La rivoluzione al tempo dei social passa anche attraverso il libro

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Ripensare a un’altra vita, a quello che sarebbe potuto accadere se avessimo operato scelte diverse, appartiene all’infinito mondo delle possibilità offerte di una vita che a seconda delle nostre inclinazioni del momento e delle nostre predisposizioni emotive, ha voluto comunque offrirci una strada da percorrere. Immaginare però una vita senza social, diventa un esercizio mentale già più complicato e dall’immaginario per molti apocalittico. Non sono loro a vivere per noi, ma noi a vivere per loro, in loro funzione, temendo sempre di non essere a volte troppo presenti con e su di essi.

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Pubblichiamo a profusione su ogni cosa e riguardo qualsiasi tema, dal più puerile al più impegnato, e soprattutto pubblichiamo immagini, foto, di noi stessi o degli oggetti che ci circondano, in un gioco di continuo rimbalzo di invidie e di stati psico-fisici. Selfie con nuovo taglio di capelli, dell’ultimo tatuaggio o del succulento piatto che stiamo per trangugiare (forse). Cene, ricorrenze, feste sono tutte buone occasioni da immortalare e vivere di riflesso attraverso un (auto) scatto. Il piacere della convivialità viene sostituito dall’ossessione maniaco compulsiva del fissare sulla memoria di un dispositivo mobile qualsiasi momento di gioia; così facendo però l’ebbrezza del momento passa e si trasferisce più freddamente invece su una memoria di una sim.

cms_5742/3.jpgDa lì poi inizia un altro viaggio che vede l’immagine fatta circolare sui social media a caccia di like, condivisioni, commenti, un viaggio che è piuttosto una ricerca, una collezione di numeri da mostrare infine come trofei di caccia. Siamo un popolo bulimico di immagini che non divide più il reale piacere dello stare insieme, ma ad esso preferisce il condividere virtuale. Del resto affrontare un dialogo faccia a faccia richiede preparazione, gestione dei tempi di parola, piacere e capacità della narrazione orale, memoria, in altre parole dedizione all’altro. Molto meglio allora la stringatezza e l’imparzialità emotiva del web, meglio battere su una tastiera parole poco concettualizzate che sforzarsi di affrontare un contraddittorio. I social media sono diventati i media di riferimento per intere generazioni definite per questo social addicted.

cms_5742/4.jpgA differenza dei suoi antecedenti storici, la rete oggi ha il pregio, ovunque ci troviamo, svincolati dunque dallo spazio, di riempire i tempi morti, le pause tra una fila e un’attesa, impegnare il tempo chini e assorti mentre come automi “scrolliamo” con il dito indice lo schermo di uno smartphone, fedele compagno della nostra vita. Visualizzare a cascata tutti gli aggiornamenti delle nostre pagine social, non perdersi mai un momento di ciò che accade in questa iper realtà creata ad arte e parallela alla più scontata e noiosa vita di tutti i giorni è il mantra contemporneo.

cms_5742/5.jpgOggi la normalità è osservare sui mezzi pubblici o mentre si è seduti in qualche ambulatorio in attesa del proprio turno, solitudini cefaliche ipnotizzate da uno schermo. Lentamente e inesorabilmente il legame tra noi e “loro” (i social) diventa indispensabile, un tutti insieme appassionatamente che vive una condizione definibile come un paradossale e ossimorico “alone togheter”.L’autoreferenziale ostensione di sé che social come Facebook permettono, consentono di sentirsi nel mondo, di inseguire manie di esibizionismo o di apprezzamento social del tutto fittizio. Svincolarsi anche se solo per alcuni momenti nella nostra giornata da questa massificazione social si può: tornare alla lettura, magari di un buon libro, approfittando proprio di quei tempi cosiddetti morti che all’improvviso acquisterebbero nuova vita.

Andrea Alessandrino

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