La sfiducia nei social può voler dire recuperarla verso noi stessi

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Avere la fiducia di qualcuno, sia esso amico o consumatore, è un’impresa che richiede tempo e costanza. In epoca social poi il discorso diventa ancor più complicato nel momento in cui estendiamo il valore della fiducia in qualcuno a piattaforme di condivisione di emozioni come Facebook o simili. Sarà anche colpa del proliferare delle fake news e di molta stampa nel coltivare una certa idea dell’informazione ai tempi del web, ma sta di fatto che le aspettative di fiducia dalle notizie provenienti dai social è sempre più in ribasso.

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Un recente studio su un campione di poco più di 1000 cittadini-utenti americani, ha evidenziato come forum e blog di informazione risultino essere maggiormente affidabili di social network come Twitter o Facebook in fatto di veridicità delle notizie. I dati emersi portano a riflettere su quello che è il grado di sfiducia riscontrato da piattaforme storiche come appunto Twitter e Facebook per miliardi di utenti a livello globale alla ricerca di notizie e per cercare di confermare quelle già in loro possesso invece sui blog e sui forum. Il cambiamento sia ben chiaro riguarda la stima nutrita verso i social e non certamente una diminuzione dell’utilizzo degli stessi. Sembrerebbe che dopo anni di fluida e continua immersione nel mare magnum della rete, di lunghi periodi di cristallina e indefessa fiducia nelle piattaforme online, si sia giunti a un cambiamento di atteggiamento generalizzato e trans generazionale che starebbe portando gli utenti a riorganizzare la loro dieta mediatica in fatto di informazione.

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La deregulation del web sulla circolazione delle notizie in rete ha portato non solo al proliferare di portali facilitatori di bufale, non solo all’imperversare di sedicenti professionisti dell’informazione, ma anche a un succedaneo crescere di fenomeni collaterali come i milioni di commenti da parte di utenti sui social trasformatisi poi in veri e propri haters. Quest’ultimi non sarebbero altro che la parte peggiore presente in ogni essere umano una volta assicuratogli la piena legittimità e libertà di espressione svincolata da ogni regola morale. Per farsi un’idea di come il fenomeno sia cresciuto a dismisura e sia divenuto oggi pericoloso e incontrollabile, basta dare un’occhiata al portale promosso da Acmos, controlodio.it, e a cui hanno partecipato le Università di Torino e Bari, per mappare gli haters italiani sui social network, con un occhio particolare a Twitter. Il portale è ancora nella sua fase iniziale e i pochi dati divisi per regione oggi presenti, danno però subito uno spaccato dell’odio online: la distribuzione dei post razzisti, omofobi o portatori di ogni altra forma d’odio oscillano tra il 13 e il 15% del totale. La stagione iniziale della comunicazione digitale ha dato i suoi frutti, tra i quali ora troviamo anche qualche mela marcia. È necessaria una correzione in corsa per arricchirla e modificarne alcuni aspetti essenziali come la gestione delle informazioni presenti in rete.

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Prima di discutere di intelligenza artificiale, come si sta facendo da qualche tempo, bisognerebbe tornare a riprendere le fila della gestione dell’informazione tra e verso gli utenti in rete. L’infosfera nella quale ci troviamo è una stagione di cambiamenti epocale che avvengono a ritmi forsennati e in cui il ruolo degli esseri umani è sempre più messo in discussione, come sono messi in discussione i valori e il rispetto del prossimo. Nei confronti di problemi globali si sono adottate spesso soluzioni locali e personalizzate, basate sul senso di responsabilità di ognuno di noi e declinato sulle nuove sfide dei sempre presenti device tecnologici. Può darsi che non basti solo lo sforzo soggettivo per colmare vecchie e nuove paure individuali e la perdita di senso logico nella gestione della quotidianità. Può essere utile disancorarsi da nuove e perniciose abitudini, riallacciare i rapporti con la realtà delle cose e, perché no, ritrovare fiducia in noi stessi.

Andrea Alessandrino

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