiale che per decenni si è mosso in modo sbagliato perché privo di adeguate risposte locali a esigenze globali, ancor più oggi di fronte a una pandemia dalle conseguenze sociali importanti e da quelle politiche poco rassicuranti e ancor meno innovative perché ancora una volta riferentesi a un falso mito per cui si può avere una crescita economica infinita infischiandosene della carenza delle risorse del nostro pianeta. Siamo, sin dal XIX secolo, in guerra con il mondo animale, il suo habitat e l’ambiente naturale. Da parte sua la natura, trovatasi con le spalle al muro reagisce “naturalmente” facendoci entrare in contatto, con tempi e modi inediti, con specie animali mai prima d’ora incontrate (Aviaria, Mers, Sars, Ebola, Covid-19 ne sono un esempio). Lo spillover allora diviene globale grazie alle stesse strade e ai canali di comunicazione creati dall’essere umano.

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L’amara considerazione mi fa venir in mente una delle figure femminili del mito greco, Artemide. La sorella del più noto Apollo simboleggiava l’ostinatezza e la fierezza del mondo esterno, cioè della natura, rispetto alla condizione umana. Confinato nella sua civiltà, l’uomo deve fare i conti con il potere e le prerogative degli spazi esterni, ambito di quel dio selvaggio e incontaminato dell’universo estrinseco rispetto alla posticcia città dell’uomo. Artemide è la dea e padrona dei boschi, dei luoghi lontani dalla frequentazione quotidiana degli uomini, una dea che ha poteri assoluti che non coincidono con gli spazi della cosiddetta civilizzazione antropocentrica. Afrodite diventa allora un monito costante affinché l’uomo smetta di nutrire capricci di dominio sulla natura, spazio esterno in cui vigono diritti inalienabili e attributi ancestrali. Il confinamento epidemico allora, alla luce del mito, è l’immagine dei nostri comportamenti, condotte che hanno portato alla lenta e inesorabile distruzione dell’ambiente, della crescita demografica, di spostamenti sempre più veloci, di disuguaglianze planetarie; esso allora deve allenarci mentalmente sin da subito a evitare un domani pericolose amnesie sui motivi politico-ecologici-economici alla base del contagio, a portarci a un cambiamento reale e definitivo che deve significare per l’uomo, al netto delle paralisi mentali da social network, la scoperta di saper trarre un vantaggio controllato ed equosolidale dalle seppur limitate risorse dell’ambiente che lo circonda, senza cadere nell’umana e tracotante illusione di poterne disporre liberamente e senza limiti.

Andrea Alessandrino

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